Vero è che il Trivulzio seppe anche perdonare; a un assassino appiattatosi per ucciderlo non fece male; a una ribaldaglia di Spagnuoli che, non ricevendo le paghe, congiurarono rivoltarsegli, distribuì le paghe del proprio. L’aver mutato spesso bandiera e servito i forestieri contro la patria, è colpa comune ai capitani d’allora, che si consideravano indipendenti quant’oggi i re nelle loro alleanze: ma anche dopo gli elogi asseritigli da un valente biografo, non sappiam vedere in lui che un soldato; e poniamo che della forza non abbia fatto il brutale abuso che poteva, il titolo di Magno potrebbe convenirgli solo se avesse militato per la causa nazionale.
Il Moro l’avea fatto appiccare in effigie come traditore, ond’egli accannito a vendicarsi, non meno col valore che colle intelligenze in pochi giorni prese Varese e Tortona, lasciando saccheggiare alla scapestrata; mentre Galeazzo Sanseverino, cui il Moro suo suocero avea fidate tutte le forze, benchè appoggiato all’importante fortezza d’Alessandria, fuggì senza aspettare il nemico, traditore o codardo. I Veneziani intanto arrivavano a Caravaggio e a Lodi: benchè il duca avesse tentato riguadagnare i cuori coll’esporre la propria condotta e i delitti che non avea commessi, donare e restituir feudi ai signori, far le concessioni che nulla si valutano quando ispirate da paura, i Milanesi tumultuarono e uccisero il Landriano, ministro delle finanze. Esso duca sollecitava soccorsi da Massimiliano, promettendo cedergli la Valtellina e Bormio fin a Como; dal re di Napoli, mostrando ch’egli era la sua sentinella avanzata; e a Galeazzo Visconti suo ministro presso gli Svizzeri scriveva: — Non vi possemo explicare lo sterminio, il terror grande ove se trovamo; ma vedemo in un momento esser presa questa cità, e dreto il resto dello Stato, se grossissimo numero de gente non è qui in un subito. Non trovamo termini de parole, trovandone in questo caso come posseti extimare, conducti a serrarsi in questo castello, ove expecteremo la venuta della maestà sua che ne liberi; nè sapemo che altro far che morire»[77].
Abbandonato di soccorsi e di consiglio all’avvicinarsi dell’ora di Dio, mandò via i figliuoli e il tesoro col fratello cardinale Ascanio; e approvvigionato il castello di Milano e istituita una reggenza, vegliò la notte sull’urna di Beatrice d’Este, che dianzi l’avea lasciato vedovo, donna forse virtuosa, certo robusta, che aveva sostenuto il coraggio ed ispirato riverenza al marito, il quale il nome e il ritratto di lei pose sempre col suo negli atti, sulle fabbriche, ne’ quadri. Indi, non sentendo che imprecazioni rispondere alle lacrime e alle raccomandazioni sue, per Como e la Valtellina fuggì in Germania. Allora i capitani voltano casacca, il popolo sollevato manda a chiamare i Francesi e il Trivulzio, e in venti giorni il ducato cangia padrone senza stilla di sangue. Re Luigi XII arriva a cosa fatta; e avuto a tradimento anche il castello, entra pomposamente in Milano (2 8bre), ricantato portatore della pace e della libertà, e l’altre baje al solito.
Ma, al solito, i vinti dovettero pagar le spese; trecentomila ducati di contribuzione per essersi ribellati a Francia coll’accogliere il Moro; ai gentiluomini favorevoli a questo levate le case e le possessioni per dispensarle a sudditi o benevoli di Francia; la città pagherebbe l’anno cenventimila ducati. Il re però affettava popolarità coll’invitarsi a pranzo o a cena da questo o da quel signore, e levarne figliuoli al battesimo; restituì ai nobili il diritto di caccia, che gli Sforza avevano a sè riservato; sciolse i prelati dal dover somministrare ciascuno un bue alla mensa ducale; crebbe il soldo ai professori nella riaperta Università di Pavia, accolse letterati e artisti, armò cavalieri.
