Il Valentino palliava le sue conquiste col bisogno di reprimere le fazioni e le parziali tirannidi; e dal popolo facevasi applaudire col distruggere quell’infinità di masnadieri, alimentata dai tumulti. Esso li fa perseguire, e con orribili e pronti supplizj castigare da Romiro d’Orco; poi come questo colla spietata giustizia si è reso esecrabile, il Valentino espone lui pure squartato sul patibolo. E il popolo lo vanta gran giustiziero.

Venezia, occupata seriamente a schermire la cristiana civiltà dai Turchi, non poteva opporsi nè all’ambizione dei Borgia, nè all’invasione di Spagnuoli e Francesi. A Firenze la continua mutabilità del governo rendeva impossibile e il navigare secondo lunghe provvigioni, e il mantenere un segreto. La cingeano avidi e deboli amici; i capitani di ventura l’avevano in uggia pel supplizio di Paolo Vitelli; Vitellozzo giunse a ribellarle Arezzo, e non avendo potuto indurre Valentino ad occuparla col titolo di generale della Chiesa, le continuò guerra, devastò i seminati, occupò tutto il val di Chiana, che poi rassegnò a Francia. Agli ambasciadori fiorentini il Petrucci di Siena disse: — Bisogna ch’io vi mandi i Medici, perchè senz’essi non guarirete», e molti proponeano di richiamarli: pure si trovò il ripiego (1502 16 agosto) di eleggere un gonfaloniere non più per due mesi ma a vita, a modo del doge di Venezia, passibile però fin della vita se fosse condannato dagli Otto di balìa. La scelta col voto universale cadde su Pier Soderini (22 7bre), onest’uomo ma debole a quelle urgenze; almeno a detta dei grandi, che perdeano la speranza di divenire gonfalonieri.

Accintosi egli a campare Firenze dal Valentino, gli spedì Nicolò Machiavelli, il quale accorto politico potè da vicino codiare quell’astuto, per ritrarlo poi come modello di un perfetto tiranno. E il Valentino e il Machiavelli erano predominati dal pensiero medesimo, la necessità di ridurre almeno la media Italia sotto un unico dominio; a ciò non bastare le opere di leone, ma richiedersi pur quelle di volpe. Ciò il Machiavelli insegnava ne’ libri; il Valentino voleva effettuarlo, franco ad osare, gajo a denari, e con un’attività che raddoppiava le sue forze. «Spacciò (ci racconta esso Machiavelli) don Michele Corelia suo condottiere con denari per rassettare circa mille fanti; dà denaro a qualche ottocento fanti di val di Lamona; manda in su a quella volta; al presente si trova qualche duemila cinquecento fanti pagati, e qualche cento lance di suoi gentiluomini; tre compagnie di cinquanta lancie l’una, sotto tre capi spagnuoli: ha mandato Rafaello de’ Pazzi a Milano per fare cinquecento Guasconi; ha mandato un uomo pratico agli Svizzeri per levarne mille cinquecento; fece, cinque dì fa, la mostra di seimila fanti, cappati dalle sue terre, i quali in due dì può avere insieme. E quanto alle genti d’arme e a’ cavalli leggieri, ha bandito che tutti quelli che sono degli Stati suoi lo vengano a trovare, e a tutti dà recapito. Ha tanta artiglieria e bene in ordine, quanto tutto il resto quasi d’Italia. Spesseggiano le poste e i mandati a Roma, in Francia e a Ferrara, e da tutti spera avere ciò che desidera».

Già occupate Romagna, il Lazio e porzione di Toscana, la corona di Napoli non pareva al Valentino un desiderio eccessivo all’appoggio paterno e alla forza e perfidia propria. Ma i mezzi li teneva in petto, e il Machiavelli smarrivasi davanti a quella corte misteriosa, dove «le cose da tacere non ci si parlano mai, e governansi con un secreto mirabile». E scriveva alla sua repubblica: — Chi ha osservato Cesare Borgia, vede che lui, per mantenere gli Stati, non ha mai fatto fondamento in su amicizie italiane, avendo sempre stimato poco i Viniziani, e voi meno: onde conviene ch’e’ pensi di farsi tanto Stato in Italia, che lo faccia sicuro per se medesimo e che faccia da un altro potentato l’amicizia sua desiderabile. E ch’egli aspiri all’imperio di Toscana, come più propinquo ed atto a fare un regno cogli altri Stati che tiene, si giudica sì per le cose sopra dette, sì per l’ambizione sua, sì etiam per avervi dondolato in sull’accordare, e non avere mai voluto concludere con voi alcuna cosa. E mi ricorda aver udito dire al cardinale de’ Soderini, che, fra altre laudi che si poteva dare di grande uomo al papa e al duca, era questa, che siano conoscitori della occasione, e che la sappiano usare benissimo. E se si avesse a disputare s’egli è ora tempo opportuno e sicuro a stringervi, io direi di no: ma considerato che il duca non può aspettare il partito vinto, per restargli poco tempo, rispetto alla brevità della vita del pontefice, è necessario ch’egli usi la prima occasione che se gli offerisca e che commetta della causa sua buona parte alla fortuna».

