[331]. Lettere di Principi a Principi, tom. II. p. 149.

[332]. Al ritorno, Enrico II lo trattiene cinque ore d’orologio a raccontare tutti gli accidenti dell’assedio, soprattutto stupendosi come egli, collerico e impetuoso, avesse potuto accordarsi con una gente straniera e puntigliosa; e Monluc gli rispose: — Un sabato andai sul mercato, comprai un sacco e una corda per legarne la bocca; e portato che l’ebbi in camera, bruciai una fascina, e preso il sacco vi chiusi dentro tuttavia mia ambizione, la mia avarizia, li miei rancori privati, la mia lascivia, la mia ghiottoneria, la mia poltroneria, la parzialità, l’invidia, le mie particolarità e umori di guascone, tutto insomma quel che potrebbe pregiudicarmi nel servigio di vostra maestà; e legato ben bene il sacco, tutto buttai al fuoco». Per le ferite avute a Siena restò così sformato, che portò sempre una maschera. Nella strage di San Bartolomeo e nelle guerre civili mostrò tal ferocia, ch’era intitolato il boja reale; e non che scusarsene e’ se ne vanta, quasi ciò sia inevitabile. Sul suo sepolcro fu scritto, a imitazione di quello del magno Trivulzio a Milano:

CI-DESSOUS REPOS LES OS

DE MONLUC QUI N’EUT ONC REPOS.

[333]. Il ne sera jamais, dames sienoises, que je n’immortalise vostre nom, tant que le livre de Monluc vivra: car à la verité; vous estes dignes d’immortelle louange, si jamais femmes le furent. Au commencement de la belle resolution que ce peuple fit, de defendre sa libertè, toutes les dames de la ville de Siene se departirent en trois bandes: la première estoit conduite par la signora Forteguerra, qui estoit vestue de violet, et toutes celles qui la suivoient aussi, ayant son accoustrement en la façon d’une nymphe, court etmonstrant le brodequin; la seconde estoit la signora Picolhuomini, vestue de satin incarnadin, et sa troupe de mesme livrée; la troisième estoit la signora Livia Fausta, vestue toute de blanc, comme aussi estoit la suite avec son enseigne blanche. Dans leurs enseignes elles avoient de belles devises: je voudrois avoir donné beaucoup à m’en resouvènir. Ces trois escadrons estoient composez de trois mil dames, gentils-femmes ou bourgeoises. Leurs armes estoient des pics, des pelles, des hottes et des facines. Et en ceste equipage firent leur monstre, et allerent commencer les fortifications. Monsieur de Termes, qui m’en a souvent fait le compte (car je n’y estois encor arrivé) m’a assuré n’avoir jamais veu de sa vie chose si belle que celle là. Je vis leurs enseignes depuis. Elles avaient fait un chant à l’honneur de la France, lors qu’elles alloyent à leur fortification. Je voudrois avoir donné le meilleur cheval que j’aye, et l’avoir pour le mettre icy.

Et puisque je suis sur l’honneur de ces femmes, je veux que ceux qui viendront après nous admirent et ce courage et la vertu d’une jeune Sienoise, la quelle, encore qu’ elle, soil fille de pauvre lieu, merite toutesfois estre mise au rang plus honorable. J’avois fait une ordonnance au temps que je fus créé dictateur, que nul, à peine d’estre bien puny, ne faillit d’aller à la garde à son tour. Ceste jeune fille voyant un sien frere, à qui il touchoit de faire la garde, ne pouvoit y aller, prend son morion, qu’ elle met en teste, ses chausses, et un colet de buffle: et avec son hallebarde sur le col, s’en va au corps de garde en cest equipage, passant lors qu’on leut le rolle sous le nom de son frere: fit la sentinelle à son tour, sans estre cogneue jusqu’ au matin, que le jour eut point. Elle fut ramenée à sa maison avec honneur. Monluc, Mémoires.

[334]. Ap. Ricotti, Compagnie di ventura, IV. 264.

[335]. «Dei Lucchesi non bisogna parlare, che stanno come la quaglia sotto lo sparviere, e sempre con questa ansietà d’animo di non andare nelle mani del duca, che li circonda collo Stato suo. Ma il duca che non vede come averli in modo da essere padrone assoluto degli uomini e dei capitali, li quali sono per la maggior parte in mercanzie e denari contanti sopra cambj, e che conosce che ogni minimo moto saria un disertar quella città, perchè i cittadini se ne partiriano abbandonando con le facoltà loro la patria, come fecero i Pisani, e che vede così esser difficile non ad impadronirsi di quella città che in un soffio se la faria sua, ma ad impadronirsi degli uomini che sono quelli che fanno gli Stati, li lascia nei loro termini viver quieti, ma sì ben sempre in timore; sì che eziandio in questo modo, lasciandoli nella loro libertà, gli sono si può dire soggetti». Relazione dell’ambasciatore veneto Vincenzo Fedeli nel 1561.

[336]. «Sono i Senesi molto accomodati, e tutti hanno del proprio, e non attesero mai ad industria alcuna se non a quella dell’agricoltura, vivendo molto delicatamente e spensieratamente; e le donne tutte vivaci e piene di spirito e di lussuria (lusso) erano quelle che facevano la città molto più bella e dilettevole. Ma gli uomini sempre divisi, e in parte fra loro contendendo insieme fino al sangue, e tagliandosi a pezzi, hanno fatto che si sono ridotti in servitù: sebbene dicano pubblicamente che, perfino non saranno tocchi con le gravezze e con le angarìe dalle quali sono liberi, staranno nei termini; che altrimenti saranno quelli medesimi che sono stati sempre, desiderosi di cose nuove, il che conoscendo ed intendendo, il principe va ponendo loro il freno per levarli d’ogni ardire, ed abbassarli quanto più può». Relazione predetta dell’ambasciadore Fedeli, che è bellissimo ritratto dei primordj del principato mediceo. Descritti i naturali vantaggi di Firenze, prosegue: — Ma a questo quadro si aggiunge un rovescio molto oscuro e tenebroso, in considerare come tante nobilissime e ricchissime famiglie, piene di tanti onorati uomini, soliti a viver liberi ed a governare un sì bello Stato, il quale era pur loro per natura, si veggono ora da un solo e da un loro cittadino dominati e governati; e di liberi e di signori che erano, fatti servi, che a vederli solamente se gli conosce manifestamente l’oppressione dell’animo; che non so qual maggiore calamità di questa si possa vedere, di una città dove quello che era di tutti è ora di un solo, il quale colla potenza del principato tiene in sua mano e le ricchezze pubbliche e le private». E l’attribuisce a castigo di Dio per le ingiustizie che la democrazia fiorentina aveva commesse. Relazioni degli ambasciadori veneti; serie 2ª, vol. I. pag. 327.

[337]. È famosa nei fasti della tirannide la legge Polverina, dell’11 marzo 1548, stesa da Jacopo Polverino auditore fiscale. Considerato l’immenso danno che deriva dalle macchinazioni contro i principi, e sebbene i rei «sieno stati in Firenze in diversi tempi puniti, non solo essi autori di così crudeli flagizj, ma etiam li loro proprj figliuoli e discendenti e di relegazioni e di esilj e di confiscazioni, e non tanto dei loro beni liberi, ma etiam de’ sottoposti a qual si voglia spezie di fideicommissi e d’obbligazioni, e che siano per tal conto i detti figliuoli e discendenti, per pena de’ paterni delitti, stati fatti inabili, e sieno stati privi in perpetuo di tutti gli officj, onori, dignità e commodi di essa città, e fatti incapaci di ogni successione»; non vedendo però correggersi con ciò i riottosi per diabolica istigazione, il duca provvede alla felicità dello Stato collo stabilire che