Condannare un frate non si poteva senza licenza del papa, il quale domandatone, chiese gli fosse consegnato il Savonarola; ma la Signoria ne volle in Firenze il processo, presenti due giudici ecclesiastici. Tribunale di tutti nemici, eppure non trova titolo a condannarlo, quantunque un ser Cecconi falsificasse le deposizioni; e un de’ giudici dicesse, — Un frate di più o di meno cosa importa?» Stirato sulla tortura perchè confessasse menzognere le sue rivelazioni, appena tolto dall’eculeo smentiva le calunnie estortegli, e — Non ho mai detto di credermi ispirato, bensì di fondarmi sopra le sante Scritture; non cupidigia, non ambizione mi mosse, ma desiderio che per opera mia si convocasse il concilio, e i costumi si riformassero a similitudine dei tempi apostolici»[62].
Avea quarantacinque anni (1498), e nel mese di prigionia scrisse l’esposizione del Miserere, che nel commentare gli altri salmi avea tralasciata, dicendo serbarla pel tempo delle sue calamità. Condannato al fuoco (23 maggio) con frà Domenico e frà Silvestro Maruffi, allorchè il vescovo, sconsacrandoli, intimò che li separava come eretici dalla Chiesa, frà Girolamo soggiunse — Dalla militante», colla fiducia d’entrare nella trionfante. Detto loro che sua santità li liberava dalle pene del purgatorio e concedeva indulgenza plenaria de’ loro peccati, e domandato se l’accettassero, chinarono il capo e dissero, Sì. Ultimo e senza smentire il suo coraggio frà Girolamo andò al patibolo. Il vento parve un istante impedire le fiamme, sicchè già la plebe gridava Miracolo; e mentre alcuni il bestemmiavano come impostore e demagogo, altri perseveravano a venerarlo come santo; e subito si videro «uscire dei pubblici scritti, delle significanti pitture, delle medaglie che lo van decorando dei titoli più gloriosi» (Bartoli). Allora gli Arrabbiati trionfanti perseguitarono molti come seguaci di lui, fra i quali Nicolò Machiavelli condannato in ducencinquanta fiorini; il titolo di Piagnone divenne un insulto; e parvero liberalismo la scostumatezza e la superstizione, cui il frate avea fatto guerra[63].
Il Savonarola fu un martire della verità anticipata? fu un profeta?[64] fu un gran patriota? un gran democratico? un precursore della riforma religiosa? o un allucinato? un impostore?
Per quanto lo negasse quando gliene fu fatta colpa, egli disse veramente, e probabilmente credette essere ispirato da Dio ad annunziare la verità e l’avvenire, e — Se un angelo di Dio venisse un giorno a contraddirmi, non gli credete, perchè è Dio medesimo che parlò»[65]. Chi però conosce gl’impeti delle anime poetiche, lo taccerà d’impostore? e tanto più in tempo che queste comunicazioni fra il cielo e la terra teneansi come consuete? Fin da’ primordj una Bresciana gli scrisse preconizzandogli il suo avvenire; frà Angelo da Brescia avea veduto la testa di lui circondata da aureola; quando le sciagure annunziate piombarono sull’Italia, potè credere egli stesso d’averle conosciute per lume superno; e allora alla prudenza umana aggiuntasi l’ispirazione, interposto Iddio fra il pensier suo e la sua persona, pigliò confidenza in sè e baldanza nell’operare. Ma ambizione personale non mostrò, non cercò propagare le sue persuasioni colla forza, sibbene coll’esempio, vale a dire che credeva alla potenza del vero. In filosofia come in politica ritraeva direttamente da san Tommaso, e innanzi tutto proponeasi la correzione de’ costumi; ma avea voluto guidare i popoli per mezzo della passione e delle moltitudini, e, inevitabile vicenda, vi soccombette.
L’uccisione di lui però fu politica anzi che religiosa, e Lutero ebbe torto di farsene un precursore[66], giacchè le azioni sue lo mostrano piuttosto un uomo del medioevo che della Riforma, elegia del passato piuttosto che tromba dell’avvenire. Ben è vero che, non essendo riuscito a rintegrar quel passato, potè servire d’incentivo a quei che sorsero ad abbatterlo; come uccide il corpo un medicamento che non bastò a guarirlo. Se non fu eretico, però disobbedì, e sostenne che uno scomunicato può ancor predicare e celebrare; ma delle opere di lui fu approvata la stampa, e solo più tardi ne fu messa all’Indice qualcuna. Poco dopo il supplizio, Raffaello il dipingeva nelle sale Vaticane fra i dottori della Chiesa; in Santa Maria Novella era ritratto fra le lunette che rappresentano Cristo predicante e san Domenico nascente; allorchè si trattò di beatificare Caterina de’ Ricci che lo invocava nelle sue orazioni[67], tornò in disputa la bontà di fra Girolamo; e Filippo Neri, che ne serbava in camera il ritratto, pregava Iddio non ne fosse riprovata la memoria. E non fu: anzi si sparsero e si tennero per le case immagini e medaglie, ov’era intitolato dottore e martire; e per più di due secoli, nell’anniversario dell’esecuzione di lui, i giovani spargeano la fiorita sul luogo che ne fu infamato[68].
Il giorno che a Firenze dovea farsi il giudizio di Dio col fuoco, in Amboise moriva di colpo Carlo VIII ventottenne. Non lasciando figliuoli, succedeagli Luigi XII duca d’Orléans, che educato a lubricità e stravizj, sempre bisognoso d’un favorito, e incapace di lunga applicazione, per destati tumulti venne lungamente tenuto in gabbia di ferro. Ma salendo al trono immegliò, protesse i diritti dei più in modo che fu detto padre del popolo. Come signore d’Asti già teneva un piede in Italia; e nella coronazione (1498 27 magg.) fecesi dall’araldo gridare duca di Milano e re delle due Sicilie e di Gerusalemme, come discendente da Valentina Visconti ed erede degli Angioini.
