«Questo glorioso e magnanimo principe in Milano fece ornare il castello di Porta Zobia di mirabili e belli edifizj, e la piazza ch’è innanzi fece aggrandire; nelle contrade della città tutti gli ostacoli fece tor via, e le facciate fece dipingere, ornare e imbellire; e il simile nella città di Pavia; per il che, come prima erano dette brutte e lorde città, adesso si ponno dire bellissime. E Vigevano, stanza molto dilettevole a’ signori, fece aggrandire ed ornare di molti degni e belli edifizj, e vi fece fare una bella ed ornata piazza, e tutta la terra fece selciare e imbellire; e vi fece fare un parco, dove mise molte selvaggine, a piacere e ricreazione: fecevi anche fare alcuni bellissimi giardini; e perchè quel paese era molto arido e secco, vi fece fare alcuni acquedotti, con grande artifizio ed ingegno; per modo che tanta abbondanza di acqua conducono, che molte belle e buone possessioni fece fare in quei terreni che prima erano sterili e di poco frutto, e al presente sono abbondantissimi»[71]. Attese anche a riformare gli statuti, e dilatò la coltura della pianta di cui portava il nome.

Ingegno operosissimo ed animo basso, incompiuto nelle buone come nelle triste qualità, Lodovico, alla guisa de’ moderni, credeva che l’abilità fosse tutto, confidava di potere colla politica destrezza dirigere le sorti italiane, e dava negli sbagli di chi troppo sottiglia. Avea creduto che Carlo VIII dovesse professarsegli obbligato; che Pietro Medici e gli Aragonesi fossero abbattuti ma non disfatti, i Veneziani intimoriti, tutti attoniti della potenza di lui; durante la reggenza della duchessa Bianca, sperava ciuffare il Piemonte mediante intelligenze col marchese di Saluzzo e il signore di Valperga, e così unire tutta l’alta Italia. Ma la valanga smossa rotolò diversamente da quel ch’egli divisava, e mentre si facea bello di avere, colla propria astuzia, chiamato e respinto Carlo, puniti e rialzati gli Aragonesi, e vantavasi che «Cristo in cielo e il Moro in terra sanno il fin di questa guerra»[72], si trovò sopraffatto da pretensioni, di cui non s’era adombrato quando invitò i Francesi; onde movea nuovi scacchi, rinterzava trattati e alleanze, e per seguire la guerra e stare sul vantaggio mescolava un nuovo potentato nelle vicende italiane, invitando Massimiliano cesare a venir qui per la corona.

La caduta della casa di Borgogna (pag. 57), come arrotondò la Francia, così assodò la grandezza di casa d’Austria, poichè l’arciduca Massimiliano, sposando Maria figlia di Carlo il Temerario, ereditò i Paesi Bassi, aggiungendoli ai dominj aviti dell’Austria, Stiria, Carintia, Carniola, Tirolo, Svevia, Alsazia, ed ebbe anche la corona imperiale. Bello di persona, vivace e piacevole di modi, cultore delle arti e delle lettere, ardito, cavalleresco, era improvvidissimo amministratore, e in tempo che il denaro acquistava suprema importanza, trovavasene sempre tal carestia, che i nostri lo chiamavano Massimiliano Pochidenari; per buscarsi trecentomila scudi di dote sposò Bianca Sforza, nipote del Moro; vendeva privilegi e titoli, e diritto di legittimare bastardi, e fin di creare poeti[73]. Fallendogli dunque i mezzi, interrompeva di botto le imprese che aveva assunte sprovvedutamente; di nuove ne pigliava sol per avere un pretesto d’abbandonare le vecchie; trescava negli affari altrui per iscusarsi di negligere i proprj; grandi intenti enunciava, e non ad uno riusciva; nascondeva i propositi onde non discuterli con chi che fosse; venuto poi l’istante di eseguirli, si lasciava scoraggiare dalla prima opposizione.

Casa d’Austria fu in ogni tempo pertinacissima a voler ricuperare ciò che abbia una volta posseduto; laonde Massimiliano ritentò sottomettere gli Svizzeri. I quali gli mandarono dire: — Altezza, noi siam gente grossolana, e potremmo mancare ai riguardi dovuti ad una corona»; egli non badò all’avviso, ma sconfitto, dovette ricorrere alla mediazione del duca di Milano. E gli Svizzeri, redentisi colla prima guerra dalla casa d’Austria, e con questa dall’Impero, si allearono a Francia, provvedendola di soldati che divennero funesti al Tedesco, e che aborrivano il duca di Milano perchè vietava di portare dalla Lombardia vittovaglie per la Svizzera.

Massimiliano credette inutile la coronazione a Roma, e s’intitolò imperatore eletto de’ Romani, col che pareva volesse tenersi scevro dalle cose nostre: ma diede ascolto al Moro suo zio, che gli prometteva duecentomila fiorini se lo titolasse re di Milano. Scese dunque dal Tirolo per la Valtellina (1496); ma con sì tenui forze, che chi non volle obbedirgli, non potè esservi costretto; egli medesimo vergognandosi cercava strade appartate, e sfuggiva le città per non restar mortificato dalle accoglienze.

