[249]. Persisto in questa opinione, malgrado le discolpe di Carlo V, recate dal professore De Leva.
[250]. Il Varchi (Storie fiorentine, lib. V) reca i cartelli ricambiatisi fra i due re, che sono una bizzarria da disgradarne i nostri spadaccini da caffè.
[251]. Quando il longobardo re Liutprando espugnò Ravenna, ne tolse una statua equestre di bronzo che chiamavasi Regisole e rappresentava l’imperatore Marc’Aurelio e la trasferì a Pavia. Il primo soldato del Lautrec, che penetrò per forza in questa città, fu un ravegnano di nome Cosimo Magni, e non altrimenti come è detto da altri; e per ricompensa domandò fosse restituita quella statua alla sua patria. Ma quando si cominciò a levarla, i Pavesi, più dolenti di ciò che delle acerbissime sciagure provate, tal rumore levarono, che il Lautrec indusse quel soldato a riceverne invece tant’oro quanto bastasse a farsi una corona murale. Così il Giovio ed altri: ma il Rossi, storico di Ravenna contemporaneo, dice che il Magni, portossi la statua giù pel Po; e giunto a Cremona, il custode della rôcca, istigato da’ Pavesi, lo assalì e gliela ritolse, onde fu rimessa a Pavia. Quivi rimase nella piazza fra il duomo e il vescovado sin al 1796, quando fu abbattuta dai Giacobini.
[252]. Il Morone scriveva a Carlo V, le forze di quell’esercito essere bastanti a vivere, «ma la difficoltà e il pericolo consiste in tanto difetto quanto c’è delle paghe, tante che non è meraviglia se le genti non vogliano e non possino più militare... I Tedeschi, dopo fattile mille promesse, le quali non si son potute poi osservare, finalmente si sono ammutinati, e hanno deliberato di voler esser pagati di presente, o che voglion licenza di potersene andar a casa loro, e non hanno voluto aspettar altro che quattro giorni la risposta, e si vede poco rimedio di poterli pagare o assicurare: perchè il papa va differendo a compire la sua promessa di denari; e non valgon a fargli compiere il capitolato i lamenti de’ Romani e i gridi de’ paesani, i quali patiscono grandissimi e intollerabili danni, e sanno che l’esercito partirebbe da Roma e dal paese se fosse pagato; e nondimeno sua santità non si move, nè si può conoscere se voglia pagare o quando... Quantunque le altre genti non siano ammutinate come i Tedeschi, nondimeno sua maestà può considerare come sarà possibile che servino d’or in avanti senza paga, perchè non potranno più vivere a discrezione».
Anton de Leyva scriveva all’imperatore, in cattivo francese, da Milano il 4 agosto 1527: — Quest’esercito si conduce male; direbbesi piuttosto una masnada d’avventurieri che l’esercito di vostra maestà, facendo quel che vogliono. I capitani non possono farli operare quando vogliono, ma solo quando a lor piace. Se avesser obbedito appena presa Roma, e fossero tornati in Lombardia, tutta Italia apparterrebbe a vostra maestà» (Lanz, Correspondenz, tom. I p. 235). E l’imperatore stesso da Burgos il 21 novembre scriveva al fratello Ferdinando, pur in francese: — Ho notizie della divisione fra le genti del mio esercito che furono alla presa di Roma, e la discordia fra i capitani, di sorta che non tengono nessun per capo, ma ciascuno pretende esserlo: e molto devesi loro pei soldi, così gran somma che troppo s’avrebbe a fare a trovar tanto denaro quanto sarebbe necessario per pagarli. Quest’è l’ostacolo per cui quell’esercito dimorò sì lungamente intorno a Roma senza voler moversi nè andar a soccorrere lo Stato di Milano» Gévay, Urkunden ecc., tom. I, p. 147.
[253]. Lettera 291 di Teodoro Trivulzio a Guido Rangoni del 1529, nei Documenti di storia italiana del Molini.
[254]. Lo stesso; e finiva: — Ma, per amor di Dio, avvertite, quando scrivete cosa che sia in disfavore dei Francesi, di non la scrivere senza cifra, perchè non basta che voi la scriviate per dolor che avete che le cose non vadano felicemente per loro, come vi scrivo ancora io; essendo il costume loro d’aver sempre per male che li sia detto cosa contro l’appetito suo, e di credere che chi la dice la dica per malignità e perchè si desideri che così sia ecc.».
[255]. Archivio storico, lib. VI. p. 240.
[256]. Campi al 1517.
[257]. De vita sub Turca; nel 1529.