[144]. De’ Pazzi; quei che aveano congiurato.
[145]. A Luca della Robbia, nipote del pittore, che l’assistette fin agli ultimi momenti, il Boscoli diceva: — Deh, Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acciò ch’io faccia questo passo interamente da cristiano». Il frate che lo assistè, diceva pure a Luca: — E quanto a quello cui dicesti la notte, ch’io gli ricordassi che le congiure non son lecite, sappi che san Tommaso fa questa distinzione: o che il tiranno i popoli sel sono addossato, o che a forza, in un tratto, a dispetto del popolo e’ regge; nel primo modo non è lecito far congiura contro al tiranno; nel secondo è merito». Neppur questa volta il liberalismo stava col Machiavelli.
[146]. Prato, Cronaca milanese, pag. 415 nell’Archivio storico italiano.
[147]. Nell’assedio la città già cadeva ai Francesi quando Emanuele Caballo osò fra le artiglierie nemiche penetrarvi con un vascello carico di viveri; onde, sospesi gli orrori della fame, restò liberata.
[148]. Nelle lettere del Bembo a suo nome ricorrono frequenti esortazioni alla pace. Quando Massimiliano Sforza rientra in Milano, lo prega a non voler vendetta, e usare della vittoria con moderazione (lib. III, ep. 2). A Raimondo di Cardona dopo la vittoria degli Svizzeri scrive: — Quanto deploro la morte di sì prodi soldati ed illustri capitani, che tanti servigi avrebbero potuto rendere alla causa cristiana! Non la guerra noi dobbiamo volere, ma la pace. Voi, che assai potete su Massimiliano, mostrategli come a un principe nulla convien meglio che la dolcezza, la bontà, la clemenza; dimentichi le ingiurie, e voglia far suo non le ricchezze ma il cuor de’ sudditi» (lib. III. ep. 2). Così intercede presso Massimiliano a favore del marchese di Monferrato che avea lasciato il passo ai Francesi, diretti sopra Milano (lib. III. ep. 3).
[149]. È strano che il Machiavelli, grande apostolo dell’unità, rimprovera a Luigi XII d’aver rovinato i deboli in Italia.
[150]. Vorrebbesi che in quell’occasione i Francesi forassero il passaggio del Monviso alla Traversotta: ma pare quell’operazione fosse eseguita nel 1480 da Luigi decimo marchese di Saluzzo.
[151]. Al Montmorency dirigeva una lettera che conservasi nella biblioteca nazionale di Parigi e che finisce: — Io ho scripto la presente de mano mia propria per non fidarmi di persona. Vostra signoria mi perdona se hè mal scripto, che a la scola non imparai meglio».
[152]. L’ottobre 1515, ad Ambrogio Cusano, pretore del suo feudo di Lecco, scrive: Deum testor optimum maximum neminem fuisse aut esse qui magis deditionem impugnaverit, magisque contenderit, ut potius extrema sequeremur, quam in hostium potestatem arcem nosque ipsos dederimus, quam ego fui..... Oportuit, atque iterum repeto, oportuit deditionem fieri; cujus rei culpam cum sit periculosum revelare, satius est subtacere.
[153]. Paride de’ Grassi cerimoniere ci lasciò descritto a minuto questo convegno, e quanti onori re Francesco rese a Leon X. Nella messa solenne il papa chiese al re se voleva comunicarsi: egli rispose non esservi disposto: ma molti della sua corte che lo desideravano v’accorsero, sicchè il papa dovette dimezzar le ostie per comunicarne quaranta. Il re stesso teneva indietro la folla; ed un Francese ad alta voce disse: — Santo Padre, giacchè non posso da voi comunicarmi, mi voglio almen confessare, e poichè non potrei all’orecchio, vi dirò di qui che ho combattuto il meglio che potei contro papa Giulio, senza far mente alle censure». Allora il re soggiunse d’avere il peccato medesimo, altrettanto dissero gli altri baroni, e il papa diè loro l’assoluzione.