La cavalleria leggera cominciò ad avere importanza come corpo distinto solo quando Luigi XII soldò gli Stradioti, cavalieri greci, coperti il capo da un morione senza cresta nè visiera, cotta di maglia, spada, mazza, lungo bastone ferrato ai due capi: talora combattevano anche a piedi; e abituati alla fierezza della guerra turca, non davano quartiere. N’era comune l’uso ai Veneziani, che pagavano un ducato per ogni teschio che portassero, ed ai Napoletani, che li reclutavano fra gli Albanesi accasati nel Regno[106].
I cavalieri tedeschi o Raitri, oltre che male armati, avendo un cavallo solo, arrivavano sul campo stanchi, e mal poteano reggere contro la gente d’arme francese e italiana. I Lanzichenecchi, introdotti sotto l’imperatore Massimiliano, erano armati e ordinati al modo degli Svizzeri, coi quali spesso per emulazione venivano alle mani non dandosi quartiere: alti e belli di presenza, menavansi dietro mogli e figliuoli, grandissimo impaccio alle fazioni; volenterosi al bere, impazienti de’ disagi, improvvidi, puntigliosi; e diceasi ungessero i ferri e le mani col grasso de’ cadaveri nemici. Dietro a quegli eserciti vedeansi lunghi treni di prigionieri, uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code dei cavalli, e spinti a calci e a frustate; e sui carri gl’infermi e i bambini, ammonticchiati fra le spoglie, i calici e le bottiglie.
Ricchi, occupati d’arti, d’industria, di traffico, gl’Italiani non aveano tempo o voglia di mettersi soldati, e preferivano vederseli condotti sul mercato, come le derrate dell’Arabia e dell’India; gente senza morale perchè di mestiero, la cui viltà facea sempre più spregevole l’uso dell’armi; sicchè la nazione restava distinta dall’esercito. Que’ mercenarj, puri masnadieri, assoldati oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della preda, riponevano la prodezza nella jattanza dei pomposi nomi, Fracassa, Tagliacozzi, Fieramosca. Si tardavano le paghe? rompeano l’obbedienza, arrestavano il generale, e spesso costringevano ad azzuffarsi in circostanze disopportune, od a fazioni sconvenienti, solo per la speranza di saccheggio. Del quale conservavano il diritto per poco che una terra si fosse difesa; sicchè talvolta pattuivasi il riscatto ancor prima di acquistarla, o la si vendeva a un appaltatore[107].
Alcuni signorotti continuavano ad esercitare le armi come nobile occupazione; lo perchè la guerra menavasi con certe cortesie e a gran cura risparmiando la strage: ma con ciò eternavasi, perchè d’oro soltanto si contendeva, e miglior partito avea chi più ricco o più perfido, senza che la vittoria svigorisse il vinto, il quale coll’inganno provvedeva a rifarsi.
I capitani di ventura della scuola di Braccio e di Sforza, avvezzi a vivere unicamente di guerra, erano finiti, rimanendo solo quelli che possedevano dominj bastanti per mantenere del proprio alquanti seguaci. I siffatti non poteano avere corpi numerosi, e i principotti ne soldavano diversi col nome di lancie spezzate: il che tutto toglieva all’esercito ogni unità; mentre il pregiudizio di credere superiore la cavalleria alla fanteria era fomentato dai capitani di ventura.
Questo servizio non dispensava i terrazzani dal dovere prestarsi ai trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincee, ed anche far le guardie nelle rôcche, e tener saldo finchè giungessero i soccorsi; poi quando l’introduzione del fucile diede tanta importanza ai fanti quanta ne toglieva ai cavalieri, queste milizie furono adoperate anche in campo, comandando un uomo per casa e pagandoli a giornata, e sotto connestabili mandandoli ai luoghi minacciati.
