Costui, accannito ai Borgia perchè aveangli strappato di pugno una prima volta il papato, erasi fin allora tenuto in armi o in esiglio, alle loro lusinghe e invitazioni rispondendo: — Giuliano non si fida del Marano». Subito si rannodano le alleanze con Francia e Spagna; molti signori rientrano ne’ perduti dominj; a Forlì gli Ordelaffi, a Rimini i Malatesta, a Faenza e altrove i Veneziani; ciascuna città si arma. Il Valentino, ridotto coll’acqua alla gola, cede i castelli che tenevansi a suo nome; e rilasciato, secondo la sicurezza datagli dal papa affine d’avere il voto de’ cardinali di sua fazione, si getta a Napoli promettendo agli Spagnuoli il braccio e l’arte sua per acquistar Pisa ed altre terre; don Gonsalvo lo riceve cortesemente, e ne asseconda i disegni, finchè re Ferdinando gli ordina di mandarlo in Ispagna. Assicurato sulla parola d’onore, il Valentino ci va, ma ciurmato egli ciurmadore, fu messo prigione[89]; riuscitogli di fuggire al re di Navarra suo suocero, è ucciso all’assedio di Viana e sepellito ignobilmente.
Costui è l’eroe del Machiavelli, il quale trova ch’ei «fece tutte quelle cose, che per prudente e virtuoso uomo si doveano fare per mettere radici in quelli Stati che le armi e fortuna d’altri gli aveva concessi»; i tradimenti ne racconta con un’indifferenza che somiglia a complicità, fin a dire — Io non saprei quali precetti dare migliori ad un principe nuovo, che l’esempio delle azioni del duca»; e — Pel duca Valentino le opere io imiterei sempre quando fossi principe nuovo...»; e conchiude: — Raccolte tutte queste azioni del duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare di proporlo ad imitare a tutti coloro che per fortuna e con le armi d’altri sono saliti all’imperio»[90].
Dante poneva nell’inferno quel che diede i mali consigli a re Giovanni, e Buoso da Dovàra che agevolò ai Francesi la venuta, e il Montefeltro che suggerì il prometter lungo e attender corto. Vecchiaggini del medioevo! Ora non si inneggia ai santi del paradiso, ma si applaude agli eroi dell’inferno dantesco: ora bando ad ogni idealità: si stia al fatto: non vedasi quel che dovrebb’essere, ma quel ch’è; la virtù è la forza intelligente: doti uniche in un principe sono accorgimento di consigli, fermezza di risoluzione e fortuna; unica lode il riuscire. Ma a ciò quali regole dare quando sottentra l’onnipotenza individuale, cioè l’arbitrio supremo, il fluttuamento, la variazione? Il Machiavelli avea veduto Fernando il Cattolico da piccolo re divenire uno dei maggiori potentati d’Europa; per quali mezzi? per l’assolutismo: onde proclamò che bisognasse sradicare gli spinosi germogli del medioevo per mezzo d’una dominazione unica e incondizionata[91], e a questa giungere per qualsifosse via. Sian pur mali i mezzi, male anche il fine; ma sono passeggeri, e ne seguiranno il dominio supremo della legge, l’eguaglianza e la libertà di tutti, e si farà della cittadinanza un medesimo corpo, ove tutti riconoscano un solo sovrano[92]. Cerca dunque speranze nella disperazione; vedendo perire le antiche glorie d’Italia, vuol uccidere anche il diritto e la giustizia, della debolezza far forza, ad alto scopo giungere per vie basse; «suo intendimento essendo scrivere cosa utile a chi l’intende, gli è parso più conveniente andar dietro alla verità effettuale della cosa che all’immagine di essa»; oggi diremmo al fatto, anzichè all’idea. «Molti si sono immaginate repubbliche o principati, che non si sono mai visti nè conosciuti veri: ma è troppo discosto il come si vive dal come si dovrebbe vivere, e un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini infra tanti che non son buoni. Ond’è necessario ad un principe, volendosi mantenere, imparare a poter essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessità. Hassi ad intender questo, che un principe, e massime un principe nuovo, non può osservar tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantener lo Stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro all’umanità, contro alla religione»[93].
Conseguenti a questa teorica sono le applicazioni. Il tiranno deve sempre avere in bocca giustizia, lealtà, clemenza, religione, ma non curarsene qualvolta gli torni bene il contrario; farsi temere piuttosto che amare quando l’uno e l’altro non possa: scopo dei Governi è il durare, nè questo si può che coll’incrudelire, «perchè gli uomini sono generalmente ingrati, simulatori, riottosi, talchè convien tenerli colla paura della pena». Tutto ciò egli espone colla freddezza d’un anatomista, o d’un generale che calcola quante migliaja d’uomini si richiedono per espugnare una posizione. Per lui sono ammirabili i colpi arditi; lo strumento migliore è la forza, sia quella di Sparta per conservare, o quella di Roma per conquistare: il diritto è rinnegato; rinnegato Cristo, per surrogarvi non so che religione astrologica; rinnegato il progresso, giacchè «a voler che una setta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio»[94]. L’umanità, sottoposta a influssi d’astri, percorre entro un circolo insuperabile dal bene al male e da questo a quello[95]; e negli ordini politici, dalla monarchia all’aristocrazia, da questa alla democrazia, finchè l’anarchia riconduce la necessità d’un monarca.
Tal è lo spirito del Principe, libro di prudenza affatto pagana, inesorabilmente logica ed egoistica, fondata sul rigido diritto e sulla riuscita, acconcio a tempi quando, in difetto di moralità, restava unica sanzione l’esito, unico intento di ciascuno Stato il conservarsi e crescere, con qualunque fosse spediente, per quell’individualità che diveniva carattere del secolo.
