Perciò spesso s’inganna o neppur mostra quella preveggenza, ch’è il carattere degli ingegni eletti anche quando sono condannati all’inazione. Della calata di Carlo VIII non riconosce se non tardissimo gl’indestruttibili effetti; loda la conquista di Luigi XII che pur incatena l’Italia, solo vorrebbe che in Lombardia distruggesse i natii per collocarvi colonie all’uso romano; la lega di Cambrai, la rotta de’ Veneziani, l’attività di Giulio II, la protesta di Lutero, gli sono accidenti incompresi; Carlo V è padrone di tutto, ed egli non ravvisa pericolosi alla libertà italiana se non i Veneziani e gli Svizzeri, i quali possono soggiogare il mondo, come già fecero i Romani: se tardi s’accorge del vero nemico, non ravvisa che unica potenza effettiva da opporgli sarebbe il papa.

Avea creduto nel Savonarola; poi, visto fallire la politica religiosa, si buttò alla politica atea, più nelle credenze non vedendo efficacia, ed anche le crociate non avvisando che come uno scaltrimento d’Urbano II. Assiste al trionfo di Cesare Borgia e non s’accorge del pericolo di Firenze: la consiglia ad attaccarsi a quello, a commettergli ambasciata sommessa: lo credea fondatore di nazione, futuro arbitro d’Italia e del papato. E del papato niente capì la grandezza, derivata dalla conquista guelfa de’ Francesi, e che ne fa una delle primarie potenze d’Europa. Prima consiglia Gianpaolo Baglione a pugnalar Giulio II che non vuol riconoscerlo signore di Perugia: poi crede che i Turchi fra un anno conquisteranno l’Italia, e così sarà vendicata dei torti fattile dalla Santa Sede: poi spera che Leone X rimetta qui i Francesi, cacciati da Giulio II, per impedire una conquista degli Svizzeri. Crede a Francia, teme gli Svizzeri sol perchè hanno armi: non capisce Roma che col pensiero move i più lontani. Al modo de’ vulgari, giudica dal risultamento immediato, anzichè dagli effetti lontani e dallo scopo ultimo; ammira chi affronta le opinioni e le barriere che trattengono l’onest’uomo; nè s’accorge dell’armonia, che pur alfine ritorna, fra la moralità dei mezzi e l’assicurazione del fine; e come l’uomo che conculca la giustizia non appigliasi che a spedienti, i quali alla fine si trovano manchi e fallaci. Suggerisce di sterminare colla spada o perdere cogli artifizj chi fa contrasto agli incrementi, e scannare ecatombe umane a un idolo che ha per unico piedestallo la forza.

In tutti i casi però domandava la repressione de’ gentiluomini. Miglior governo crede il repubblicano, perchè gl’interessi di tutti sono affidati alle cure di tutti; ma vedendolo accompagnato da tanti scompigli, si risolve per la monarchia; non governi misti, non comandi dimezzati, ma «una mano regia che ponesse freno all’eccessiva corruttela de’ gentiluomini»; un governo forte, dove gli uomini grandi non potessero far sêtte, le quali sono la rovina d’uno Stato, «imitando Venezia, che teneva gli uomini potenti in freno». Secondava egli dunque l’opera che allora appunto compivano Enrico VIII in Inghilterra, Fernando nella Spagna, Giacomo IV in Iscozia, Luigi XII in Francia, Giovanni II in Portogallo, di sovrapporre ai nobili l’autorità de’ troni, de’ quali non prevedeasi la futura trapotenza.

Crede egli alla potenza del genio, e vedendo tanti fatti grandiosi, pensa possano sorgere Licurghi e Soloni, perdendo quasi il sentimento che nella politica separa il fatto dal miracolo. E questi genj non hanno più obblighi con nessuno, non vogliono la libertà piuttosto che la tirannia, non Cristo piuttosto che Giove, purchè giungano una meta premeditata.

E forse, tra le violenze soldatesche d’allora, soltanto un soldato come il suo Valentino potea prevalere: ma che un siffatto assodasse un desiderabil ordine di cose, era follia il riprometterselo; e l’eroe suo, coll’oro di Roma e l’oro di Francia, con astuzie e ferocie tante non conseguì che tenui effetti, e bastò un soffio a dissiparlo, bastarono circostanze che non avea prevedute. Venezia s’era accorta che sarebbe fuoco di paglia; un Piagnone nella fine dei Borgia legge un chiaro esempio della verità di quella sentenza che dice, «le cose violente non poter essere molto stabili, non che perpetue, come gli stolti, ogni dì ingannati, pure ogni dì si promettono»[99]: ma il Machiavelli neppure in quella caduta si disinganna: tanto il cuore può annebbiar l’intelletto.

