In quel palazzo, architettato alla romana da Baccio Pontello fiorentino, radunava quanti uomini avessero allora più lode in Italia, e principalmente giovani guerrieri: da quattrocento persone vi stavano a servigio, regolate secondo prescrizioni del duca; la biblioteca arricchivasi di opere rare, fra cui una famosa Bibbia, insigne per lettera, commenti e fregi; colà i due dotti greci Angelo e Demetrio insegnavano la loro lingua; Pirro Peratti, Cristoforo Landino, Giannantonio Campano, il Pontano, Francesco Martini dedicavangli le opere loro, ed esso li rimunerava con denaro, con protezione, con onori.

D’altre fabbriche ornava Gubbio, Cagli, Sassofeltrio, Tavoleto, Serra, La Pergola, Mercatello, Sassocorbaro, Casteldurante; cominciò la fabbrica del vecchio duomo d’Urbino, dispose a caccia i parchi di Casteldurante e Fossombrone. Sul Mercatale, dove i cittadini convenivano a giocare o a conversare, Federico veniva spesso, mescolavasi al popolo, ragionava, interrogava: «a tutti faceva motto: ad uno domandava come stava; ad un altro come stava il padre vecchio; a costui diceva, Dov’è tuo fratello? a colui Come passano i traffichi? e a quell’altro, Hai ancora preso moglie? A cui toccava la mano, a cui la metteva sulla spalla, ad ognuno rispondeva con la berretta in mano» (Vespasiano de’ Bisticci): o nel prato presso San Francesco assisteva ai giuochi dei giovinetti, che numerosi in sua Corte venivano dai varj paesi d’Italia. Mandava attorno affidati che pigliassero cognizione dei bisogni de’ sudditi, soccorressero ai poveri vergognosi.

Bernardino Baldi, che lo presenta come modello di virtù civili e guerresche, narra di lui «un atto di giustizia piacevole»; che assediando Barchi nel Riminese, proclamò lascerebbe andar liberi o i terrazzani o i soldati rinchiusi, secondo che quelli o questi fossero primi a rendergli la fortezza; gli altri tratterebbe a discrezione. Allora una gara di cedere; e i soldati furono primi, onde se n’andarono con ogni aver loro. Ai borghesi pure il duca consentì d’uscire con quanto poteano recarsi addosso: poi, chiuse novamente le porte, aizzò i suoi saccomanni a far prova d’entrarvi. Questa vile bordaglia vi si accinse con corde e scale finchè sormontò la mura e buttossi a rubare, con gran divertimento del duca e de’ suoi soldati. Chi pensi all’accoramento dei poveri saccheggiati, avrà un’altra prova che le sevizie allora si consideravano di regola fra le truppe.

Guidubaldo, succedutogli ancor fanciullo (1482), ne calcò le pedate.

Sigismondo Malatesta, lascivo, truffatore, crudele, anche eretico, colla prodezza acquistò un ampio dominio, e lo riperdette, più non conservando se non Rimini, che dopo fu governato da Isotta, concubina, poi moglie sua vantatissima. Roberto e Sallustio suoi bastardi aspiravano a signoria, e intanto si posero al soldo del pontefice, finchè Roberto pigliò Rimini, si alleò a Fernando di Napoli, e coll’ajuto di Firenze e Milano ricuperò sin quaranta castelli; diè brave battaglie, combattè in tutte le fazioni d’allora per riacquistare terre al papa. Gli succedeva Pandolfo figlio naturale (1482), che sfregiò la casa.

Imola e Forlì da papa Sisto IV erano state date a Gerolamo Riario, che le prosperò ed abbellì, ma coi tristi portamenti le trasse a rivoltarsi (1488), ucciderlo e trascinarlo per la città. Caterina sua moglie, figlia naturale di Galeazzo Sforza, si difese virilmente nella rôcca; e poichè i ribelli minacciavano ucciderne i figli se non la cedesse, ella rispose facessero pure, giacchè ne teneva uno a Imola, un altro nel ventre[81]. In fatto sopraggiunsero Giovanni Bentivoglio co’ Bolognesi, coi Milanesi Giovan Galeazzo Sanseverino, e sottomesse le città, vi proclamarono Ottaviano figlio dell’ucciso.

