E il buon gallo sentier, ch’io trovo amico
Più de’ figli d’altrui, che tu de’ tuoi.
[276]. È di somma importanza il carteggio d’esso Carducci, che sta nell’archivio Capponi. Come meglio conobbe la diplomazia francese, il 3 agosto scriveva: — Questi nostri Francesi sono tanto al di sotto degl’Imperiali, che è loro necessario ricevere quelle condizioni che sono porte loro. Nondimanco, avendo io avuto sempre da questa maestà e da questi signori una quasi certa speranza di dover essere inclusi con condizioni oneste e comportabili, non ho voluto disperare le vostre signorie».
[277]. Una lettera del Busini 31 gennajo 1549, che non è fra le edite a Pisa, dice: — Nicolò Capponi mai non volse che si fortificasse il monte di San Miniato; e Michelagnolo, che è uomo veritierissimo, dice che durò grandissima fatica a persuaderlo agli altri principali, ma Nicolò mai potette persuaderlo: pure cominciò nel modo che sapete con quella stoppa; e Nicolò gli toglieva l’opere, e mandavale in un altro luogo; e quand’ei fu fatto de’ Nove, lo mandarono due o tre volte fuora; e quand’ei tornava, trovava sempre il monte sfornito, ed egli gridava e per la reputazion sua e per il magistrato ch’egli aveva. Si ricominciava, tanto che alla venuta dell’esercito si potette tenere. Cred’io per questo e altri suoi modi che Nicolò fosse persuaso che lo stato si muterebbe, non in tirannide, ma in stato di pochi, come desideravano quasi tutti i ricchi, parte per ambizione, parte per sciocchezza, come Pietro Salviati e il fratello; parte per dependenza, come Ristoro e Pier Vettori: e soggiunge che egli da in quel tempo in là, non volle mai bene a Nicolò, nè egli a lui».
Un’altra lettera del Busini, mutila nella stampa di Pisa, ma riferita intera dal Gaye, narra i motivi della fuga di Michelangelo, della quale è tanto incolpato: — Ho domandato a Michelagnolo quale fu la cagione della sua partita. Dice così, che, essendo de’ Nove, e venuto dentro le genti fiorentine e Malatesta e il signor Mario Orsini ed altri caporali, i Dieci disposero i soldati per le mura e per li bastioni, e a ciascun capitano assegnarono il luogo suo, e detton loro vittovaglie e munizioni, e fra gli altri dettono otto pezzi d’artiglieria a Malatesta che le guardasse e difendesse una parte de’ bastioni del Monte, il quale la pose non dentro, ma sotto i bastioni, senza guardia alcuna; ed il contrario fece Mario. Onde Michelangelo, che come magistrato e architetto rivedeva quel luogo del Monte, domandò al signor Mario onde nasceva che Malatesta teneva così trascuratamente l’artiglieria sua? A che disse Mario: — Sappi che costui è d’una casa che tutti sono stati traditori, ed egli ancora tradirà questa città. Onde gli venne tanta paura che bisognò partirsi, mosso dalla paura che la città non capitasse male, ed egli conseguentemente. Così risoluto trovò Rinaldo Corsini, al quale disse il suo pensiero, e Rinaldo come leggieri disse: — Io voglio venire con esso voi; ecc.».
[278]. Nardi. La Provvisione di quella milizia fu messa a stampa, col motto virgiliano:
Æneadæ in ferro pro libertate ruebant.
