[258]. — Andrea domandava all’imperatore sessantamila ducati di soldo, la libertà de Genova, e la tratta per diecimila salme di grano di Sicilia e certe altre condizioni di poco momento. Sua maestà li ha concesso non solamente quello che chiedeva, ma davvantaggio; scrive el signor principe che terminandosi bene la guerra per la maestà sua, provveda il capitano Andrea d’uno stato nel regno di otto o diecimila ducati; oltre a questi, mille seicento al conte Filippino, credo settecento a Cristoforo Pallavicino, uomo di Andrea, ed altrettanti ad esso Erasmo, in modo che tutti stanno contentissimi d’aver preso il servizio suo». Lettere di Principi a Principi, III, 43.

* Sopra Andrea Doria assai si scrisse in questi ultimi tempi, con molti documenti nuovi e molta passione, dal Bernabò Brea, dal Celesia, dal Guerrazzi, da altri. Tutti li prese in esame Massimiliano Spinola (Considerazioni su varj giudizj di alcuni recenti scrittori, Genova 1867) difendendo gli atti e le intenzioni di Andrea.

[259]. Bologna, 12 settembre 1529, negli State’s papers, vol. VII.

[260]. Gaetano Giordani, Della venuta e dimora in Bologna di Clemente VII per la coronazione di Carlo V; Cronaca con documenti ed incisioni ecc. Bologna 1842. — Il duca di Savoja portava un abito che costava trecento mila scudi. Monum. Hist. patriæ, Script. I. 861.

[261]. I battesimi erano medaglie che si offrivano in occasione de’ battesimi: i grossoni cessarono: crazia pare corrotto da hreutzer, ed è moneta corrente anch’oggi.

[262]. In quell’occasione Siena figurò il cavallo di Troja e lo condusse per città, e fu detto volesse con ciò avvertire la Toscana de’ nemici che le entravano in seno.

[263]. Vasari in Jacopo da Pontormo; ma erra nel dire questi trionfi fossero fatti per la coronazione del papa.

[264]. Ingrandita che fu Casa de’ Medici, s’inventarono genealogie per aggiungere lo splendore degli avi a una gente popolana. Ma nessun de’ nostri storici avvertì un fatto che trovasi nella Storia dell’anarchia di Polonia di Rulhière, cioè che la famiglia Mikali o Jatrani, capi de’ Mainotti nel Peloponneso e famosi anche nelle ultime guerre, sia il ceppo de’ Medici di Firenze, il cui nome sarebbe tradotto dal greco.

[265]. Della nobiltà fiorentina già toccammo nel t. VII, p. 33 e t. VIII, p. 235; ma sì poca certezza se n’aveva, che il Nardi scrive: — Questa distinzione di nobiltà e ignobiltà confesso io ingenuamente non aver mai saputo fare, ancora che io sia nato e allevato nella medesima patria. Conciossiacosachè io abbia veduto i figliuoli discordare da’ padri proprj, e i fratelli da’ medesimi fratelli nelle azioni di questa stolta favola del mondo, secondo che ciascuno è stato vinto e traportato dall’empito de’ proprj appetiti, e secondo che più o meno il suo intelletto è stato illuminato dallo splendore della divina grazia». Storia di Firenze, lib. VI.

[266]. Jacopo Pitti, Storia fiorentina, pag. 112. Vedi Archivio storico.