Pisa era sempre la mira delle armi e de’ maneggi; i Fiorentini la voleano per l’antico possesso; il Moro la bramava come unico ristoro alla mal consigliata guerra; viepiù Venezia, che già tenendo numerosi posti nella Puglia, coll’assidersi a Pisa sarebbesi trovata unica signora del Mediterraneo. Anche Massimiliano vi pensava come a città dell’impero; e fornito di qualche denaro e d’una flotta dai nemici di Firenze (1498), assediò Livorno; ma ben presto dovette, secondo il solito, levarsi dall’impresa e tornare in Germania, qui lasciando sempre più bassa idea di sè.

Il Moro non n’aveva ottenuto che titoli per sè e pei figliuoli, e promessa di migliaja d’armati, in ricambio della promessa di milioni di denari; onde tornò a movere ogni ordigno per impedire che i Fiorentini si accordassero con Venezia, com’erano in pratica, e non le abbandonassero Pisa[74]: ma i Veneziani, che pur professavano una politica affatto italiana[75], imitando quel che nel Moro aveano altamente disapprovato, non esitarono a suscitargli un antagonista, col trattato di Blois (1499 15 aprile) riconoscendo Luigi XII duca di Milano e re di Napoli, a patto che loro cedesse Cremona e la Geradadda, e le città da essi tenute nella Puglia. Luigi, desiderando sciogliere le odiose sue nozze con Giovanna figlia di Luigi XI, e sposare Anna vedova del suo predecessore erede della Bretagna, accarezzava a tal fine Alessandro VI, che col favore di lui sperava ingrandire la propria famiglia.

Il Moro vedendo addensarsi il nembo, vi si preparò. La guerra non faceasi che per mezzo di condottieri, quali allora Baglione di Perugia, Marco Martinengo da Brescia, Galeazzo di Sanseverino, Appiano di Piombino, Virginio Orsini famoso indugiatore e maestro de’ migliori combattenti, Camillo Vitelli che avea inventato gli archibugieri a cavallo, Bartolomeo d’Alviano degli Atti di Todi, Paolo Vitelli di Civita di Castello, e suo fratello Vitellozzo. Su cotesti dovea far capitale Lodovico: ma i Romagnoli erano costretti rimanere a casa per ischermirsi dagli attacchi del papa, ostinatosi ad abbattere que’ contumaci castellani: de’ suoi alleati, Massimiliano era occupato contro gli Svizzeri; e poi, che bene ripromettersene? Federico di Napoli pensava a rifarsi de’ sofferti disastri. Mancangli i Cristiani? ed egli ricorre ai Turchi, e invita Bajazet II, mettendogli in sospetto Venezia e la Francia. Bajazet mandò nel Friuli Scader bascià di Bosnia (29 7bre), che devastò sino alla Livenza, facendo grandissimo numero di prigionieri; e perchè se ne trovava imbarazzato nel ripassare il Tagliamento, scelse i migliori, gli altri trucidò. Più odioso ne diveniva cotesto incessante sommovitore d’Italia; onde si esultò all’udire che i Francesi discendevano numerosi.

Dei condottieri milanesi i più rinomati erano i Dal Verme e il Trivulzio. Jacopo Dal Verme, che vedemmo (Cap. CXII) segnalarsi al servizio di Can Signorio, poi di Gian Galeazzo, del quale fu mandestra, n’ebbe in feudo amplissimi possessi nelle Langhe trasmontane, nel Piacentino, nel Pavese, nel Veronese, nel Vicentino; e Piacenza, Milano, Pavia, Verona si disputarono l’onore di dare la cittadinanza a quella famiglia. Luigi suo figlio spiegò valore combattendo pe’ Veneti e pe’ Fiorentini; dalla Repubblica Ambrosiana passò a Francesco Sforza, e aggiunse altri feudi ai paterni. Suo figlio Pietro ebbe onori e cariche dagli Sforza, ma Lodovico il Moro pensò torlo di vita sì per gelosia, sì per occuparne i vastissimi possessi che il faceano pari a un sovrano; morì in fatto di veleno il 1485, e subito le sue terre vennero tratte al fisco. Marcantonio figlio di lui come contumace fu condannato a morte; ma all’avvicinarsi dei Francesi, Lodovico cercò cattivarselo, e gli restituì i beni, donde egli levò truppe per soccorrerlo[76].

Terribile avversario restava Gian Giacomo Trivulzio. Principalissimo nella guerra del 1483 contro i Veneziani; poi sbandito per gelosia del Moro, servì a re Ferdinando contro i baroni e al papa contro Carlo VIII, meritando il contado di Belcastro; passato quindi al re di Francia, n’ebbe il ducato di Melfi, la contea di Pezenasco, e il titolo di capitano generale, colla condotta di cinquecento cavalli e la provvigione di duemila ducati, e adottò come propria la nazione che lo assoldava. Nelle precedenti condotte più volte egli avea mantenuto del proprio gli eserciti, lasciati sprovvisti dai principi, ed erasi acquistata terribile rinomanza di superbia e di severità militare. Nell’esercito della Lega dell’83, i saccomanni, che sempre numerosissimi seguivano gli accampamenti, svogliati dal rigore di lui, fecero tra sè un’intesa, ponendosi a capo un papa con cardinali, arcivescovi, vescovi di loro creazione; e al grido di falcetta, doveano dar nell’armi e uccidere chi gli affrontasse; e così metteano a ruba e taglia le vicinanze. Il Trivulzio, per dissipare la masnada, quanti ne cogliesse facea impiccare, e fin di propria mano andava a trucidarli. Tali erano gli eserciti, tali i capitani.