In questo sciagurato sistema, i capi, non comprendendo che non v’è società senza governo, nè governo senza forza, si rimetteano all’arbitrio de’ venturieri, dai quali da oggi in domani erano traditi; e così toglievano ai nostri il sentimento delle proprie forze, l’orgoglio nazionale, l’affetto pel bene pubblico; e i soldati, forza materiale senza giustizia di modi nè nobiltà di fine, sapendo di poter tutto, trascorrevano a qualunque delitto; e avvezzavano i popoli a soffrirli e imitarli.
A sì imperfetti ordini taluno pensò supplire con cerne, che dovessero esercitarsi e tenersi pronte ad ogni occorrente. Tale fu l’ordinanza fiorentina, che, durante la guerra di Pisa, Antonio Giacomini e il Machiavelli suggerirono a Firenze, disgustata dai mercenarj che facevano mercatanzia della loro fede. Il Machiavelli ebbe gran campo di osservare codesti stranieri, d’ogni parte accorrenti a disputarsi i brani del bel paese, che alcuni non doveano più lasciare; e volendo mostrare la necessità di truppe nazionali e di disciplina, benchè stranio alle armi, s’industriò d’acconciare l’arte antica coi metodi nuovi, e come d’ogni altra dottrina faceasi, allattò la sua di rimembranze latine e greche. E l’espose in dialoghi, il cui interlocutore principale è Fabrizio Colonna, nipote di Prospero, che bella fama acquistò nelle guerre di quei tempi a servizio degli Spagnuoli; disgustato, si pose con Clemente VII, poi contro di questo difese Firenze; caduta questa, servì a Francia, sinchè credendosene offeso, portò il suo valore a Paolo III, del quale pure scontento, militò con Cosmo de’ Medici, infine con Carlo V, e terminò di nuovo a Firenze nel 1548. Tali erano i capitani d’allora.
Il Machiavelli propone di combinare i due sistemi della falange macedone e della legione romana, alle prime file dando picche per respingere la cavalleria, alle altre spada buona per difendersi; surrogare i campi trincierati alle fortezze, i rapidi attacchi e decisivi alle lunghe evoluzioni. All’abitudine de’ condottieri, per cui ogni milite menava dietro quattro cavalli, oppone l’esempio de’ Tedeschi che un solo ne hanno, ed uno ogni venti pel bagaglio. Da politico qual era, ragiona delle relazioni tra la vita militare e la civile, tra la politica e la tattica, e cerca soprattutto come armare e disporre i combattenti nell’ordinanza. Pone una gerarchia di gradi, ben proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse; suggerisce tamburi, bandiere, pennacchi, colori, altri distintivi opportuni a conservar l’ordine; vuole si esercitino le truppe continuamente, però in modo che il cittadino non divenga soldato se non all’istante del pericolo. Siano regolari le marcie; ma anzichè dividere, come si soleva, in avanguardia, battaglia e retroguardia, basta che qualche partita di cavalleria preceda e segua, mentre il grosso avanza in colonne parallele: idea non desunta dagli antichi, e che poi formò una delle glorie di Federico di Prussia.
L’ordinanza dunque non doveva essere «simile a quella del re di Francia, pericolosa ed insolente, ma a quella degli antichi, i quali creavano la cavalleria di sudditi proprj, e ne’ tempi di pace li mandavano alle case a vivere delle loro arti». A tale intento, sottomette alla coscrizione (deletto) tutti gli uomini dai diciassette ai quarant’anni per la prima volta, dipoi quelli soli di diciassette, età sicuramente precoce; sicchè tutti ad un bisogno possano prendere le armi, nè però queste siano professione speciale d’alcuno; tutti lo sentano come un dovere santo, nè però corrano alle file con ardore improvvido. Corpi distinti formino le scorte, i piccoli distaccamenti, le guardie d’onore, senza che per tali servigi siano menomati i battaglioni. Durante la pace, il soldato si eserciti con armi e vestito e calzatura più pesanti che quando marcia in guerra.