Più notevole è la riforma che introdusse pel governo, e che sopravvisse alle posteriori vicende; poichè il consiglio segreto e quel di giustizia, che stavano a fianco al principe, radunò nel senato, composto di sette togati, cinque militari e tre prelati, irremovibili, presieduti da un gran cancelliere, che custodiva i sigilli del re; tribunale supremo sul modello del parlamento francese, e che poteva sospendere (interinare) i decreti regj quando repugnassero ai diritti e al bene del paese.
Conoscendo il miglior modo di mascherare la servitù, Luigi pose tutti impiegati nazionali; avvocato fiscale Girolamo Morone, uno de’ più fini politici; presidente del senato Goffredo Caroli saluzzese, leggista insigne[78]; luogotenente il Trivulzio, al quale anche regalò la terra di Vigevano, in compenso delle artiglierie trovate in Milano che a lui sarebbonsi devolute, e che valutavansi cencinquantamila scudi; e fattolo anche maresciallo di Francia, gli diede arbitrio di mettere in piedi quattrocento lancie italiane, comandate da chi gli piacesse. Ma mentre la prima arte di un nuovo dominio è di conciliarsi tutti i partiti, il Trivulzio lasciò corso alle ire di esule, spietatamente gravò i nobili ghibellini, e non ricordossi di coloro per cui mezzo avea trionfato: provocava l’invidia con un lusso insultante, e alla venuta di Luigi fece coprire gran parte della rugabella, dove tenea palazzo, e del corso di porta Romana, e ornatala come una sala, vi banchettò mille commensali, tra cui cenventi signori e cinque cardinali, e prolungatosi il pasto nella notte, venne illuminata a giorno, finchè si terminò con maschere e balli.
I nobili, sdegnati d’ubbidire a un compatriota, interpretavano a dispetto ogni atto del traditore della patria, del tre-volti; e dal borbottare passando alla insurrezione, coprirono porta Ticinese di barricate, difesero Marco Cagnola di cui egli voleva abbattere la casa, tanto che fu costretto ad umili proposte. Il popolo che, suo stile, erasi immaginato i Francesi dovessero fare scorrere latte e miele, vedendo cangiata la frasca e non il vino, piagnucolava, e diceva traditori tutti quei che aveano abbandonato il Moro. Le libidini poi e le prepotenze de’ soldati francesi porgeano troppi appigli ai capi de’ Ghibellini, che esageravano e invelenivano.
Il Moro agli estremi avea reso in libertà Galeazzo figlio del suo predecessore, scaltrendo però Isabella madre di lui di non fidarlo ai Francesi: ma essa, per la comune illusione di guardar per amici i nemici de’ nemici nostri, pose il fanciullo in mano di re Luigi, che, più crudele dell’usurpatore, l’obbligò a monacarsi. Inoltre fin d’allora cotesti stranieri insultavano la nazione in ciò che ha di più nobile, le belle arti; e Carlo VIII moltissimi libri asportò dal regno di Napoli; Luigi XII mandò in Francia la biblioteca viscontea di Pavia, così facendo getto del maggior bene della Francia, la simpatia che essa ispira.
Il Moro, che d’oltr’Alpe, come Buonaparte dall’isola d’Elba, spiava qual aura venisse di Lombardia, e, come tutti i fuorusciti, fantasticava speranze in ogni stormire di fronde, si lusingò di poter tornare in istato. Massimiliano l’aveva accolto coll’interesse della compassione e della parentela, e promessogli soccorsi, ma voleva denaro anticipato; onde il Moro, accortosi che a questo solo egli aspirava, preferì spenderlo cogli Svizzeri, arsenale comune. Raggranellatone un grosso, ripassò le Alpi e il lago di Como (1500), mentre il Trivulzio, maledetto a tutta gorgia e insultato, si ritirava trucidando. Al vedere un maresciallo fuggire dalla propria città, invanì il popolo milanese, e buttossi a saccheggiare la casa di lui e de’ caporioni guelfi; sicchè Lodovico, in quella Lombardia donde il settembre usciva bestemmiato, rientrò applaudito in febbrajo.
Diremo leggero il popolo? Ma questo desidera star meglio; crede a chi glielo promette; quand’è deluso, odia ancora, non il nome mutato, ma gli ordini non migliorati. Di chi la colpa?