Nel precedente, erasi cominciato a diffondere che le cose dello Stato non voglionsi regolare secondo la morale ordinaria e il diritto privato: via via indebolitasi l’autorità spirituale, l’assonnamento della coscienza pubblica preparava quel despotismo che non insinua la bontà, ma reprime colla forza. Machiavelli formolò que’ teoremi; ed il supporre nel Principe un’intenzione contraria alla apparente, equivarrebbe a credere ironico Aristotele là dove sostiene il diritto della schiavitù. Chè, come questa pareva natural cosa in Grecia, così allora il tradire con senno; nè la politica era teoria, ma azione e sperimento; non scienza dei diritti de’ principi, ma arte di dominare sugli innumerati bipedi che la loro stupidità condanna all’obbedienza, e conservarsi ad ogni costo; consideravasi abilità il trarre nel laccio l’inimico, maturare lunghe vendette, e di dolci parole velare atroci disegni. E talmente sul serio ragiona il Machiavelli, che sconsiglia i modi che irritano inutilmente; il saltare dall’umiltà alla superbia, dalla pietà alla fierezza quando facciasi senza debiti mezzi; basta «domandar a uno le armi senza dire, Io ti voglio ammazzare con esse, potendo, poi che tu hai le armi in mano, satisfare all’appetito tuo».
Qual poi in quel libro, tale il Machiavelli si mostra in ogni altro. Ciò cui esso aspira è l’unità dello Stato, del pensiero, della forza: vuol far cessare i vacillamenti, le dissimulazioni: vuol franchezza anche nel delitto; non considerazioni di giustizia o pietà; non s’hanno a fuggire i peccati ma gli sbagli. Nei Discorsi insegna che l’idea della giustizia nacque dal vedere come utile tornasse il bene e nocivo il male[96]; e gli uomini non s’inducono al bene se non per necessità; non vuole disapprovato Romolo d’avere ucciso Tazio e il fratello Remo; accoglie come segno di grandezza della repubblica romana «la potenza delle esecuzioni sue e la qualità delle pene che imponeva a chi errava». E Roma egli ammira sempre, quanto fa Polibio, perchè conquistò tanti popoli, e in guerra o per frodi rapì ad essi ricchezze, leggi, libertà, indipendenza. Perocchè la storia egli cerca non per la verità ma come allusione, sempre nello scopo di render forte anche un piccolo Stato. Tal è il senso della Vita di Castruccio, romanzo storico modellato sull’Agatocle antico, e non secondo i tempi dell’eroe ma del narratore; ove mostra come colui con piccolo paese e piccoli mezzi riuscì «non cercando mai vincere per forza ch’ei potesse vincere per frode, perchè diceva che la vittoria arreca gloria, non il modo»; le virtuose azioni di quello e le grandi qualità crede poter essere di grandissimo esempio, e gli fa dire che Dio è sempre coi forti, e a chi ha dà ancora, a chi ha poco toglie anche quello che ha. Insomma, schernendo tutte le credenze e i principj, ammira chiunque riesce, sia pure a fini opposti; eccetto Giulio Cesare che spense le libertà classiche, e Gesù Cristo che abjettò gli uomini predicando l’umiltà, e mettendo freno a quelle crudeltà per cui i pagani s’erano sublimati.
Pertanto indifferenza per le vittime, e simpatia per chi sormonta; male è il tradimento se non raggiunge il fine; male le congiure sol perchè le più volte escono a peggio; torna meglio pentirsi d’aver fatto, che pentirsi di non aver fatto. Appone ai Fiorentini che non avessero, nel 1502, sterminato la ribellata Arezzo e tutta val di Chiana, giacchè «quando una città tutta insieme pecca contro uno Stato, per esempio agli altri e sicurtà di sè un principe non ha altro rimedio che spegnerla», altrimenti è tenuto o ignorante o vile[97]. Che importa se un privato rimanga vittima d’un’ingiustizia? basta che la repubblica sia assicurata da forza straniera e da fazioni interne: «dove si delibera della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione nè di giusto nè d’ingiusto, nè di pietoso nè di crudele, nè di laudabile nè d’ignominioso». E proclama quella massima dei Terroristi del 93, che «nelle esecuzioni non v’è pericolo alcuno, perchè chi è morto non può pensare alla vendetta».
Tali suggerimenti possono, comunque scellerati, venire opportuni a uno Stato conquistatore; non quando vogliasi, come da noi moderni, un popolo operoso, che tutela non le ingiustizie, ma la propria indipendenza, ma le fatiche, i progressi, la libertà di ciascuno. Il Machiavelli invece la società ravvisa soltanto dal lato pagano; quella che vi fu eretta accanto, fondata sul diritto eterno e sulla pietà, o non conosce, o vilipende. O non comprende o avversa tutte le tradizioni italiane, impero, papato, guelfi, ghibellini: vuole il despotismo sotto una forma nuova, che potrà anche esser l’unità d’Italia, ma questa egli non pronuncia se non al fin del Principe e al principio dell’Arte della guerra: mentre altrove non ne mostra neppur la velleità: cerca il ben di Firenze, non fusioni di altri paesi. Egli insegnerà ai nostri come liberare Italia, e a Luigi XII come soggiogarla, e come sostenersi i pontefici che pur crede ne siano la ruina. Non si ferma all’eresia, all’incredulità, all’empietà; la ragione comanderà a tutto, farà il mondo e le religioni a capriccio.
Rivoluzionario nel pensiero, non negli atti, egli vagheggia la conquista francese; esorta Luigi XII a compiere l’acquisto d’Italia; semini la divisione, sostenga i piccoli, atterri il papa e la Spagna, soli ostacoli alla potenza: «nell’alta Italia pianta i tuoi invece degli abitanti». Forse immaginava che quel re diventerebbe italiano[98].