[103]. Il primo a dirlo credo fosse Alberigo Gentile, che (Legat. VIII. 9) scrive: Sui propositi non est tyrannum instituere, sed arcanis ejus palam factis, ipsum miseris populis nudum et conspicuum exhibere. Il cardinale Reginaldo Polo, che fu a Firenze pochi anni dopo la morte del Machiavelli, scrive che colà «molti cittadini, stati famigliari del Machiavelli, gli dissero che egli rispondeva sempre aver seguito non il proprio giudizio, ma l’animo di quello al quale dirigeva il libro del Principe: perchè egli odiando siffatti governi, avea sempre inteso a rovinarli; onde se quegli, a cui fu diretto il libro, avesse ascoltati e messi in opera i precetti, il suo regno sarebbe durato pochissimo, ed ei sarebbesi precipitato da sè». Apologia ad Carolum cæsarem, Brescia 1774, tom. I. p. 552.
La notte che morì Pier Soderini,
L’anima andò dell’inferno alla bocca:
E il diavolo gli disse: — Anima sciocca!
Via di qua; vanne al limbo coi bambini.
Questo motto non è tampoco originale. Il Diarium parmense, pubblicato dal Muratori, sotto il 1481 nota che uscì di carica il governatore Pietro Trotti, qui dignus est ad limbum descendere, cum nihil mali, nihilve boni egerit, cujus proclamationes et mandata nullatenus observabantur.
Il Busini scrive al Varchi, 23 gennajo 1549, che il Machiavelli «l’universale, per conto del Principe, l’odiava: ai ricchi pareva che quel suo Principe fosse stato documento da insegnare al duca tor loro tutta la roba, a’ poveri tutta la libertà. Ai piagnoni pareva ch’e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro; talchè ognuno l’odiava... Fu disonestissimo nella sua vecchiaja, ma oltre all’altre cose goloso».
[105]. Il re che contribuì allo sbrano della Polonia, confutava il Principe nell’Anti-Machiavel, e dicea: Le prince de Machiavel est en fait de morale ce qu’est l’ouvrage de Spinosa en matière de foi. Spinosa sapait les fondements de la foi, et ne tendait pas moins qu’à renverser l’édifice de la religion: Machiavel corrompit la politique, et entreprit de détruire les préceptes de la saine morale. Lesi erreurs de l’un n’étaient que des erreurs de spéculation, celles de l’autre regardaient la pratique. Nelle Memorie dell’abate Morellet (Parigi 1823) è una lettera di Pietro Verri del 1766, ove si legge: — Qual altro paese che il nostro ha prodotto un Machievelli e un frà Paolo Sarpi? due mostri in politica, la cui dottrina è tanto atroce quanto falsa, e che mostrano freddamente i vantaggi del vizio, perchè ignorano quelli della virtù». Napoleone diceva: — Tacito ha fatto romanzi, Gibbon è uno schiamazzatore, Machiavelli è l’unico autore leggibile» (De Pradt, Ambass. en Pologne). Al tempo che Napoleone era cascato di moda, fu stampato Machiavelli commentato da Buonaparte (Parigi 1816). Gran panegirista del Machiavelli e violento contro a’ suoi detrattori è il signor Emiliani Giudici nella lez. XI della Storia delle belle lettere in Italia; ma viene a concludere: — Questo io so certo, che il libro di Machiavelli, quel repertorio mirabile in cui si ragiona tutta la scienza dei veleni e de’ loro farmachi, tornò giovevolissimo ai tormentatori, ed inutilissimo ai tormentati». Al modo stesso i suoi istinti generosi prevalendo ai razionali giudizj, lo fanno paragonare la politica del medioevo alla «snaturata odierna diplomazia» (Storia de’ municipj, I. 821). Ancor più notevole è che Mazzini, il 1848, nei Ricordi ai giovani scriveva: — E che mai potremmo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de’ malvagi, a sfuggirle ed eluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll’amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quand’essi possano guardar sicuri dentro delle nazioni e della propria coscienza, e dire, La nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri. Dico che la moralità è l’anima delle grandi imprese; che l’inganno, efficace a corrompere, a smembrarci, a inceppare, è buono ai padroni, è impotente a movere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono ad emanciparsi e rifarsi uomini. Dico che nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea si è incarnata nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s’è aggiunto allo sviluppo d’una razza mortale per artifizj machiavellici».
[106]. — Stradioti son gente a piedi e a cavallo, vestita come Turchi, salvo la testa dove non hanno il turbante; gente dura e dormono all’aria tutto l’anno, essi e’ cavalli. Erano tutti Greci, venuti dalle piazze che i Veneziani ci hanno; gli uni da Napoli di Romania in Morea, gli altri d’Albania verso Durazzo, e han cavalli buoni, e tutti di Turchia. I Veneziani se ne servono molto, e se ne fidano: son prodi uomini, e molto molestano un campo quando vi si mettono». Commines.