Il Machiavelli confessa la superiorità della moderna sopra la cavalleria antica, sprovvista di staffe su cui appoggiarsi nel ferire. Comprende che le armi nuove toglievano la prevalenza alla forza personale; ma qualora le applica, sempre le subordina alle antiche, e il fucile e il moschetto non ravvisa che come succedanei all’arco e alla fionda dei veliti: tanto poco ancora se ne capivano le conseguenze. Pure nel trattare delle fortezze prevede gli effetti delle mine: in città munita non vorrebbe castello o ridotto, acciocchè la guarnigione non vada meno risoluta nel difendere il tutto perchè confidi nel riparo che ancora le rimane.

Le armi da fuoco avrebbero dovuto far immediatamente allargare la fronte, e la battaglia di Marignano mostrò quanto maggiore offesa portassero nell’ordine profondo: pure la consuetudine lo facea conservare per la fanteria; e il Machiavelli lo preferiva per ammirazione ai Romani, per la quale voleva i corpi grossi di ventiquattro in trentamila uomini. Nemmanco giunse, in quel suo concetto del principe forte, a conoscere che stromento precipuo a farlo tale sarebbe l’esercito stabile, e che questo renderebbe inutili i suggerimenti che dava al conquistatore d’andare ad abitare nel paese conquistato o di devastarlo.

Alcune, e diciamo pure molte massime buone non bastano a collocare il Machiavelli fra gli strategi[108]. Bensì come a filosofo politico concediamogli il merito d’avere aspirato a costituire eserciti nazionali; e anzichè puri miglioramenti tattici, voluto opporre al tristo spettacolo de’ mercenarj la forza morale di Italiani, che convincessero non essere qui morto l’antico valore. In fatto, ad istanza di lui la Signoria armò diecimila contadini con abito uniforme bianco-rosso, armi e suono al modo degli Svizzeri e Tedeschi; gli esercitava i giorni festivi nel Comune, e due volte l’anno a mostre generali; e costarono meno che le condotte, e mostrarono maggior disciplina.

Con questi Firenze continuò la sciagurata guerra contro Pisa (pag. 110), città che, in quattordici anni di lotta, chiarì come ottantasette di servitù non ne avessero spento il coraggio e la perseveranza. Firenze, ostinata a volerla, vi adoperava l’abilità di Leonardo da Vinci e Giuliano da Sangallo; fu persino teso un ponte di barche, in modo di reciderle ogni sussidio dal mare; fu scavato un fosso per deviare l’Arno, ma una piena ruppe la diga, e traripò il fiume sopra il campo fiorentino. Allora, come avea usato l’antico Capponi, si bloccò Pisa, con navi e batterie chiudendo le foci dell’Arno, del Serchio, del Morto, e stabilendo tre campi trincierati: laonde, mancate le vittovaglie, Giovan Gambacorti si vide costretto mandar fuori i vecchi, le donne, i fanciulli; ma i commissarj fiorentini pubblicarono impiccherebbero chiunque uscisse di Pisa, e le donne rimanderebbero colle gonnelle scorciate alla vita.

Pisa disperata offrivasi a questo, a quello, sino al Valentino, anzichè ricadere all’emula che le avea stremato il commercio e la popolazione, ridotte a pantano le colte pianure circonvicine; gli ambasciadori di re Luigi condusse avanti alla Statua di Carlo VIII, supplicandoli non disfacessero l’opera del loro buon re: ed ecco venire cinquecento fanciulle biancovestite, sparsi i capelli, e supplicare i Francesi come tutori degli orfani e campioni delle donne, a non perigliare l’onestà di tante pulzelle; e davanti a una Madonna cantavano sì pietosamente, che non era un Francese che non piangesse: e quantunque il luogotenente Chaumont si ostinasse ad assediare coi Francesi questi amici della Francia, al primo disastro il suo esercito si sbandò; e tosto le donne di Pisa uscirono cercando per le macchie e pe’ campi i deboli e i feriti, confortandoli e recandoli in città, e difendendoli[109].

Perchè i Francesi la osteggiavano, gli Spagnuoli e il Grancapitano fiancheggiavano Pisa, e con essi il Petrucci di Siena e il Baglione di Perugia per gelosia della vicina repubblica: ajuti deboli e in parole, mentre Firenze potea guastarla con una nuova spedizione ogni anno, ma non prenderla.