[279]. «La somma e i capi principali furono, che don Ercole, primognito di don Alfonso duca di Ferrara... fosse, ancorchè giovanetto, capitan generale di tutte le genti d’arme della repubblica fiorentina tanto di piè quanto da cavallo, d’ogni e qualunque ragione, per un anno... con tutte quelle autorità, onori e comodi che sogliono avere i capitani generali della repubblica fiorentina; e la condotta fosse dugento uomini d’arme in bianco, con fiorini cento di grossi, con ritenzione di sette per cento per ciascun uomo d’arme ogn’anno, da doversi pagare a quartieri, e sempre un quartiere innanzi, e con provvisione e piatto all’illustrissima persona di sua eccellenza, di fiorini novemila di carlini netti, cioè senza alcuna ritenzione, da pagarsi nel medesimo modo; fosse però obbligato di convertire almeno la metà dei dugento uomini d’arme, e quelli più che a lui piacesse, purchè fra lo spazio di venti giorni lo dichiarasse, in tanti cavalli leggieri, a ragione di due cavalli leggieri per ciascun uomo d’arme. Ancora, che ogni anno gli si dovessero pagare quattromila ottocendiciannove fiorini e soldi otto marchesani d’oro in oro del sole, e questo per le condizioni de’ tempi cattivi e grandissima carestia in tutte le cose e grasce, ch’era per tutta Italia. Ancora, che ciascun uomo d’arme fosse obbligato di tenere nel tempo della guerra tre cavalli, un capo di lancia, un petto e un ronzino, e a tempo di pace solamente i due principali senza il ronzino. Ancora, che in tempo di guerra, e ciascuna volta che la città soldasse almeno duemila fanti, gli dovesse dare, cavalcando egli, una compagnia di mille pedoni da farsi per lui, nè fosse tenuto di rassegnarne più d’ottocento; e facendosi minor numero di duemila dovesse anch’egli farne la parte sua a proporzione nel soprascritto modo e patto. Ancora, che gli si dovessino pagare ogni mese a tempo di guerra cento fiorini d’oro di sole, e a tempo di pace cinquanta, per poter trattenere quattro capi di fanteria a sua elezione. Ancora, che tutti i denari per fare i detti pagamenti si dovessero mandare in mano propria di lui. Ancora, che dovunque in cavalcando gli fossero assegnate le stanze, gli fossero parimenti assegnate legne e strame, e di più nel tornarsene le coperte senza alcun costo. Ancora volle, e così fecero, che li signori Dieci s’obbligassero in nome della magnifica ed eccelsa Signoria di Firenze, che durante la sua condotta non condurrebbono, nè darebbono titolo o grado alcuno a persona, il quale fosse, non che superiore, eguale al suo. E d’altro lato la sua eccellenza s’obbligò a dover servire colla sua persona propria e con tutte le genti, così in difesa come in offesa di qualunque Stato o principe, ogni e qualunque volta o dalla Signoria o da’ Dieci o dal loro commissario generale ricercato ne fosse, con questo inteso che i signori fiorentini fussono obbligati a consegnarle il bastone e la bandiera del capitano generale, colle patenti e lettere di tal dignità». Varchi, Storie fiorentine.
[280]. Il Varchi, lib. IX, riporta un còmputo di Benedetto Dei, che, al fine del 400, si trovassero a venti miglia in giro a Firenze trentaseimila possessioni di cittadini con ottocento palazzi murali di pietra picchiata, che l’un per l’altro erano costati meglio di tremila cinquecento fiorini d’oro. E Marco Foscari, ambasciador veneto, nella sua Relazione del 1527: — Non credo che sia in Italia, anzi in tutta Europa una regione più amena nè più deliziosa di quella ove è posta Firenze; perchè ella è posta in un piano tutto circondato di colli e da monti fertili, coltivati, amenissimi e carichi di palazzi bellissimi e suntuosissimi, fabbricati con eccessiva spesa con tutte le delizie che sia possibile immaginare, con giardini, boschetti, fontane, peschiere, bagni, e con prospettive che pajono pitture, perchè dalli detti colli e palazzi si scoprono gli altri colli d’intorno e poggetti e vallette, tutte cariche di palazzi e di fabbriche, che par proprio un’altra città più bella di Firenze stessa ecc.».
[281]. L’anzidetto ambasciator veneto Foscari diceva che Firenze è debole per la debilità degli uomini. La quale debilità viene «prima per natura, poi per accidente. Per natura, perchè quell’aere e quel cielo producono naturalmente uomini timidi; per accidente, perchè tutti si esercitano nella mercatanzia e nelle arti manuali e meccaniche, lavorando e operando colle proprie mani ne’ più vili esercizj: e li primi che governano lo Stato vanno alle lor botteghe di seta, e gittati i lembi del mantello sopra le spalle, pongonsi alla caviglia e lavorano pubblicamente che ognun li vede; ed i figliuoli loro stanno in bottega con li grembiali innanzi, e portano il sacco e le sporte alle maestre con la seta, e fanno gli altri esercizj di bottega ecc.». Relazioni degli ambasciadori veneti, serie 2ª, vol. I. pag. 21.