Coll’assistenza dei Francesi e col braccio del duca Valentino, papa Alessandro adoprossi allora coraggiosamente a spodestare i signorotti. Agli Orsini offrì di tenerglisi alleati contro gli altri, e di spartirne con esso le spoglie; e col loro ajuto snidò da Imola e Forlì i nipoti di Sisto IV, benchè di nuovo vi si difendesse l’intrepida Caterina Sforza, che poi fatta prigioniera e liberata da Luigi XII, divenne, in seconde nozze, madre di Giovanni Medici, il famoso capitano dalle Bande nere. Così gli Sforza di Pesaro, i Malatesta di Rimini, i Manfredi di Faenza furono abbattuti; e il Valentino, che avea primeggiato di ferocia e libidine, dichiarato gonfaloniere di santa Chiesa, menò magnifico trionfo in Roma, quando il giubileo traeva gran folla alle soglie apostoliche e gran denari nella borsa del papa. Ringagliardito dai quali, il Valentino si voltò contro gli Orsini, e li spossessò: indi postosi anch’egli condottiero, con più larghi stipendj attirò i soldati che aveano servito sia agli Orsini o ai Colonna, e con essi e con quelli di Francia ebbe Romagna tutta in mano, tranne Bologna. Alessandro, nominati dodici nuovi cardinali, da queste sue creature lo fece dichiarare duca di Romagna; e il figliuolo volle meritare quel titolo (1501) collo sbrattare il paese da masnadieri e rivoltosi.

L’ambizione sua gli addita allora la Toscana, il Bolognese, le Marche e il ducato d’Urbino, e vi si avventa colla prontezza propria e coi soccorsi francesi. Ma Giovanni Bentivoglio si riparò col mettersi in protezione del re di Francia; onde il Valentino gli si mostra devoto, e gli palesa le trame che con lui aveano preparate i malcontenti; e quel tiranno obbliga i figli delle case principali a trucidare gli attinenti dei congiurati: dove trentotto della famiglia Marescotti e ducento loro aderenti si dissero uccisi. In Siena Pandolfo Petrucci condottiero governava austero ma moderato, padrone ma senza uscire dai modi e dal vestire di cittadino; e anch’egli spaventato comprò la protezione di Luigi XII.

Firenze stava fiaccata dall’infelice guerra contro Pisa, che mai non avea potuto soggiogare, dall’incerta amicizia del re di Francia, dalla rivalità di tutti i vicini cospiranti a rovinarla, e dagli intrighi de’ Medici, che sempre occhieggiavano il ripristinamento. Imputata dei disastri francesi e d’aver lasciato languir di fame il proprio esercito, ricusò soldarne un altro per la nuova primavera, e per mancanza di denaro fece tregua coi vicini. Subito il Valentino comprò le bande da essa congedate, dando voce di dover ajutare nell’impresa di Napoli re Luigi, e coll’esercito di lui congiungersi a Piombino. Chiese pertanto a Firenze il passo; e senza aspettar risposta entrato sul territorio, e stimolato da Vitellozzo Vitelli, che lo accompagnava smaniato di vendicare il supplizio di Paolo, domandò gli si consegnassero sei cittadini, colpevoli della morte di quello, e si restituissero in istato i Medici, sola amministrazione degna di confidenza. I Fiorentini si raccomandarono a Francia, che come loro alleata intimò al Valentino non li toccasse; ed egli se n’andò, solo imponendo gli pagassero per tre anni come lor soldato trentaseimila ducati. Assalito allora il principato di Piombino tenuto da Jacopo d’Appiano, lo devastò e prese anche il castello, avendo così un piede in Toscana; di che il papa tanto esultò, che in persona venne a godere di quel trionfo.

Luigi XII intanto, non assennato dalla sorte del predecessore, mirava a Napoli, dove i Francesi aveano un’onta da cancellare; e invece di rimettersi alle larghe proferte di re Federico II, preferì trattare con Fernando il Cattolico.

La Spagna, dacchè gli Arabi l’aveano occupata nel 711, con settecento anni di lotta era venuta redimendosi dal servaggio straniero, divisa in tanti regni indipendenti, quanti erano creati dal valore e dalla costanza patriotica e religiosa. Poc’a poco vennero quei regni concentrandosi, e alfine si ridussero a quattro, i quali, pel matrimonio d’Isabella di Castiglia e Leon con Fernando d’Aragona (1469), si restrinsero in un solo. L’unione diè modo di compire la vittoria sui Mori a Granata; onde si potè costituire la Spagna in unità politica (1492), prima di qualunque altro regno d’Europa, e più compitamente che la Francia stessa. Perocchè il sentimento cattolico vi si era identificato col nazionale, in modo che il clero non fece opposizione al monarca; tre Ordini religiosi ricchissimi, e i cui capi godeano potenza principesca, divennero nerbo del re, che se ne dichiarò granmaestro; la guerra santa contro gli Arabi, se non fece istituire un esercito stanziale, portò il re a poter armare tutta la nazione quando volesse, senza dipendere dai feudatarj come gli altri regnanti. Così si addestrarono negli istruttivi cimenti della guerra paesana; e come videro la tattica dei Lanzi tedeschi, ne compaginarono un sistema militare, che Gonsalvo di Cordova, intitolato il Grancapitano, ridusse poi a perfezione nella guerra d’Italia, annestandovi i progressi dell’artiglieria e del genio militare.

Oltre che forte, Fernando era un capo politico, degno di servir di esemplare al Machiavelli. Padrone della Sicilia insulare, sempre agognava anche la terraferma, quasi di diritto spettasse all’Aragona, colle forze e coi denari della quale l’aveva re Alfonso acquistata. Luigi XII non s’accorse che gli diverrebbe ben presto emulo, viepiù pericoloso per la parentela coll’imperatore; e a Granata concertò con lui uno spartimento del Reame (1500 11 9bre), non diverso da quel che poi si fece della Polonia; in modo che toccherebbero a Spagna la Puglia e la Calabria, il resto a Francia. I papi usarono ogni condiscendenza al re, che aveva il titolo di Cattolico, che aveva spenta la dominazione musulmana in Ispagna, che era il miglior baluardo della cristianità contro i Turchi. E appunto Fernando fece intendere ad Alessandro VI, che il possedere la Puglia eragli necessario come base di operazione per assalire i Turchi, contro i quali aveva di fatto spedito, colla veneziana, una flotta di sessanta vascelli capitanata dal Cordova, cui comandò poi di svernare in Sicilia per tenersi pronta ai danni di Napoli. Federico II, cugino e intimo alleato di Fernando, lo ricevette senza sospetti e gli affidò la fortezza di Gaeta, mentr’egli si posterebbe nelle Gole di San Germano per abbarrare il passo ai Francesi.

Ma ecco gli ambasciatori pubblicano a Roma (1501) la concertata spartizione, che indignò chiunque serbava senso morale; e il Reame si trovò esposto alle lascivie del Borgia e alle crudeltà di gente educata a trucidare Americani. Federico, serrato tra la forza e il tradimento, si diè perduto, e chiuse le truppe nelle fortezze. Capua, difesa da Fabrizio Colonna, presa per frode dai Francesi e dal Valentino, andò al più abbominando strapazzo; molte donne e monache non si sottrassero all’obbrobrio che precipitandosi dalle finestre o nel fiume; altre assai furono vendute; finito poi lo strazio e saputo che molte s’erano rifuggite in una torre, il Valentino se ne scelse quaranta delle più belle. Tali orrori scoraggiarono di modo che Federico appena ebbe tempo di fuggire ad Ischia, avendo seco la moglie e quattro figli, la nipote Isabella vedova di Galeazzo Sforza duca di Milano, la sorella Beatrice moglie di Mattia Corvino re d’Ungheria, poi di Ladislao II re di Boemia; e invece d’aspettare gli eventi, esecrando l’infamia dell’Aragonese, patteggiò con Francia, rinunziandole ogni ragion sua, stipulando amnistia pe’ suoi leali. Ito in Francia[83], ottenne la contea d’Angiò con trentamila ducati, ma col divieto di più uscire da un regno dov’era venuto col salvacondotto. Anche il Cordova, che intanto acquistava le terre predestinate al suo padrone, a don Ferrante primogenito del re che difendeva valorosamente Tàranto, giurò sull’ostia rispettarne la libertà; poi, appena avuta la piazza, il mandò in Ispagna, ove fu tenuto prigioniero per tutta la vita. Terminava così nelle prigioni la stirpe aragonese, dominata sessantacinque anni; e il regno restò diviso in due parti, una francese sotto il vicerè d’Armagnac, l’altra sotto il Grancapitano.

Nel caldo di quelle vittorie Alessandro VI assalì le terre de’ Colonnesi e de’ Savelli, chiaritisi per re Federico, e le ridusse a obbedienza; intanto lasciava nel palazzo di Vaticano la figlia Lucrezia, perchè di là governasse il paese. Costei erasi prima sposata a un nobile napoletano; ma Alessandro, ottenuta la tiara, ne la sciolse per darla a Giovanni Sforza signore di Pesaro. Ben presto parvero più decorose le nozze di Alfonso di Aragona principe di Salerno, figlio naturale di Alfonso II: ma come questa casa fu stronizzata, Alfonso cadde assassinato sulla scala del Vaticano, e alla giovinetta, che ai diciassette anni era già sposata a tre, fu cercato un marito più glorioso in Alfonso d’Este (1502), figlio del duca di Ferrara, che tremando del Valentino, accettò le indecorose nozze. A Lucrezia il padre assegnò Sermoneta, tolta ai Gaetani, e il governo perpetuo del ducato di Spoleto; onde al marito portava cendiecimila ducati in oro, inestimabili valute in gioje e suppellettili, le terre di Cento e della Pieve, e l’assicurazione dei possessi aviti. Le nozze furono solennizzate nel palazzo pontifizio, ed il papa «le fece un pajo di pianelle che valevano ducati più di tremila, sì che potete pensare quanto valevano le altre sue gioje e pompe». Così racconta un cronista[84], e vi soggiunge orribili infandità di quelle nozze; forse non vere, ma divulgate. La accompagnarono in viaggio ambasciadori, vescovi, gentiluomini, tanto da contarsi quattrocentoventisei cavalli, ducentrentaquattro muli, settecentocinquantatre persone. Vennero a incontrarla la corte d’Urbino, e i principali Ferraresi, con balestrieri e trombetti e bucintori, tutti in nuovo e con lusso tale, che si contarono ottanta catene d’oro, delle quali la meno valeva cinquecento ducati, e n’era molte fin di mille ducento. L’abito del duca e il fornimento del suo cavallo si valutavano seimila ducati: i dottori portavano il baldacchino, sotto cui la duchessa procedeva fra suon di bande e d’artiglierie: oro e diamanti traboccavano sulla bella persona di lei e di quanti l’avvicinavano, e il suo corredo era portato da cinquantasei muli coperti di panno giallo e morello e da dodici di raso[85].

Queste nozze e l’aver egli sposato Carlotta figlia di Giovanni d’Albret re di Navarra, cresceano opportunità al Valentino di maturare i suoi ampj divisamenti con calma di spirito e atrocità di risoluzioni. Ricevuto sulla parola Astorre Manfredi, giovinetto di rara bellezza, per cui amore i Faentini si erano difesi ostinatamente, il manda a Roma, e dopo resolo vittima di altre brutalità lo fa strangolare con un fratello e buttar nel Tevere. Ambiva il ducato d’Urbino; ma come torlo se Guidubaldo conservavasi devoto alla santa Sede? Cesare indice guerra a Camerino, e da Guidubaldo chiede genti e artiglieria; avute le quali, ne occupa le quattro città e i trecento castelli, a fatica salvandosi Guidubaldo stesso[86]. Assale poi Camerino, ed entratovi per tradimento, fa strozzare il duca Giulio da Varano e i figliuoli.

Marino, tagliapietre dalmate del IV secolo, erasi fermato sopra il monte Titano presso Urbino a vita solitaria e devota; e pochi compagni suoi vi fondarono una repubblichetta di gente industriosa, pacifica, morale, che da tredici secoli sussiste. Nel 1100 comprò dal conte di Montefeltro il castello di Pennarossa, nel 1170 quel di Casole; e si sostenne fra i papi, i vescovi di Montefeltro, i Malatesta di Rimini, i Carpegna. Da Pio II, per assistenza data contro i Malatesta, ebbe nel 1460 i quattro castelli di Serravalle, Faciano, Mongiardino, Fiorentino; ma non tardò a restringersi nella primitiva umiltà. Ora si vide invasa dai Borgia; ma se ne riscosse e mantenne fin ad oggi la sua libertà. I Fiorentini le scrivevano il 2 giugno 1469: — Sappiamo la vostra fede, e generosità e grandezza degli animi vostri... Dovete essere di buon animo e ben costante e fermo, e perdere la vita insieme colla libertà; che all’uomo, uso esser libero, è meglio esser morto che schiavo». E Giulio II poco dopo: — Vi esortiamo a stare di forte e grande animo, considerando che non v’ha cosa più dolce e utile della libertà»[87].