I papi, o togliessero i dominj ai principi antichi, o dessero terre della Chiesa in feudo ai loro favoriti, corrompevano ne’ popoli l’abitudine della soggezione; e violentemente strappandoli dalle istituzioni a cui erano affezionati o se non altro avvezzi, moltiplicavano gli scontenti e la facilità di rivoltarsi.
Roma nel suo materiale portava l’impronta de’ secoli e delle successive civiltà; e tempj, basiliche, terme convertiti in chiese, palazzi cesarei sormontati da rôcche e bastite, attestavano il passaggio dell’impero, della cattolicità, del Comune, del feudalismo. Ciascun rione apparteneva, si può dire, ad una famiglia; ai Colonna l’Esquilino, agli Orsini piazza Navona, ai Vico il Transtevere, altri colli ai Savelli, ai Frangipani; separati con mura e porte: nel centro intorno all’isola si accumulava la plebe, bisognosa e turbolenta: sul Vaticano si difendeva il papa, col castel Sant’Angelo impedendo ai cittadini di varcare il Tevere: ogni palazzo rappresentava un feudo in compendio, trasferito dalla campagna alla città, e sottoposto alle convenienze gerarchiche, per cui la torre del vassallo non doveva elevarsi quanto quella del caposignore. E tutti si guatavano con gelosia da nemici, opponevano le immunità all’esercizio del pubblico potere, aprivano cento asili ai mille delinquenti.
Non industria, non agricoltura; unica vita n’era il papato, che vi traeva l’oro di tutto il mondo, e un popolo di cherici, di notaj, di prelati, di banchieri, di postulanti, di pellegrini; popolazione fluttuante, che si sottraeva pur essa ad ogni legge. Migliaja di cariche erano create per servizio della corte e della dataria; e poichè esse fruttavano lautamente, erano vendute anche in aspettativa, e si negoziavano all’alto e basso, come oggi le rendite pubbliche. Prelati, cardinali, vescovi, mezzo preti e mezzo principi, vedovando le chiese venivano a Roma a spendere, a godere, a sfoggiare, a intrigare fra l’eleganza e la licenza. Ogni famiglia illustre d’Italia voleva avere un figliuolo nel sacro collegio per appoggio, per lustro, per guadagno: ogni cardinale teneva una corte di guardie, di camerieri, di staffieri, di buffoni, di cantanti, di poeti, a non dire il peggio. E poichè questa ricchezza non durava che a vita, nessuno brigavasi di farne masserizia, nè di migliorare i possessi, ma solo di accelerare e raffinare i godimenti. Ai quali, alleanza non rara, accoppiavasi un fiero istinto di sangue e di tradimenti, quasi la voluttà meglio si assaporasse quando poteva essere alla vigilia d’una morte violenta: alla commedia licenziosa servivano d’intermezzo gli assassinj: i veleni degl’imperatori romani, che si stillavano da nuove Canidie, erano quasi un pudore di chi non fosse sfacciato ad opere di mano: ma non mancavano i pugnali del Vecchio della montagna; e dall’ammalarsi d’Innocenzo VIII all’elezione del successore, ducentoventi cittadini furono assassinati (Infessura).
Gli Orsini, dominanti a occidente del Tevere, si dicevano guelfi; i Colonna, verso levante e mezzodì sul terreno degli antichi Sabini, alzavano bandiera ghibellina: nomi che non indicavano più se non un’eredità di odj, e una fedeltà soldatesca al modo che allora s’intendeva. Generalmente parteggiavano coi primi i Vitelli, cogli altri i Savelli e i Conti; esercitando in vendette private il valore quando nol potessero vendere ai forestieri. I papi, ridotti deboli e infermi, aizzavano gli uni contro gli altri, giacchè, qualunque parte perdesse, n’aveano accrescimento di potere. Sisto IV nimicissimo ai Colonna, Innocenzo VIII agli Orsini, aveano reciso i nervi di queste due famiglie: pure ancora Paolo, Virginio e Nicolò Orsini conte di Pitigliano da una parte, dall’altra Fabrizio e Prospero Colonna e Antonio Savelli, erano capitani rinomati, e cerchi a gara dai potenti.
A frangere costoro s’accinse con più risoluta fierezza Alessandro VI, il quale fra gli odj, lo scompiglio, il popolare scontento, sperò emulare Sisto IV e Luigi XI, e le piccole sovranità raccogliere in una sola, come portava l’assetto che succedeva a quello del medioevo. A tal uopo fece fondamento sul favore del popolo, giacchè, come suo figlio, diceva: — Chi vuol domare i grandi, non deve far poco pei piccoli»; onde allora furono istituiti ispettori per ascoltare gl’ingiustamente detenuti, quattro giudici che ripristinassero la giustizia in Roma, dove, lui sedente, mai non si patì di fame, mai non fu fraudato il soldo dell’operajo.
Fossero state queste sole le sue vie! ma egli pensò che perfidie e crudeltà fossero lecite a’ suoi fini; vendette ai potenti l’alleanza sua a prezzo di denaro e di parentele; sparse zizzania fra i signorotti onde opprimerli disuniti, e col pretesto che gli Orsini avessero favorito Carlo VIII, fece metter prigione Paolo e Virginio. Ma il condottiero Bartolomeo d’Alviano, loro allievo, raccozzò soldati e vagabondi, montandoli sui cavalli che indomiti errano per le campagne romane, e armatili come potè, difese dai papalini e dai Colonna Bracciano, l’Anguillara, Trevigiano, sinchè Vitellozzo Vitelli accorse con altre bande di vassalli, avvezzo a vincere sotto di suo padre e de’ suoi fratelli.
Il papa oppose loro il prode Guidobaldo d’Urbino, e Francesco duca di Gandia; ma vistili a Soriano in giusta battaglia sconfitti, e preso il primo, ferito l’altro, piegò a pace. E poichè ad esso duca di Gandia suo figlio non potè dare collocamento sulle costoro terre, eresse per lui Benevento in ducato, Terracina e Pontecorvo in contadi; e i cardinali in concistoro approvarono, eccetto uno, ond’esserne compensati di benefizj e condiscendenze. Ma pochi giorni dopo, un pescatore vedeva gettare un cadavere nel Tevere; chiesto perchè non l’avesse subito annunziato, — Tanti (rispose) ne vedo continuamente!» Era il duca di Gandia, ucciso, dissero, dal fratello Cesare cardinale, per gelosia dei favori del comun padre, o di quelli della comune sorella Lucrezia.
A quell’avviso di Dio pianse il papa, si pentì, ma poco poi tornò al vomito, e di più alto sperare trovò cagione nel rimastogli figlio Cesare. Questo eroe del delitto se abbisognasse di denaro mandava assassinare alcuno, e non era chi osasse chieder giustizia per non soccombere egli pure all’assassinio; a un cognato attentò col veleno, e non riuscendogli entrò in casa, e palesemente lo fece strangolare; sotto al manto medesimo del papa trucidò il Peroto, favorito di questo. Tali eccessi non poteano avverarsi se non dove le due autorità stavano congiunte, e facevano sentire quanto opportuno riparo stato fosse il celibato, se tanto osava un figlio di prete.
Luigi XII di Francia desiderava essere sciolto dal suo primo matrimonio, e che fosse dato il cappello cardinalizio a Giorgio d’Amboise suo ministro; e papa Alessandro spedì questi due favori per mezzo di Cesare. Vi andò «con tanta pompa di ricchezze e ornamenti, che pareva di magnificenza e ricchezza egli avesse quasi avanzato il fasto e la grandezza della corte reale» (Nardi): i cronisti francesi non rifinano di ammirare il lusso de’ suoi e del numerosissimo seguito, e la persona di lui tutta lucente di pietre preziose, sopra un cavallo ferrato d’oro e a bei lavori d’oro e perle. Cesare ottenne in compenso il ducato del Valentinese (1499), una compagnia di cento uomini, ventimila lire annue, e promessa d’un bel feudo nel Milanese, appena fosse conquistato.
Allora costui, depose la deturpata porpora per infamare il nome di duca Valentino: e appoggiatosi tutto a Francia, ringrandì delle prosperità di re Luigi, che dichiarava fatta a sè qualunque ingiuria contro di lui. Il quale, ripetendo «O Cesare, o nulla», confidava formarsi un dominio indipendente fra i principotti che si sbranavano la Romagna. La mala riuscita non lo scoraggiava, usando dire, «Ciò che non si fa a mezzodì, si fa la sera»; sapeva che il buon esito gli farebbe perdonare ogni iniquità di mezzi; e correva in proverbio, il papa non eseguire mai quel che diceva, suo figlio non dire mai quel che eseguiva.