L’anno stesso Galeotto Manfredi signore di Faenza, chiamato in camera da sua moglie fintasi ammalata, vi fu ucciso da sicarj. Giovanni Bentivoglio costei padre accorse in arme per assicurare la successione al figlio Astorre; ma i Fiorentini, sospettando non l’usurpasse per sè, incitano il popolo, che prende lo stesso Bentivoglio. Subito quindicimila Bolognesi sono in armi per liberarlo; meglio però giova l’interposizione del re di Napoli e del duca di Milano.

Fra questi tirannelli prolungavasi dunque la vita feudale, e poichè i governi non aveano altre armi che mercenarie, la forza riducevasi in costoro, che tenendosi a capo di bande agguerrite e a sè attaccatissime, vestendole e armandole del proprio, alle scarse rendite supplivano col menarle a servizio altrui, o permettere ai principi di reclutarne sulle loro terre. Innestandovi poi la coltura moderna, ciascuno nella sua cittadina voleva avere corte e feste e adulatori; a dotti e artisti aprivano asilo, come ai ribelli dei vicini; provvedeano di cardinali il sacro collegio: donde un aspetto di singolare ricchezza, sostenuta collo smungere i sudditi o col guadagnar dalla guerra. Spinti da minuti rancori, o con pretensioni sproporzionate ai mezzi, ricorrevano a perfidie, a stili, a veleni, e l’opinione accettava per apologia del delitto l’audacia con cui era stato commesso. Gli uni aveano carpito la sovranità al popolo, altri alla Chiesa, altri all’imperatore: ma per soperchiare l’emulo, or a questo or a quello s’avvicinavano; or collegavansi tra sè; ora il papa stesso sosteneva un competitore per deprimer l’altro, o contro di entrambi evocava la libertà; sicchè con un potere d’ingiusta origine e di dubbia conservazione, doveano stare in sospetto del proprio, in avidità del dominio altrui, assiepati di masnade che li dispensavano dal cercare l’amore dei popoli. «Tra le altre disoneste vie che tenevano per arricchire, facevano leggi e proibivano alcuna azione, di poi erano i primi che davano cagione dell’inosservanza di esse, nè mai punivano gl’inosservanti, se non quando vedevano essere incorsi assai in simile pregiudizio, ed allora si voltavano alla punizione, non per zelo della legge fatta, ma per cupidità di riscuotere la pena. Donde nascevano molti inconvenienti, e soprattutto questo, che i popoli s’impoverivano e non correggevano; e quelli che erano impoveriti, s’ingegnavano contro i meno potenti di loro a prevalersi» (Machiavelli).

Viti, gelsi, ulivi andavano schiantati nelle avvicendate correrie, rimanendo unica rendita i pascoli e la messe degli anni in cui la guerra non obbligasse a cacciare gli armenti nelle terre murate, e ricoverarvi il grano non ben maturo. Alla campagna dunque non faceasi che qualche capanna; i villaggi afforzati resistevano, e se fossero presi, diroccati ed arsi, bisognava tosto rialzarli per usufruttare la campagna, sinchè non fu abbandonata alla sterilità deserta, alla mal’aria e alle bande di masnadieri.

In questo stato di guerra, chi fosse forte abbastanza per ridersi delle minaccie, assecondava i brutali istinti, e per leggerissime cagioni seguivano omicidj e rapine. Un gentiluomo dell’Umbria sfracellò contro al muro i bambini del suo nemico, ne inchiodò uno sulla propria porta, e ne strozzò la moglie gravida[82]. Oliverotto, nipote e allievo di Giovan Fogliano signore di Fermo, va a militare sotto Paolo Vitelli, e segnalatosi, scrive allo zio voler mostrarsi alla patria cogli onori guadagnati: questo gl’impetra di venire con cento cavalieri, gli procura solenni accoglienze, e banchetta tutte le autorità di Fermo; ma nel bel mezzo del convito Oliverotto fa scannare il Fogliano e i commensali, e gridarsi signore.