«Parmi bisogni navigare tra queste difficoltà, ricordandosi sempre che è necessario mantenere la città viva per potersene servire, e quello che per questo rispetto si designasse riservare ad altro tempo, fosse dilazione e non oblivione, cioè non mancar mai di camminare destramente a quel fine che l’uomo si fosse una volta proposto, ed intrattanto non perdere occasione alcuna di stabilir bene gli amici, cioè di fargli partigiani; perchè come gli uomini son ridotti qui, bisogna vadino da se medesimi, e proponghino e riscaldino tutto quello che tende a sicurtà dello Stato, non aspettando di esser invitati, come forse si fa ora. È vero che gli amici son pochi, ma sono in luogo che, se non sono totalmente pazzi, conoscono non poter stare a Firenze non vi stando la casa de’ Medici; perchè non interviene a noi come a quelli del 34 che avevano inimici particolari, ed in tempo di dodici o quindici anni restarono liberi dalla maggior parte di loro. Abbiamo per inimico un popolo intero, e più la gioventù che vecchi, sì che ci è a temere per cento anni; in modo che siamo sforzati desiderare ogni deliberazione che assicuri lo Stato, e sia di che sorta voglia...

«I modi di fare una massa sicura e ferma d’amici nuovi e vecchi non sono facili, perchè io non biasimo soscrizioni e simili intendimenti, ma non bastano: bisogna siano gli onori ed utili dati in modo, che chi ne partecipa diventi sì odioso all’universale, che sia forzato a credere non potere essere salvo nello stato del popolo: il che non consiste tanto in allargare o stringere il governo un poco più o manco, in stare su modelli vecchi o trovarne de’ nuovi, quanto in acconciarla in modo che ne seguiti questo effetto, a che fa difficoltà assai la povertà e le male condizioni nostre...

«Il ridursi totalmente a forma di principato non veggo dia, per ora, maggior potenza nè più sicurtà; ed è una di quelle cose che, quando si avesse a fare, crederei fosse quasi fatta per se stessa, e comproporzionare con la proporzione che si conviene le membra al capo, cioè fare de’ feudatarj pel dominio; perchè il tirare ogni cosa a sè solo farebbe pochi amici, e come questo si possa fare al presente senza disordinare le entrate e senza scacciare l’industria della città, io non lo veggo. In questa scarsità di partiti mi occorreva che, spento il modello de’ consigli e di quelle chiacchere vecchie, si eleggesse per ora una balìa di dugento cittadini, non vi mettendo dentro se non persone confidenti...».

[288]. Varchi, Storie, lib. III. in fine.

[289]. Gli statuti del 27 aprile 1532, che trasformano la repubblica in principato, sono recati per disteso dallo Zobi, Storia di Firenze, vol. V, append. X.

[290]. Il Nardi, fuoruscito anch’esso, ci ragguaglia di tutti i movimenti de’ fuorusciti nella parte della sua storia che rimase inedita fin testè.

[291]. La fortezza di San Giovan Battista, or detta di Basso. La prima pietra ne fu posta dal duca e dal vescovo d’Assisi il 15 luglio 1534 a ore 13, minuti 25, ora di felice augurio computato dall’astrologo frà Giuliano Buonamici di Prato.

[292]. All’entrata di Margherita moglie del duca Alessandro, «da Livorno a Pisa perfino a Poggio e a Fiorenza, i castelli, le ville, i popoli e le genti erano calcate per le strade a guisa dei pastori che, tornando dalle maremme, solcando con le loro capre ed altri armenti le strade, adornano i greppi, i piani e’ poggi; e, perdio, non era sì piccol forno in su la strada, che apparecchiato non avesse le tavole in su le strade, con moltissime robe sopra, che avriano sfamata la fame e la sete a Tantalo; e aveano fatto a ogni casa o porta fonte di due bocche, gettando vino una e acqua l’altra». Così il Vasari scrive all’Aretino; e dappertutto, oltre le solite comparse, sono notevoli questi allettamenti alla gola plebea. «Alla porta del Prato a Firenze era una botte di barili sei che gettava vino con un grasso nudo sopra..... Stavano innanzi a sua eccellenza due dromedarj, quali sua maestà cesarea donò al duca, e dopo essi era Baldo mazziere, con due gran bisaccie a traverso al cavallo, gettando denari... Erano calcate le vie di donne e uomini, che mai dacchè Fiorenza è Fiorenza si vide tanto popolo, con un’allegrezza miracolosa...» Dallo stesso sono eziandio descritte le feste splendidissime per l’entrata di Carlo V.

[293]. Segni, lib. VI. Allora furono introdotti o ripristinati i baccanali detti Potenze, ove diverse brigate si univano sotto un capo con titolo e veste di gransignore, marchese, duca, principe, re, papa; e ciascuna con bandiera e insegna proprie, da maggio a tutta estate festeggiavano in comparse e gara di lusso e di brio, e battaglie di sassate. Nella facciata di Santa Lucia sul Prato leggesi ancora: Imperator ego præliando lapidibus vici anno MDXXXIV.

[294]. Lo stesso, lib. IX.