Il vedergli profuse lodi e congratulazioni attestano o la vigliaccheria o l’eclissi universale del senso morale. Più nessuno tenendosi sicuro dal Valentino, i confinanti minacciati sollecitavano re Luigi XII, il quale di fatto calò dall’Alpi pieno di maltalento contro i Borgia; ma il cardinale d’Amboise, anima de’ suoi consigli, che aspirava alla tiara e più su e già regolava la Francia come un altro papa, teneva carezzato Alessandro acciocchè nel sacro Collegio moltiplicasse amici di lui. Anche il Valentino accorse a Milano incontro al re, e si scagionò con sì opportune parole, che quello rinnovò seco l’alleanza, dandogli soldati francesi. Ai Fiorentini restituì i castelli presi da Vitellozzo; ma la debolezza da essi mostrata invogliò il Borgia a trarne profitto. Quando i condottieri e signori si raccolsero alla Magione, villeggiatura de’ Baglioni nel Perugino, per divisare le guise di chetare l’appetito del Borgia, i Fiorentini non osarono unirvisi, anzi fecero dal Machiavelli «offrire al Valentino ricetto e ajuto contro questi suoi nuovi nemici». In fatti, secondo il concerto, l’Urbinate e Camerino si sollevano; Ugo di Cardona, luogotenente del Valentino, riman prigionero; e il Borgia, sorpreso da una insurrezione inaspettata, si ritira, ed ha l’accorgimento di tenersi immobile finchè passi quel primo bollore, ove il ben privato è posposto all’universale; poi come sottentrarono le gelosie, le avarizie, la stanchezza, esso temporeggiando sturbò l’accordo, e divisi li sacrificò.

Principali fra quelli erano i Montefeltro, i Varano, i Bentivoglio, e i famosi capitani Paolo e Virginio Orsini, Vitellozzo Vitelli e Oliverotto Freducci di Fermo. Come videro il re di Francia rappattumarsi col Valentino, chiesero accordi con questo, lasciandosi dalle promesse accalappiare, essi che non soleano mantenerle; e l’ajutano contro altri tirannelli. Gli Orsini, Vitellozzo e Oliverotto vengono a campo sotto Sinigaglia, città di Francesco della Rovere. Quivi il Valentino gli accoglie con maniere d’amico, e li mena in palazzo, ma subito gli arresta e fa strangolare. Vitellozzo piangeva, riversando ogni colpa sui compagni; Oliverotto supplicava di almen fargli salva l’anima coll’assoluzione papale. Le squadre di questo furono côlte improvvise e svaligiate; le vitellesche a viva forza si ridussero in salvo. Il papa motteggiava gli uccisi, dicendo: — Gli ha castigati Iddio, perchè si son fidati al Valentino dopo giurato di non mai farlo»; e in Roma arrestava il cardinale Orsini e gli altri loro parenti, coi quali avea dianzi stipulato la pace, e li teneva prigioni finchè gli ebbero ceduto tutte le fortezze. Dal cardinale voleva anche la cessione di tutti i beni, e poichè si leggeva sui libri il prestito di duemila ducati a persona non nominata, e la compra per altrettanto valore d’una perla che non si rinveniva, dichiarò il lascerebbe senza mangiare finchè non fossero trovati; la madre del cardinale pagò quel credito, un’amica portò la perla, e il cardinale riebbe il cibo, ma in esso la morte.

Il Machiavelli riferiva l’avvenuto alla Signoria fiorentina, senza sillaba di disapprovazione; anzi poco poi le scriveva: — Qui si comincia a meravigliare ciascuno come le signorie vostre non abbiano scritto o fatto intendere qualcosa a questo principe in congratulazione della cosa novamente fatta da lui, per la quale e’ pensa che cotesta città gli sia obbligata, dicendo che alle signorie vostre sarebbe costo lo spegnere Vitellozzo e distruggere gli Orsini dugentomila ducati, e poi non sarebbe riuscito loro netto sì come è riuscito a sua signoria».

