Tosto Lodovico ebbe attorno i principotti, che rinvestiva delle signorie state confiscate dai Francesi, o che profittavano di quella debolezza per ricuperare od usurpare possessi. Ma non dormiva re Luigi; con altrettanta prontezza mandava soccorsi, e in nome della nuova amistanza obbligò gli Svizzeri a richiamare i loro compatrioti che stavano al soldo del duca. Fu come spezzar la spada in pugno a un combattente; e Lodovico dovette ricovrarsi in Novara. Ma gli Svizzeri, che la presidiavano, negarono combattere con lui, e si accinsero ad obbedire al loro Governo ritornando in patria; nè egli a gran lagrime potè impetrare se non che lo salvassero conducendolo tra le loro file travestito: ma un di loro l’additò ai nemici, onde fu preso (9 aprile) con tre fratelli Sanseverino. Il cardinale Ascanio, che teneva il castello di Milano, ricovrò a Rivolta presso Corrado Lando suo antico amico, e questi lo consegnò con altri della casa e con gentiluomini milanesi[79].
Il Moro, menato a Lione di pieno giorno fra l’insultante curiosità del popolo, chiese indarno di vedere l’ingeneroso vincitore, che lo tenne prigioniero a Loches gli altri dieci anni di sua vita. Colà potè masticare i tristi frutti della sua versatile politica: eppure tanto presunse della sagacia propria, che voleva ancora dare pareri e regolare il mondo; e nel testamento, con una povera politica, che unica forza riconosceva l’indebolire altrui, suggerisce continue paure, paura de’ condottieri, paura de’ ministri, paura de’ proprj istitutori, non mettersi vicino persone di troppo alto grado.
I Milanesi, confessando essere stati sleali al re e al maresciallo, ottennero perdono, e trovaronsi in dominio de’ Francesi. Il Trivulzio, tornato luogotenente, «per un pane violentemente tolto, fece suspendere doi Guasconi ad una quercia fora di porta Ticinese; per una gallina furata fece appiccare un Gallo; appresso fece strangolare un Francese sovra il ponte Vetro per aver ad un Milanese un manto rapinato; parimenti fece suspendere sopra esso ponte monsignore de Valge, cavaliere francese, perchè temerariamente volse in publico baciare una fanciulla» (Prato); insomma impiccò a dozzine i suoi soldati. Eppure son tanti i costoro soprusi, riferiti da’ semplici cronisti, che si vorrebbe poterli credere delle consuete esagerazioni della paura e dei partiti.
I signori ghibellini mal comportavano il Trivulzio, e ispirati dal Morone suo gran nemico, concitarono il popolo, che diviso per parrocchie, firmò registri onde fosse tolto dal governo; e mentre avrebbero strillato se il re avesse posto un luogotenente non nazionale, or l’invocavano forestiero acciocchè non fosse parziale a Guelfi nè a Ghibellini. E ottennero Carlo d’Amboise; ma la nuova servitù non dava ai Milanesi nemmanco il ristoro della pace. Gli Svizzeri, non ricevendo le paghe dai Francesi, nel ritirarsi dopo tradito il Moro, occuparono Bellinzona, in piena pace acquistando questa chiave d’Italia: e poco appresso anche Lugano, che furono per sempre divelti dal Milanese. Genova era già tocca alla Francia; Venezia ebbe Cremona e la Geradadda; la peste menò stragi nel 1502 e nel seguente. Poi l’imperatore Massimiliano, pretendendo spettasse a lui solo assegnare il ducato di Milano, e mostrando compassione pei figli del Moro, faceva segno di voler discendere a liberare la Lombardia, resuscitarvi i diritti del Barbarossa, e presa la corona imperiale, portare guerra al granturco; la quale impresa era allora il preambolo e l’epilogo di tutti i trattati, il tema di tutte le arringhe, il balocco che i politici gettavano ai sentimentali.
CAPITOLO CXXX. Romagna. I Borgia. Politica machiavellica.
Perno dell’indipendenza italiana era stato fin allora il pontificato. Mentre per tutto il medioevo si era mostrato cattolico, intento cioè a tutta la cristianità senza distinzione di paesi, nell’esiglio avignonese si rendette stromento di una politica speciale; coll’insaziabile fiscalità si disonorò; poi pel cozzo degl’interessi francesi e italiani si trovò sbranato nel grande scisma. Rimessosi da questo, cercò ringrazianirsi mediante i generosissimi sforzi che sostenne onde aggregarsi i Moscoviti, riconciliare l’Oriente, respingere l’islam; ma l’Europa cominciava a farsi sorda alla voce di esso. Pertanto si ridusse a potenza italiana, con leghe e guerre cercandosi un primato nella penisola; e dacchè più non valeva a signoreggiare i popoli de’ quali aveva fomentato l’adolescenza, confidava dello Stato ecclesiastico fare il punto d’appoggio pel quale movere il mondo. Scendendo allora nelle idee pagane che prevaleano, credette necessario il despotismo: ma questo, se anche non sconvenisse al successore di Pietro, era incompatibile con un capo elettivo; laonde fu costretto appoggiarsi sovra potenze straniere, nel mentre doveva impedire che stranieri predominassero in Italia, e mantenere la bilancia fra gli Stati di questa. Nella quale molta ingerenza gli davano la capitananza de’ Guelfi in Lombardia e Toscana e l’alta signoria sul regno di Napoli: ma l’oscillamento politico fece che contro dei papi si voltassero e i potentati rivali e l’opinione popolare, finchè la potenza loro esterna soccombette alle monarchie assolute e al protestantismo.
