[107]. Gli Spagnuoli nel 1530 vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel Comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti. Varchi, Storie, IV.

[108]. L’Algarotti s’impenna contro chi non crede il Machiavelli gran mastro di guerra: ma in fatti non diede di nuovo che lo strano pensiero di far la fossa dietro la mura; certe arme sue sconvengono affatto; la sua proposta di reclutare la fanteria nelle campagne, la cavalleria in città, è una rimembranza di Atene; ma se ivi era conforme alla costituzione, fra noi mancava di significato. Quelle sue asserzioni sul poco sangue che si versava delle battaglie, sono per lo meno esagerate: alla Molinella dice che morì nessuno, mentre il Sabellico chiama quella battaglia sanguinosa molto; a quella d’Anghiari, ch’egli dà per incruenta, il Graziani nella Cronaca perugina dice perì molta gente; e il Biondo, contemporaneo e segretario del papa, asserisce che dei ducheschi sessanta perirono, quattrocento furono feriti: di quei della lega ducento morti nella mischia e dieci dopo, e seicento feriti. L’opinione della superiorità della fanteria già era abbastanza comune; e Daniello de Ludovisi, nella Relazione dell’impero ottomano al senato veneto il 3 giugno 1534, dice: — Le armi in ogni tempo sono state meglio e più utilmente adoperate dalle fanterie che da’ cavalli: e questo si è in diversi tempi e luoghi conosciuto e massimamente nei Romani. E se nei tempi più propinqui ai nostri sono state in Italia le genti d’arme in reputazione, questo è proceduto dal mal animo e dalla trista volontà dei condottieri, li quali deprimendo le fanterie e privando li principi della buona gente, tiravano nelle genti d’arme loro tutta la reputazione per farsi arbitri d’Italia; e ciò fu con rovina e desolazione, e in buona parte con servitù di quella».

[109]. Giovanni d’Autun.

[110]. L’atto dell’elezione di Paolo da Novi porta: Cum ab aliquo tempore citra, civitas januensis seditione civili vexata fuerit, quæ inter nobiles et populares defectu justitia orta est, ita ut in maximo discrimine existeret, et considerans populus januensis necessarium esse saluti reipublicæ consulere, amota vivendi forma sub factionum rectoribus, qui solent unum favere, alterum vero opprimere; et animadvertens sanum, sanctumque ac salubre consilium ad dignitatem ducalem Januæ promovere virum gravem, integrum et Deum timentem, cujus providentia, prudentia, experientia et consiliis possint omnes Januenses sub protectione sua in pace et sine stimulis vivere; considerata virtute, prudentia ac probitate illustrissimi domini Pauli de Novis, cujus gratia facit ut ab omnibus ametur et observetur; idcirco Dei nutu et voluntate, acclamant toto populo januense etc.... Cum primum omnipotenti Deo placuerit ut arx Casteleti ad manus nostras deveniat, eam pro libertate et gloriam nominis januensis dirui faciet....

[111]. Scipione Ammirato, Storie fiorentine, lib. XXVIII.

[112]. «Il re ha usato dire ad uomo che non dice bugie: — L’imperatore mi ha ricerco di dividermi seco l’Italia; io non l’ho mai voluto consentire, ma il papa a questa volta mi necessita a farlo». Machiavelli, Legazione 9 agosto 1510.

[113]. Della sfida di Barletta una nuova descrizione fu pubblicata dal Maj nel vol. VIII dello Spicilegium romanum, in lettera di Antonio Galateo contemporaneo: ed ivi pure trovasi descritta nella Vita del Gran Consalvo, per G. Cesare Capacio.

[114]. Giacchè nol crediamo inventore, come si asserisce comunemente. Filippo di Mezières, nato in Picardia nel 1312, guerriero alcun tempo in Sicilia, poi canonico di Amiens, fece il viaggio di Terrasanta, dal re di Cipro fu preso cancelliere, poi consigliere da Carlo V di Francia, infine si ritirò ne’ Celestini, dove morì il 1405. Fra altre sue opere rimaste manoscritte n’è una intitolata Nova religio militiæ passionis J. C. pro acquisitione sanctæ civitatis Jerusalem et Terræsanctæ, che sono gli statuti di un Ordine ch’egli divisava pel ricupero de’ santi luoghi. Un capitolo è intitolato, De diversitate multiplici ingeniorum ad obsidendum civitates, castra et fortalicia inimicorum fidei, super faciem terræ in aqua, in aere et subtus terram, tam in ingeniis virtute propria et artificiali lapides projicientibus, quam ingeniis virtute pulveris et ignis projicientibus. Qui si troverebbe la polvere adoprata già a bombardamenti e a mine avanti il 400.

Poi nel 1403 un Pisano fuoruscito avvertì i Fiorentini d’una porta disusata ch’era nella mura della sua patria, murata dai due lati; e Domenico di Firenze ingegnere propose d’empirla di polvere, la quale scoppiando aprirebbe una breccia. I Pisani n’ebber fumo, e vi ripararono.

Cornazzano poeta milanese verso il 1480 cantava: