«Confinando assai con lo Stato della Chiesa, non può avere il duca maggior disturbo se non da quella banda; chè nessun altro principe gli può far guerra offensiva, nè solo nè accompagnato con altri, se non ha la comodità delle vittovaglie e delle monizioni da quello Stato. Nè bisogna pensare che in Toscana vi possa durare molto un esercito grosso; perchè il duca ha introdotto un bell’ordine ne’ suoi Stati in tempo di pace, acciocchè in tempo di guerra e quando bisogni non patiscano, e non si renda difficile l’osservarlo; e l’ordine è questo: che tutti li grani e tutti li vini, subito fatti i raccolti, si portano e si conducono nella città e luoghi forti, e li contadini e gli uomini di campagna ne vanno poi a pigliare per li loro bisogni di tempo in tempo; e di quello che entra e di quello che esce se ne tiene particolar conto, e tutto passa per bollettini e licenze senza alcuna spesa; di modo che sempre la campagna è vuota, e le terre, città e luoghi forti sono pieni; e mai, arrivato colui che facesse in ciò fraude: ma è tanto il terrore, che non vi è alcuno che ardisca contraffare agli ordini dati.

«E questa cosa di far monti di provvisioni cammina con tanta esattezza e così facilmente, che il principe sa sempre a dì per dì fino a un granello quanto vi sia in ogni luogo, premiando gli accusatori, e castigando li trasgressori gravissimamente: e con questi modi s’assicura dalli potenti eserciti, e delli minori non teme, per aver il modo di cacciarli e di romperli».

[341]. Quelle lettere furono pubblicate a Berlino nel 1848 da G. Heine col titolo Cartas al emp. Carlos V en les anos del 1530-32.

[342]. Ivi condusse seco Giovanni Torriano cremonese, oriolajo e meccanico valentissimo, che Famiano Strada qualifica l’Archimede di quel tempo, e che inventò la macchina, da cui a Toledo l’acqua del Tago è sollevata fino alla cima d’Alcazar; faceva automi ingegnosissimi, ed eseguì l’orologio pubblico di Pavia con mille cinquecento ruote, che indicava i movimenti dei pianeti.

[343]. Aveva per banchieri i Fugger d’Augusta, negozianti ricchi quanto già i Medici e gli Strozzi di Firenze, e che come questi proteggevano le arti, raccoglievano libri, iscrizioni, letterati, onde Roberto Stefano gloriavasi del titolo di stampatore di Ulrico Fugger. Questa casa fin dal secolo precedente nelle sue corrispondenze facevasi mandare informazioni di tutti i fatti; le quali si cominciarono a stampare col nome di Ordinari Zeitungen e Extraordinari Zeitungen, origine della famosa Gazzetta universale d’Augusta. Dovendo Augusta pagare ottantamila fiorini d’oro, quella casa li fece coniare. Carlo V li teneva carezzati, alloggiava da loro, e nel 1530 tornando d’Italia, si scusava di non poter ancora soddisfare le cambiali che aveva ad essi rilasciate; e al tempo stesso dolevasi che, quantunque fosse giugno e in Italia estate spiegata, colà si sentisse ancor freddo: allora i Fugger gli accesero il camino colle cambiali stesse di lui, e con legni di cannella che costava due zecchini la libbra. Teneano sempre un di loro famiglia a Venezia per assistere al banco che vi aveano nel fondaco de’ Tedeschi; ed Enrico III, quando passò da Venezia nel 1574, andò a fargli visita.

[344]. Segni, Storie fiorentine, lib. XL. — Un dì, liberamente ragionando meco, sua maestà mi ha detto essere di natura fermo nelle opinioni sue. E volendolo io scusare, dissi: — Sire, l’esser fermo nelle opinioni buone è costanza, non ostinazione»; ed egli mi rispose subito:. — E qualche volta son fermo nelle cattive». Relazioni di Roma di Gaspare Contarini.

[345]. Noris, Guerra contro Paolo IV, lib. I. pag. 6.

[346]. Vedasi il giornale delle lettere di Bernardo Navagero al senato veneto, sotto il 21 maggio e 28 giugno 1557.

[347]. Noris, lib. cit., pag. 11.

[348]. Nella Relazione letta in senato da Giovanni Michiel, reduce dall’ambasceria di Francia il 1561, leggiamo: — In secreto la regina (Caterina) non può addolcir l’animo verso del duca Cosmo, ancorchè sia della medesima casa, e lo veda accrescere e farsi ogni dì più grande; chè non solo la grandezza sua non gli piace, ma, per contrario, ognora gli è più molesta: e la causa non si sa se sia ingiuria privata ricevuta dal duca (oltre la pubblica d’aver accordato col re dopo la presa di Siena col mezzo del cardinal di Tornone, e poi, senza occasione, rotto la capitolazione, essersegli dichiarato nemico), o sia per istigazione de’ molti fuorusciti fiorentini che sono in Francia, che accendono a tutte le ore essa regina all’odio del duca e alla restituzione della libertà, della quale in pubblico e in secreto (o finga o sia da vero) ella ne mostra grandissimo desiderio. E so dire a vostra serenità, per relazione di persona atta benissimo a saperlo, che subito ch’ella seppe che vi era principio di diffidenza tra il re di Spagna e il duca, diede in commissione con una scrittura di sua mano alla regina sua figliuola, nel mandarla a marito, di fare per parte sua quel peggior uffizio che potesse contro esso duca. E tra le altre cose perchè desiderasse vedersi col re Filippo, era per confirmar meglio quel re ad averlo in disgrazia, ed esortarlo alla ruina sua. E per confirmazione di questo, so che quando da più vie si divulgò in Francia che l’imperatore, con permissione del re Filippo, era per dimandar la restituzione di Siena al duca, andati alcuni gentiluomini fiorentini alla regina per dirle che aveano deliberato, se così le paresse bene, d’andar un di loro in Ispagna per raccomandare con quest’occasione a quel re le cose loro, e metterle innanzi molte sorte di partiti per offesa del duca, la regina non solo li laudò, ma disse che daria loro efficacissime lettere di sua mano. Ed essendole poi detto dalli medesimi, che temevano di non aver ad essere scoperti e impediti dal duca, perchè, intendendolo, i signori di Guisa l’avriano fatto saper al duca di Ferrara, e lui a Fiorenza, per il parentato e unione che è tra loro: — No, no (disse la regina), a questo io rimedierò benissimo, che i Guisa non lo sapranno, e se «lo sapranno, si guarderanno benissimo di non offendermi». Consideri ora vostra serenità se con questo mal animo della regina, e con l’autorità che ha, se venisse occasione d’offenderlo, si restasse di farlo».