«Il che vedendo il prefato signor commissario, e conoscendo la ferma constanza del detto Burlamacchi, attese li tormenti avuti e l’apparato del fuoco fattoli come di sopra, ed ancora attesa l’età e la delicatezza del suddetto Burlamacchi, che non patiria tanti tormenti se altro sapesse, ordinò fosse lasciato e non tormentato: e così fu dimesso in detta carcere con la medesima custodia». (Processo nell’Archivio storico).
[322]. Parma avea per insegna il torello rosso colle corna dorate, che vestivasi solennissimamente il giorno dell’Ascensione; sul suggello portava: Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur. Nel 1470 gli spedali vi furono riuniti in quello del Tanzi. Il Diarium Parmense sotto il 1481 racconta che, mentre i Turchi aveano occupato Otranto, re Ferdinando mandò ad essi quattro meretrici infette, le quali accolte lietamente, appestarono l’esercito.
[323]. Lettera del primo febbrajo 1547. Il padre Ireneo Affò scrisse una Vita di Pier Luigi Farnese, donde restiam chiari quanto Carlo V volesse male a questo perchè parteggiava con Francia, e perchè esso Carlo da un pezzo agognava a Piacenza. Anche don Ferrante Gonzaga nutriva particolare rancore contro di esso perchè aveagli contrastato l’acquisto di Soragna:
— Scrivendo questo dì a vostra maestà, e dandole conto del procedere del duca Pierluigi Farnese, e parlando del trattato di Parma e Piacenza, dissi che mi pareva meglio per molte ragioni di attendere al detto trattato in vita del papa che non dopo la morte sua, e lo supplicai a farmi intendere se, offerendosi qualche apparente occasione di rubargli Piacenza in vita del papa, quella sarebbe stata servita che si tentasse. Vostra maestà mi rispose, che le piaceva che le si attendesse, ma che io non venissi all’esecuzione senza consultar seco, e avvisarla particolarmente del modo che in ciò penserei di tenere. Sa vostra maestà che nel robbar di un luogo, la maggior difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno da fare il furto; perchè, quando si vede far genti senza un qualche giusto e legittimo colore, quelli che possiedono gli Stati, i quali per l’ordinario ne sono gelosi, provvedono in qualche modo alla sicurezza loro, ed ogni provvisione che facciano, per minima che sia, disturba tutto il disegno. Ora egli si presenta questa colorata causa di far gente, e di farla in luogo comodissimo a Piacenza, con l’impresa che convien fare di Montojo.
«Per dar mo conto a vostra maestà del modo che vorrei tenere per questo effetto, dirò l’intento mio esser di occupare una porta, e tener in punto il soccorso, e per quella impadronirmi della terra. L’occupar la detta porta in questi tempi, come ho detto, è da me giudicato facile; ed il soccorrerla, e soccorsa impadronirmi della terra, facilissimo. Per pigliare la porta penserei di fare che uno de’ miei servitori facesse un affronto ad una persona della quale mi fido che farebbe questo furto, e fare che lo affrontato si partisse di qua e se ne andasse in Crema, e di là cominciasse a mandar cartelli a questo mio che l’avesse affrontato, e presa occasione da questi cartelli, vorrei mandar uomini che mostrassero voler di mia commissione ammazzare quel tale, e dall’altro canto vorrei dar ordine che il detto affrontato, mostrando aver scoperto il trattato de’ detti uomini ch’io manderei per mostrare di ammazzarlo, se ne fuggisse in Piacenza, ed indi proseguisse pur a mandar cartelli, e mostrasse animo di voler combattere, e per guardia e sicurezza sua tenesse otto o dieci uomini che sempre l’accompagnassero. E a fine che la pratica dei cartelli aspettasse e desse luogo alla principale, la farei trattenere quanto mi piacesse senza venire ad alcuna conclusione sin a tanto che il resto delle cose a ciò necessarie fosse maturo. Appresso vorrei, per la notte che dovesse porsi in esecuzione il trattato, mandarci altri quindici uomini, che l’uno non sapesse dell’altro, nè l’effetto per il quale andassero, finchè non si venisse al bisogno, e con questi venticinque uomini occupata la porta, che intendo non esser guardata se non da uno che la chiude, e quella occupata, introdurre il soccorso delle genti.
