Cessano allora i soccorsi ai Pisani, che «destituiti d’ogni presidio, rimasti soli e debolissimi, non accettati da Milano, non bene visti dal pontefice, dai Senesi poco intrattenuti, stavano pertinaci sperando sulle vane promesse d’altri e sulla debolezza e disunione de’ Fiorentini» (Machiavelli). Per quanto ogni avere e forza mettessero a sostenersi con una costanza che dava risalto alla sconnessione degli aggressori, tolti in mezzo da corsari e da eserciti, sobbalzati fra le trattative di Francia e di Spagna, che non pensavano a fiancheggiarne la libertà, ma al denaro che trarrebbero dal tradirla ai Fiorentini, dopo una resistenza di quattordici anni e mezzo, che forse non ha altri esempj, dovettero rassegnarsi all’antica servitù (1509 13 marzo). A Parigi e a Madrid, ove ormai si decidevano le sorti italiane, fu pattuito il prezzo di quella sommessione in centomila fiorini che Firenze pagherebbe al re di Francia, cinquantamila a quel di Spagna. Saltò in mezzo anche l’imperatore, e ne volle quarantamila, mediante i quali confermava a Firenze tutti i privilegi concessile dai precedenti imperatori, tutte le ragioni sopra il territorio fiorentino e pisano[111].
Firenze non fu crudele ai vinti, e s’obbligò per patto a restituire i beni ai fuorusciti, e persino gli affitti riscossi dalle campagne, e le franchigie di commercio, e le magistrature; ma loro aveva tolto l’indipendenza, e con essa la popolazione e i guadagni, non la memoria e gli sdegni. Delle famiglie primarie alcune seguitarono le armi mettendosi in condotta, altre si mutarono a Palermo, a Lucca, in Sardegna, in Francia, molte furono trasferite a Firenze. L’antica dominatrice dei mari, tenuta in soggezione con presidio e fortezze, perdette ogni importanza e attività, e il censimento del 1531 vi contò appena cinquecensettantuno abitanti.
Altri guaj sbattevano intanto il resto della penisola; poichè le facili conquiste degli ultimi anni aveano abituato Francia, Spagna, l’imperatore a guardarla come una preda, e disputare di chi sarebbe, senza por mente ai veri suoi possessori[112].
Nel Napoletano, quelli che turpemente si erano spartito un regno altrui ben presto vennero a lite pei confini del possesso; e il Cordova pretendeva la Capitanata, dove l’annuale migrazione degli armenti per isvernare nella Puglia fruttava di pedaggio fin ducentomila ducati. Da quel dissapore il re di Francia sperò occasione di occupare l’intero regno, e divampata guerra, Francesi, Spagnuoli, condottieri italiani fecero belle e inconcludenti prove di valore, sia in battaglie aperte, sia in disfide particolari. E fu singolarmente decantata quella di Barletta (1503), ove tredici nostri mantennero contro altrettanti Francesi, che la loro nazione non era inferiore di coraggio[113]; compassionevoli sfoggi di una valentìa personale che nessuno negava: e il vederli con tanta compiacenza vantati da storici e poeti contemporanei, indica come gl’Italiani ignorassero che il valore non è glorioso se non per lo scopo a cui si dirige; dissipassero l’ammirazione sopra qualche vincitor di duello, invece di rimbrottare i prodi che non sapessero raccogliere le volontà, e versare il sangue unicamente pel riscatto della patria.
Alla lunga lotta i popoli non presero altra parte che di soffrire; e il Grancapitano fece preponderare gli Spagnuoli, malgrado il valore di Luigi d’Armagnac. In questo tanto si maneggiava la pace, convenendo di dare il Napoletano al bambino Carlo d’Austria, nato dalla figlia di Fernando di Spagna e dal figliuolo di Massimiliano, e sposandolo alla figlia di Luigi XII. Fidato negli accordi, re Luigi cessò di mandare sussidj, e impose all’Armagnac che sospendesse le ostilità: allora il Cordova, col pretesto di non aver ordini, assale i Francesi, a Cerignóle riporta una memorabile vittoria (1503 21 aprile), e secondato dai Colonna s’impossessa di tutto il Reame. Pietro Navarro, il quale aveva introdotto o piuttosto perfezionato l’uso delle mine[114], e vantavasi che nessuna fortezza valeva a resistergli, costrinse ad arrendersi i due castelli di Napoli, che furono abbandonati al saccheggio: e perchè alcuni soldati tornarono al Cordova lamentandosi di non averne avuto nulla: — Ebbene, rifatevene col saccheggiare il mio palazzo», cioè quello in cui aveva preso alloggio; e così fecero.