In tutto il medioevo i papi, come principi temporali, eransi trovati ristretti fra i baroni e il popolo. Quelli coi piccoli dominj ne assediavano la metropoli: questo sempre ostentò pretensioni di sovranità sì a fronte dei Cesari, ai quali conferiva il titolo di imperatori romani, sì a fronte del pontefice, che dovea rappresentare la dominazione della città eterna sopra le corone e sopra le intelligenze e le volontà. Ridotti a podestà politica, ai papi divenne necessità lo svincolarsi dalla violenza feudale e dalla popolare turbolenza. Erano riusciti a sottomettere la città di Roma privando d’ogni rappresentanza il senato; ma alcune città di Romagna aveano mantenuto o ricuperato il governo municipale, come Ancona, Assisi, Spoleto, Terni, Narni; le più stavano ad arbitrio di signorotti che, quantunque vinti, aveano conservato la dominazione col titolo di vicarj pontifizj, riconoscendo la supremazia del pontefice, promettendogli un censo annuo che di rado pagavano, e somministrandogli guerrieri e capitani, mercè dei quali egli avea peso nelle vicende.
Chi scrivesse particolarmente della Romagna, avrebbe una tela abbastanza ampia, tutta imbrattata di rivoluzioni, di sangue, di tradimenti. Giulio da Varano dominava a Camerino, Guidobaldo da Montefeltro fra la Toscana e le Marche, Vitellozzo Vitelli in Civita di Castello: Giovan della Rovere signor di Sinigaglia aspettava in eredità il ducato d’Urbino: Pesaro era signoreggiata da Giovanni Sforza, ramo cadetto dei Milanesi, e marito divorziato di Lucrezia Borgia: a Rimini, decaduta dall’antica floridezza, Malatesta col titolo di servigio accattava la tutela dei Veneziani, come anche Astorre Manfredi signor di Faenza e di val di Lamone, ed altri principotti sulle coste adriatiche; Ercole duca di Ferrara non si teneva dipendente dal papa, sebbene se ne intitolasse vicario. Ai Baglioni furono dati e tolti a vicenda dai papi Spello, Bettona, Montalera, altri castelli; in Perugia non godeano signoria, bensì la potenza dei più forti; e se i legati pontifizj cercavano sempre cincischiarla, Gian Paolo la sostenne vigorosamente.
Bologna era stata sottratta ai papi da Nicolò Piccinino, che meditando farla capitale d’uno Stato proprio, vi restituì intanto le antiche forme, e vi pose comandante suo figlio Francesco. La famiglia Bentivoglio, per lui ripatriata, primeggiò ben presto nell’affetto de’ Bolognesi; onde Francesco, coi tradimenti allora consueti, arrestò Annibale Bentivoglio con altri capi (1443), e lo chiuse in Verona. Galeazzo Marescotti lo liberò, e sollevata Bologna, lo fece porre a capo del governo, nel quale Veneziani e Fiorentini lo sostennero contro di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti. Annibale procurò col perdono e col benefizio cattivarsi gli avversarj, e massime i Canedoli: ma questi invece tramarono col Visconti, e invitato Annibale a levare un loro fanciullo al battesimo, ivi lo trucidarono con tutti i Bentivoglio. I Bolognesi, che l’amavano per le sue virtù e perchè restitutore della repubblica, assalsero, saccheggiarono, uccisero i Canedoli prima che giungessero i soccorsi promessi da Filippo Maria; poi andarono a cercare a Firenze Santi Cascese, sterpone di quella famiglia, che in qualità di tutore del fanciullo d’Annibale governò per sedici anni, onorato e ben voluto. Venne poi al dominio Giovanni Bentivoglio, che imparentato a case principesche, abbagliava collo splendore della corte e la gentilezza delle arti al modo di Lorenzo Medici, del quale se non aveva nè la coltura nè l’affabilità, in ricambio era ricco di virtù militari. Non riposarono però i suoi emuli, e singolarmente i Malvezzi congiurarono per ucciderlo; ma scoperti, alcuni fuggirono, diciotto furono appiccati, gli altri banditi.
Eugenio IV avea conferito il titolo di duca d’Urbino a Odo Antonio di Montefeltro, che due anni appresso cadde vittima di congiurati (1444). Federico suo fratello naturale, scolaro di Vittorino da Feltre e buon guerriero, gli fu acclamato successore; e ottenuto dal re di Napoli l’ordine dell’Ermellino, quel della Giarrettiera dal re d’Inghilterra, dal papa il titolo di duca, colle immense ricchezze acquistate in guerra e coi doni avuti fortificò il paese; «nell’aspro sito d’Urbino edificò un palazzo, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo ma una città esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere, ricchissimi drappi d’oro, di seta ed altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse un’infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime, instrumenti musici d’ogni sorta; nè quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso, con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fosse la suprema eccellenza del suo magno palazzo»[80].