«Sotto colore adunque dell’impresa di Montojo, vorrei dar fama di fare una compagnia di trecento fanti solamente nel paese di Lodi, che si estende fin presso Piacenza due o tre miglia; ma in effetto vorrei che se ne facessero cinque o seicento, e costituire per la mostra e paga loro il giorno precedente alla notte che si avesse ad eseguire il trattato, acciocchè, venuta l’ora che li venticinque di dentro avessero ad occupare la porta, questi potessero esser presti e comodi a mantenerla occupata, ed a cacciarsi per forza dentro...
«Mandai ne’ giorni passati un mio confidente per tentare da lontano gli animi di alcuni di quei gentiluomini, e sapere se, caso che succedesse alcun tumulto, essi se ne starebbero al vedere. Il quale vi andò, e fatto l’officio come il dovea, trovò talmente mal disposti quei tali con chi parlò, che dice quelli, senza sapere con chi parlassero, esser venuti a dire, che il maggior piacere che aver potessero in questo mondo sarebbe sentendo che una notte si gridasse Spagna Spagna, o Francia Francia. Io ho uno di quei gentiluomini principale, con cui potrei fidarmi, e che la notte, sentendo il rumore per la città della porta occupata, cavalcheria, e trovando chi sembiante facesse di volersi movere, con buone parole o con minaccie lo farebbe tornare in casa...
«Promettendosi qualche buono trattamento e qualche mercede a qualche persona principale, spererei che Parma non dovesse molto replicare a rendersi, vedutosi chiusa la via del soccorso, ed esser in favor nostro alcun principale, che si scoprisse in favore di vostra maestà, attesa ancora la malevolenza portata al duca predetto. Come vostra maestà sa molto bene, le cose di questa qualità non si sono mai condotte bene, se non si è proposto premio a quelli che per effettuarle han posto la vita in pericolo».
Come accade, passò del tempo, moltiplicaronsi lettere e brighe; don Ferrante trasse dalla sua l’Anguissola, e i 13 giugno scriveva all’imperatore: — La maestà vostra deve ricordarsi di quel tanto che a questi dì le scrissi, in proposito di unire con questo Stato quel di Parma e di Piacenza, e del disegno che mi si offriva di rubar Piacenza, nel qual disegno interveniva per capo il conte Giovanni Angosciola principale di quella città, e per mezzo di Luigi Gonzaga suo cognato trattava seco di questa pratica. Il qual conte Giovanni mostrava allora di moversi in ciò principalmente per servizio di vostra maestà, e di voler esporsi a questo pericolo per mostrare la volontà che aveva di servirla. Ma ora aggiungendosi nuova cagione a questo suo disegno, cioè il desiderio ch’egli ha di liberare la patria della soggezione e tirannide di Pierluigi, non può lasciar di persistere e perseverare nel medesimo disegno, essendo d’accordo egli con quattro altri principali della città, i quali si tirano dietro tutto il resto, e uniti e collegati sotto la fede datasi di far rivoltare la città, e di prender la persona di Pierluigi, e occupare la cittadella, e darla in potere di vostra maestà. E non domandano altro, salvo che dopo il fatto siano soccorsi da me con quel numero di gente che avran bisogno per difesa della città».
[324]. Esso don Ferrante scriveva ai congiurati che l’imperatore «vorrebbe non si ponesse mano nella persona del duca... e che aggradiva di buon animo quanto faceano, e non mancherà di riconoscere questo segnalato servizio». Anche sulla vita del duca non faceva gran caso don Ferrante, e scriveva a Carlo V: — Morto ch’egli fosse, mi parria che poco caso si avesse a far di lui»; e dice solo aver raccomandato si risparmiasse Ottavio genero dell’imperatore, «benchè in caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile a poter assicurare una persona».