«Vedendo el signor Anton de Leyva non poter più cavar contribuzione da Milano per esser del tutto desfatto, trovò un modo, che forza era che ognuno pagasse, e fu a questo modo. Fece fare la crida, che ognuno che aveva biada o farina, sotto pena de rebellion, l’andasse a notificare: e così fece ognuno, e poca o assai fu scritta. Da poi fu fatto la crida, che pristinaro alcuno non cocesse a casarenghi nessuni; e così che nessuno avesse a cocere pane nè in casa, nè in altro loco de guisa nessuna, sotto una pena grandissima, e così pure i frati e le moneghe; ma ognuno avesse da stare a pane comprato. E tolevano della farina de quelli li quali l’avevano notificata, e la pagaveno lire diciotto al moggio de formento; e quella de segale lire dodici; e poi li prestini de Milano davano lire quindici de guadagno al signor Antonio per ciaschedun moggio de farina; e fazevano de soldi otto l’uno i pani de formento da soldi due, di quattordici quei di miglio. E non bastava questo ancora; che i lanzinechi e Spagnoli e Italiani andavano per le case de grandi, e dove le pareva a stare meglio, e lì volevano mangiare, e forza era mettergli la tavola, overo dargli denari, e mandarli via: tanto che per Milano ognuno stava serrato in casa, e così ancora le botteghe serrate. Ma non valeva; chè scalavano le case, e andavano de una in l’altra, e in monasteri e case de moniche come de frati, et lì mangiaveno fino ch’erano sazj; e pur pazienzia. E durò queste andare per le case dal principio de settembre sino a San Matteo, ch’è a dì 22 settembre 1528».

[241]. Sulla battaglia alla Castellina presso Siena, 5 agosto 1526, il Machiavelli scrive a Francesco Vettori: — Voi sapete che io mai volentieri mi accordo a credere cosa alcuna soprannaturale; ma questa rotta mi pare stata tanto straordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal 1494 in qua; e mi pare simile a certe istorie che ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura negli uomini che fuggivano, e non sapevano da chi. Di Siena non uscirono più che quattrocento fanti, che ve ne era il quarto del dominio nostro banditi e confinati, e cinquanta cavalli leggeri, e fecero fuggire insino alla Castellina cinquemila fanti e trecento cavalli; che se pure si mettevano insieme dopo la prima fuga mille fanti e cento cavalli, ripigliavano l’artiglieria in capo di otto ore; ma senza esser seguiti più d’un miglio, ne fuggirono dieci. Io ho udito più volte dire che il timore è il maggior signore che si trovi; e in questo mi pare di averne visto l’esperienza certissima».

[242]. È pittoresca la costui vita, scritta da Paolo Giovio.

[243]. Freundsberg Kriegsthaten.

[244]. Il Muratori nega che Alfonso d’Este consigliasse il Borbone di gettarsi su Roma; ma tutti gli storici lo ammettono, e del suo abboccamento col Borbone al Finale 5 marzo parla anche il Ghiberti nella lettera 7 marzo. Lettere di Principi a Principi.

[245]. Il Sepulveda, De rebus gestis Caroli V, lib. VII. dice: Borbonius, postea quam nec a militibus, ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat stipendio non suppetente precarius imperatore coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli cæsaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne, si tanta multitude sine imperio ferretur, obvia quæque devastans atque diripiens in omnem injuriam et maleficium intollerantius irrueret, et pontificiæ ditionis populis, contra inducias factas, et Caroli cæsaris voluntatem, longe gravius noceretur.

[246]. Allontanato il Freundsberg, il comando de’ lanzichenecchi fa preso da Corrado di Bemelberg, che li condusse al sacco di Roma, poi all’assedio di Firenze, durante il quale vinse al giuoco al principe d’Orange tutto il denaro che a questo avea spedito Clemente VII pel soldo delle sue truppe.

Il Borbone era figlio di Chiara, sorella di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova, padre di Francesco, padre di Ferrante. Quest’ultimo comandava nell’esercito imperiale, benchè l’educazione che aveva ricevuto gli mettesse scrupolo su questa spedizione contro Roma. A Roma, nel palazzo dei Ss. Apostoli abitava Isabella marchesa di Mantova sua madre, ed egli le diede ogni assicurazione, sicchè quel palazzo restò salvo, e molti vi ripararono le sostanze e l’onestà. «Mentre con sete e avidità insaziabile attendevano gli altri a saccheggiare e a far prigioni, don Ferrante con filiale pietà e con fatica e pericolo incredibile attese a por in sicuro, con la marchesana, la pudicizia e l’onore di molte matrone e vergini nobilissime romane... Lontano da far preda e guadagno di cose altrui, in quella tanta e sì gran confusione perdè egli buona parte delle sue proprie più care. Per ristoro delle quali e per usar gratitudine al magnanimo figliuolo del pietoso officio... la magnifica madre gli fece dono di 10,000 ducati». Gosellini, Vita di D. F. Gonzaga.

[247]. Valeriano Pierio, De literatorum infelicitate, lib. I; il quale è pieno di disgrazie avvenute in quell’occasione. I preziosi tappeti disegnati da Rafaello, e allora rubati da Anna Montmorency colonnello francese, furono restituiti poi a Giulio III: rubati di nuovo sotto Buonaparte, e ricuperati da Pio VII.

[248]. Fu in occasione che l’arciduca d’Austria lo aveva mandato a sollecitar Clemente alla pace universale e alla spedizione contro i Turchi. Balbo era grammatico e oratore famoso, e vescovo a Gurk in Corintia.