Giova ripetere che Valentina, generata da Gian Galeazzo in Isabella di Francia, avea nel 1489 sposato Luigi d’Orléans fratello del re Carlo VI; e i Francesi, che sempre ci rinfacciano alcune triste regine di casa italiana, dimenticano questa che portò all’ancor rozza Corte la coltura nostra, valse tanto a consolare la misera follìa del cognato Carlo, nobilmente amò il marito; lui morto, adottò per divisa Rien ne m’est plus, Plus ne m’est rien; e a vendicarlo nelle infelici capiglie de’ Borgognoni e Armagnacchi allevò il figlio Carlo, il quale fu il primo che con eleganza e facilità esprimesse in versi francesi idee graziose e sentimenti veri, governati dalla malinconia naturale ad un uomo che tanti anni passò prigioniero degl’Inglesi.
Carlo fu padre di Luigi XII e di Giovanni d’Angoulême, del quale i discendenti anch’essi vennero poi al trono. Luigi pretendeva dunque al Milanese, usurpato dagli Sforza; e sebbene questo Stato non passasse regolarmente di padre in figlio e tanto meno in donne, la politica interna e la esterna il persuadevano a impadronirsene, per dare esercizio alle forze irrequiete de’ suoi, proteggere le frontiere meglio che con fortezze, e impedire che le piccole signorie d’Italia contrastassero l’ingrandire della francese. Le ire degli Italiani, rincrudite dalla calata di Carlo, lo favorirebbero nella speranza di sfogarsi.
Alessandro VI perseguitava gli Orsini, chiaritisi per Francia. L’avere Carlo VIII per grossa somma rimesso ai Fiorentini le fortezze occupate, stimolò le gelosie altrui; sicchè i Veneziani e Lodovico il Moro contro di loro sostennero Pisa, che ostinatissima si difese. Paolo Vitelli, valoroso inesorabile che l’assediava, uccideva le sentinelle che trovasse addormentate, levava gli occhi agli archibugieri che facesse prigioni e le mani ai bombardieri, in esecrazione delle nuove armi; eppure non essendo riuscito a prenderla, cadde in sospetto dei Fiorentini, che processatolo alla corda, il decapitarono; ma con ciò si resero nemici tutti i condottieri, a troppo lor costo[69]. Anche ai Genovesi venne fatto d’impossessarsi di Sarzana, ai Lucchesi di Pietrasanta; l’implacabile cardinale Della Rovere minacciava Genova sua patria e il papa suo emulo: insomma dappertutto combatteano Italiani contro Italiani, colle lentezze della tattica antica, invelenita dalla fierezza imparata dagli invasori.
Fra i potentati primeggiava il Moro. Il suo Stato era de’ più floridi, e Commines dicea non averne mai visto uno più bello e di maggior valuta, giacchè si potrebbe cavarne cinquecentomila ducati l’anno, restando i sudditi ricchi anche troppo e contenti, mentre il duca ne traeva seicencinquanta e fin settecentomila[70]. Lodovico, secondo l’andazzo, proteggeva le lettere e radunava ingegni elettissimi: Franchino Gaffuri da Lodi musicante; Gabriele Pirovano e Ambrogio Varese medici e astrologi; i letterati Emilio Ferrari novarese, Giorgio Merula alessandrino, Alessandro Minuciano pugliese, il quale a Milano piantò stamperia in casa, e a proprie spese fece stampare Orazio e la prima volta tutte le opere di Cicerone, come Dionigi Nestore vi stampò un dizionario latino: Andrea Cornazano che cantò in terzine l’arte militare; lo storico e giureconsulto Donato Bossi, Pòntico Virunio (Lodovico da Ponte) erudito e matematico, Antonio Fileremo Fregoso genovese, Gaspare Visconte, Nicola da Correggio facevano gara di lodare il principe, al quale da Firenze applaudiva Angelo Poliziano; Jacopo Antiquario di Perugia, famoso latinista, gli serviva da segretario; da uffiziale delle milizie Andrea Bajardo parmigiano, autore del romanzo Adriano e Narcisa e di molte rime in volgare; Luca Paciólo gli dirigeva la sua opera matematica «ad ornamento de la sua degnissima biblioteca de inumerabile moltitudine de volumi in ogni facultà e doctrina adorna»; Bernardo Bellincioni fiorentino era il suo poeta laureato; suoi storici Bernardino Corio e Tristano Calco, mentre Nicolò Scillacio messinese raccontava il viaggio di Cristoforo Colombo, trasmessogli in lettera spagnuola da Guglielmo Como (1494). Aperse un teatro, formò un’accademia d’arti belle e scienze, ampliò la fabbrica dell’Università di Pavia, preparò a Milano il Lazzaretto, disegno forse di Bramante, il quale invitato da lui con cinquemila ducati di stipendio, eresse la tribuna e la cupola delle Grazie, il vestibolo di San Celso, la sacristia di San Satiro, il chiostro di Sant’Ambrogio, mentre Leonardo da Vinci, chiamato collo stipendio di duemila ducati, dipingeva la mirabile Cena alle Grazie, modellava il colosso equestre di Francesco Sforza, nel nuovo canale della Martesana applicava i sostegni che noi chiamiamo conche, e fondava una scuola pittorica da cui uscirono i Luini, Cesare da Sesto, Marco d’Ogino, il Lomazzo, il Salaini, il Boltraffi.