Non a torto dunque il popolo denominò da lui quella inumana politica, che, propostosi un fine, nella scelta de’ mezzi non esita fra la giustizia e l’iniquità, l’astuzia e la violenza. A sgravio però del Machiavelli dicasi com’erano venuti comuni que’ teoremi. Il Guicciardini li applica incessantemente nella Storia; allorchè Pisa si solleva contro Firenze, non rimprovera già questa d’avervela spinta coi mali trattamenti, sibbene di non aver chiamato a sè i principali cittadini, e tenutili ostaggi; e riflette che anche «dopo la caduta del Valentino, la Romagna stava quieta ed inclinata alla divozione sua, avendo per esperienza conosciuto quanto fosse più tollerabile il servire tutta insieme sotto un signore solo e potente, che quando ciascuna città stava sotto un principe particolare, il quale nè per la sua debolezza la poteva difendere, nè per la povertà beneficare; e non gli bastando le sue piccole entrate, fosse costretto a opprimerla. Ricordavansi ancora che, per l’autorità e grandezza sua e per l’amministrazione sincera della giustizia, era stato tranquillo quel paese dai tumulti delle parti, dai quali prima soleva esser vessato continuamente, con le quali opere s’avea fatti benevoli gli animi dei popoli, similmente coi benefizj fatti a molti di loro; onde nè l’esempio degli altri che si ribellavano, nè la memoria degli antichi signori gli alienava dal Valentino».

Il Missaglia, nella vita del Medeghino, scriveva: — Poichè l’ultimo fine della guerra è la vittoria, per ottener quella pare che sia lecito o almeno tollerato mancare di fede, usare crudeltà ed altri enormissimi errori». L’Ariosto cantava: — Fu il vincer sempre mai laudabil cosa, Vincasi o per fortuna o per ingegno»; e Francesco Vettori: — Stimerei una delle buone nuove che si potesse avere quando s’intendesse che il Turco avesse preso l’Ungheria, e si voltasse verso Vienna; e i Luterani fossero al dissopra di Lamagna; ed i Mori, che Cesare vuol cacciare di Aragona e di Valenza, facessero testa grossa, e non solamente fossero atti a difendersi, ma ad offendere».

Poco poi frà Paolo Sarpi, dando consigli alla Signoria di Venezia sul governare i sudditi in Levante[100], la scaltrisce che alla fede greca non deva in niun modo fidarsi, ma trattarli come animali feroci, limarne i denti e le unghie, sovente umiliarli, soprattutto rimoverli dalle occasioni d’agguerrirsi; pane e bastone essere il caso loro, l’umanità si serbi per altre occasioni. E altrove asserisce che «il più grand’atto di giustizia che il principe possa fare, è mantenersi»; e vuol divietato il commercio ai nobili perchè produce grosse ricchezze a costumi novelli.

Nè ciò si pensava e faceva solo di qua dall’Alpi. Quel Commines, di cui più volte toccammo, vent’anni prima del Principe avea pubblicata la vita di Luigi XI colle professioni medesime; adopera come sinonimi inganno e abilità; chiama Lodovico Sforza «saviisimo, e uom senza fede qualora gliene venisse profitto»; e grandi e nobili a confronto degli altri Luigi XI e Carlo il Temerario, principi di poca fede, e sempre attenti a ingannarsi l’un l’altro[101]. Montaigne, che intitola il suo libro di buona fede, trova che in ogni politico ordinamento occorrono uffizj non solo bassi, ma anche viziosi, e i vizj medesimi servono a mantenere il legame sociale, come i veleni alla salute; esservi cittadini vigorosi, che sacrificano la vita per salvezza del paese; ma se il ben pubblico richiede che si menta, si tradisca, si uccida, lasciano tali uffizj a persone più destre.

Come Leone X dava un salvocondotto a Gianpaolo Baglione, poi venuto l’arrestava e uccideva; come la Signoria di Firenze, credendo pericoloso il congedare Boldaccio d’Anghiari condottiero, e più pericoloso il tenerlo, stabilì di spegnerlo, e il gonfaloniere dal balcone lo chiamò su, e quando fu salito, il fece buttar in piazza, «e tutto il popolo dimostrò esser contentissimo e lodava il fatto, e infine si conobbe essere stata perfetta opera»[102]; come il Valentino sorprendeva in sicurezza di pace i tirannetti di Romagna; così vedemmo il gran Gonsalvo, l’eroe spagnuolo, il leale idalgo, giurare sull’ostia al duca di Calabria lo lascerebbe ritirarsi ove volesse, poi mandarlo in carcere; invitare il Valentino, poi spedirlo prigioniero in Ispagna. Fernando il Cattolico chiamò esso Gonsalvo a Madrid sotto pretesto d’onore, e lo tenne in arresto; «informato che Luigi XII si lagnava d’essere stato da lui ingannato due volte, esclamava: — Mente il briccone; più di dieci volte io l’ingannai». I buoni montanari svizzeri vedremo più volte disertare dal servizio nel momento decisivo; e il cardinale di Sion abbandonare al sacco i Bresciani ch’egli stesso avea sollevati contro Francia; e Francia e Spagna nelle paci sacrificare gli alleati.