In grazia di Pisa invelenirono le fazioni di Genova, città singolare, a cui le irreconciliabili avversioni dei negozianti co’ feudatarj delle montagne tolsero non solo di dominare il Mediterraneo come poteva, ma di aver peso nelle vicende d’Italia. Essa prima diede l’esempio di esibirsi a questo o a quel signore; si sottomise ai Francesi, poi cacciolli col sussidio di Francesco Sforza, al quale serbò riverenza perchè la tenne a duro freno, ma senza violarne i patti: lui morto, s’ingegnò di accogliere magnificamente Galeazzo Maria in quel suo sfarzoso viaggio; ma egli vi comparve in abiti peggio che semplici, e alloggiò in Castelletto, tra insultante e pauroso. Genova, indispettita, esibì di darsi a Luigi XI, il quale rispose: — Ed io la do al diavolo».

Durata dunque a malincuore sotto lo Sforza, quando egli morì se ne sottrasse a sollecitazione di Sisto IV, e tempestò fra le antiche parzialità: Prospero Adorno se ne fece governatore (1461), poi prevalsero i Fregosi, e Paolo cardinale arcivescovo divenne anche doge; indi si tornò ad obbedire a Milano, al quale poteva Genova essere tanto superiore per opportunità marittima e per memorabili imprese. Quando Milano cadde ai Francesi, dovette accettarli anche Genova, pur conservando l’amministrazione repubblicana. Scaduta di gente, di commercio, d’armi, esposta a tutte le avvicendantisi fortune d’Italia, i Francesi le minacciavano l’ultima ruina alzandole a fianco il porto di Savona.

Ripartite le cariche fra nobili e plebei, non si tornava così spesso al sangue, pure sopravviveano le antiche fazioni; e poichè il governatore francese surrogato al doge, in tutte le contestazioni si pronunziava pei nobili, questi più non ambivano l’indipendenza della patria, ma capitanati da Gian Luigi del Fiesco, il più ricco tra essi, contrariavano i popolani fino a impedire che si accettasse Pisa, la quale offrivasi a quella che altre volte avea speso tesori per assoggettarla. Con ciò voleano corteggiare la Francia, ma ne derivavano risse continue e insurrezioni, mal frenate dai Francesi. I popolani, forti per sangue, per talenti, per ricchezza, pretendeano avere due terzi dei pubblici impieghi, giacchè erano il doppio de’ nobili, e che si togliessero a questi le fortezze e i tenimenti sulla Riviera, e si sottomettessero alle comuni gravezze: i nobili di rimpatto, i quali allora erano soltanto i discendenti dai Doria, Spinola, Fieschi, Grimaldi, sicuri dell’impunità, si munivano di pugnali, su cui era scritto castigavillani.

Ma i villani di Genova han mostrato più d’una volta agli oppressori come i ciottoli del loro paese feriscano. Mentre un popolano sta contrattando dei funghi, un nobile se li prende per sè (1507); quello grida accorr’uomo, questo è ucciso; tutta la città vi prende parte, la baruffa mutasi in rivoluzione; si mettono al governo otto tribuni della plebe; si occupano le Riviere, governate da Gian Luigi del Fiesco. Re Luigi XII manda forze per quetarla col bombardamento e colla fame; ma il popolo si raccomanda al papa compatrioto e all’imperatore, ed elegge un doge popolare (7 febb.), Paolo da Novi, tintore di seta, uomo di coraggio, d’attitudine e di probità grande[110]; il che equivaleva a dichiararsi indipendenti. Luigi move dunque in persona con Svizzeri e Francesi; le milizie, per quanto sostenute dall’entusiasmo (1507), non reggono a fronte delle squadre disciplinate, e il cavaliere Bajardo gridava: — Olà, merciajuoli, difendetevi coi bracci; e picche e lancie lasciate a noi». Genova è presa (29 febb.) e saccheggiata: il re, entratovi colla spada nuda, fra le suppliche del popolo e degli anziani, che con ulivi e a ginocchioni implorano grazia, ben settantanove manda al patibolo: Paolo, doge per diciotto giorni, tradito da un suo per ottocento ducati mentre da Pisa fuggiva a Roma, è ricondotto, decapitato, squartato, e il capo e i quarti sospesi in varie parti della città; imposta una contribuzione di dugentomila fiorini, che era un terzo della taglia del regno di Francia; bruciati i privilegi; eretta alla Lanterna una fortezza, detta la Briglia; ordinato un governo, dove ai nobili assicuravasi la metà delle cariche; e gli storici celebrano la clemenza di sua maestà.