Luigi XII, stizzito di vedersi ciuffare quel regno, assalse la Spagna, mentre in Italia mandava Lodovico La Trémouille col maggiore apparecchio che mai Francia avesse allestito, e con Svizzeri e con Italiani comandati da quel Francesco Gonzaga di Mantova, che capitano generale de’ Veneziani in acerba età avea combattuto i Francesi a Fornovo, era poi passato nell’esercito imperiale, indi avea comandato nel Regno le truppe venete contro i Francesi, coi quali ora s’era messo. Mancato il La Trémouille, esso rimase capitano supremo: ma l’orgoglio francese sdegnava ricever ordini da un italiano; onde disobbedito e aspreggiato, egli dovette deporre il bastone del comando. Massima confidenza aveano invece gli avversarj nel Cordova, il quale al Garigliano sanguinosa vittoria riportò (1503 27 xbre). Del florido esercito francese i più erano periti men di ferro che di malattie; e quasi nessuno tornò in patria: sicchè la Francia ne restò luttuosa, sconsolato re Luigi; e gli Italiani si trovarono alla balia degli Spagnuoli. Fortunatamente il Cordova, trovandosi sprovvisto di denaro e afflitto dal clima, persuase una tregua di tre anni. Nelle introdotte trattative, re Fernando il Cattolico, ontoso del perfido suo comporto verso Federico II di Napoli, parea disposto a rimetterlo in trono: ma essendo morti questo e la regina Isabella di Castiglia, esso Fernando così vecchio sposò Germana di Foix, nipote di Luigi XII, il quale a lei cedette quanto possedeva o pretendeva nel Napoletano, ricevendo settecento mila fiorini per le spese di guerra; poi nel trattato secreto di Blois (1505 22 7bre), Massimiliano imperatore assentì a Francia l’investitura del ducato di Milano per cenventi mila fiorini e un par di sproni d’oro all’anno.
Tregua al solo scopo di ripigliar lena agli assalti; nè gl’Italiani poteano fidarsene: il Napoletano, preda disputata, strazio degli uni e degli altri, era caduto in una tirannide peggiore di quella da cui avea voluto riscattarsi; gli altri paesi, se non aveano perduto l’indipendenza, erano stati sottoposti a governi impopolari. Arbitre della penisola rimaneano le due potenze straniere, tenendosi l’una l’altra in rispetto; ma neppur esse poteano considerarsi padrone, esposte com’erano alla prepotenza de’ proprj generali. Il Cordova principalmente la facea da re, nè obbedì a Fernando che lo richiamava in Ispagna. Questi ingelosito viene in persona a Napoli, lo colma di vanti e d’onori, e col pretesto d’elevarlo granmaestro dell’ordine di Compostella, il conduce in Ispagna. Per via Luigi XII gli accoglie splendidamente a Savona, e vuole che il Grancapitano sieda terzo a mensa con lui e con Fernando; il quale forse da ciò più ingelosito, giunto nel suo regno, lo rimove dalla Corte, e lo lascia morire a Granata di settantatre anni nell’oscurità.
Vedemmo come fosse salito papa Giulio II, destro nella politica ed anche nelle armi, sicuro nelle provvidenze, magnifico ne’ divisamenti, scurante di domestici vantaggi, rispettoso alle franchigie dei popoli; però mancante in tutto di moderazione, imperioso, tenace negli odj, sollecito a punire come nemico del cielo chiunque contrariasse le sue volontà terrene; onde si disse aveva gettato in Tevere le chiavi di san Pietro, per non tenersi che la spada di san Paolo. Franco d’atti e di parole in modo, che il suo gran nemico Alessandro VI diceva peccasse di tutti i vizj eccetto il mentire, approfittò di questa reputazione per meglio ingannare. Fomentò egli il dominante farnetico di guerre e d’intrighi; e poichè dal sublime magistero, sostenuto nel medioevo, il papato immiserivasi negli uffizj d’un principato terreno, Giulio volle almeno rialzarlo, e il debole paese gli bastò perchè in dieci anni dominasse i forti, e reggesse a briglia le cose d’Europa.
Benchè i Francesi fossero soccombuti, egli era ito salvo da molestie, mercè della tregua, ed accumulava denaro pel suo alto concetto, qual era di «liberare l’Italia dai Barbari», cioè da quella soldataglia brutale, che a sua posta disponeva del bel paese, e innanzi a cui Alessandro VI avea tremato. Senonchè, sviato da interessi secondarj e dalle proprie collere, chiamava egli medesimo altri stranieri (1506). Innanzi tutto volle ridurre la Romagna a soggezione, e a grave stento ricuperati i castelli ch’erano appartenuti al Valentino, apparecchiato d’armi, di moneta, d’alleanze, intìma ai Veneziani che non si movano, intìma a Luigi XII che gli mandi soldati; e preceduto da interdetti, seguìto da truppe, accompagnato da ventiquattro cardinali, assale in persona Gianpaolo Baglione in Perugia, e lasciato indietro l’esercito, entra solo in essa città con tutta la corte. Il Baglione, parricida e incestuoso, non ardisce essere grandiosamente scellerato, e lascia togliersi di mano la città più bellicosa d’Italia, la quale allora sotto le sante chiavi riprese i privilegi di libera.
In Bologna Giovanni Bentivoglio, domate le famiglie potenti, signoreggiava col terrore, colla munificenza e coll’appoggio di Luigi XII. Ma questi, sgomentato dalla risolutezza con cui il pontefice ridomandava Bologna, dichiarò aver garantito al Bentivoglio gli Stati suoi, non quelli tolti alla Chiesa, e mandò soldati al papa. Rinforzato dai quali, dal Baglione, dal marchese di Mantova, ora venuto suo generale colla mobilità di quei venturieri, scagliando scomuniche e provocando al saccheggio, procede, sicchè il Bentivoglio ricovera presso i Francesi. Giulio, entrato in Bologna, vi ripristina i privilegi e l’amministrazione popolare, ne affida il governo a un senato di quaranta, che fino a questi ultimi tempi rappresentò il popolo in contrapposto al governo.