Ne restano sbigottiti i grandi d’ogni parte; il popolo, che detestava gli avventurieri, assassini suoi, si consola della loro caduta, sperando riposo; i soldati passano allo stipendio del Valentino, che trova apologisti e panegiristi. Bologna gli promise per otto anni dodicimila ducati d’oro, cento uomini d’arme e ducento balestrieri a cavallo: Pisa, non potendo più reggersi contro Firenze, mette il partito di darsi a lui, che, prese nefandamente Sinigaglia e Perugia, ha già posto gli occhi sopra Siena e a spegnere Pandolfo Petrucci ch’era il cervello della lega contraria, e che a stento era sguizzato dal lacciuolo di Sinigaglia.

Quasi più che i delitti fa ribrezzo la sfacciataggine con cui il duca Cesare aprivasi col Machiavelli. — Costoro, che erano inimici comuni de’ tuoi signori e miei, son parte morti, parte presi, parte o fugati o assediati in casa loro; e di questi è Pandolfo Petrucci, che ha ad essere l’ultima fatica a questa nostra impresa e securtà degli Stati comuni. Io non fo il cacciarlo da Siena difficile, ma vorrei averlo nelle mani, e per questo il papa s’immagina addormentarlo coi brevi, mostrandogli che gli basta solo che egli abbia i nimici suoi per inimici, ed intanto mi fo avanti con lo esercito; ed è bene ingannare costoro, che sono sottili maestri de’ tradimenti. Gli ambasciadori di Siena, che sono stati da me in nome della Balìa, mi han promesso bene, ed io gli ho chiarificati che io non voglio la libertà loro, ma solo che scaccino Pandolfo; e loro ne dovrebbono pigliar buono documento in su le cose di Perugia e Castello, i quali ho rimesso alla Chiesa, e non gli ho voluti accettare. Il maestro della Bottega, che è il re di Francia, non si contenterebbe che io pigliassi Siena per me, e io non sono sì temerario che io mel persuada, e però quella comunità debbe prestarmi fede che io non voglia nulla del suo, ma solo cacciare Pandolfo. E credo che quella comunità di Siena mi crederà; ma quando la non mi credesse, io son per andare innanzi a mettere le artiglierie alle porte, e fare ultimum de potentia per cacciarlo; e poichè io ho tolto a’ miei nimici le armi, torre loro anche il cervello, che tutto consisteva in Pandolfo e ne’ suoi aggiramenti. E veramente io credo che se, ora fa un anno, avessi promesso alla Signoria di Firenze a spegnere Vitellozzo e Oliverotto, consumare gli Orsini, cacciare Gianpaolo e Pandolfo, e avessi voluto obblighi di centomila ducati, che la sarebbe corsa a darli: il che sendo successo tanto largamente, e senza suo spendio, fatica o incarico, ancora che l’obbligo non sia in scriptis, viene ad essere tacito, e però è bene cominciare a pagarlo, acciò che non paja nè a me nè ad altri che quella città sia ingrata fuor del costume e natura sua».

Conculcati i Savelli, gli Orsini, i Colonna, i minori stavano colla battisoffia, tanto più che l’abbassarsi della fortuna di Luigi XII lasciava il Valentino più indipendente, e franco a mercanteggiare la propria alleanza, sicchè trattava col Grancapitano; il papa dal compiacente concistoro otterrebbegli il titolo di re di Romagna, Marca ed Umbria; egli stesso aveva disposto ogni cosa per potere, venendo a morire suo padre, restar arbitro del conclave, e portare al trono una sua creatura. Ma era battuta l’ora anche pei Borgia. Non è da nessun argomento confortata la voce[88] che Alessandro, volendo avvelenare il cardinal di Corneto, gl’imbandisse una colezione, e per errore, sì egli che il figlio bevessero del vino preparato per quello. Fatto è che il papa inaspettatamente morì di settantadue anni (1503 18 agosto); e anche il Valentino stette gravissimo, mentre Orsini, Colonna, Appiani, Vitelli, Baglioni coglievano il destro di scatenarsi da quella potenza e ricuperare i dominj. Le ire divampano; sono bruciate case, saccheggiate botteghe, guasta la campagna; Fabio Orsini si lava mani e faccia nel sangue d’un Borgia; Francesi e Spagnuoli, venuti sotto velo di francheggiare la libertà del conclave, si combattono in Roma. Il Valentino riavutosi, per ajuto del cardinale d’Amboise che sperava col suo mezzo la tiara, pon le ugne sul tesoro pontifizio di centomila ducati, colloca dodicimila uomini in Vaticano, s’afforza in castel Sant’Angelo. Ma deluse le lunghe speranze del d’Amboise, fu data la tiara a Pio III (Francesco Todeschini Piccolomini senese), e dopo soli ventisette giorni al savonese Giuliano della Rovere col nome di Giulio II.