In tale spedizione il papa erasi giovato della Francia: ma ecco le truppe francesi venire per riprendere la ribellata Genova; ecco bucinarsi che Luigi XII pensa calare in Italia, e avendo dalla sua un grosso esercito, otto cardinali, trenta vescovi ed arcivescovi, deporre Giulio II, surrogarvi il cardinale d’Amboise, e da lui farsi coronare imperatore. Giulio monta in collera, e questa sola ascoltando, manda a sollecitare Massimiliano. Costui aveva aggiunto fuoco agli incendj d’Italia, largo sempre di promesse a chi largo di denaro, e impotente a nulla compire; negò d’investire il Milanese al re di Francia, poi con questo s’accordò nel trattato di Blois; subito lo ruppe, e accingeasi a calare dall’Alpi per avere la corona imperiale e trasmetterla a suo figlio. Diè dunque ascolto a Giulio, e convocati a Costanza gli Stati, espose le querimonie del papa e l’ambizione di Luigi, con tanta eloquenza da commovere al pianto; ma invece dei trentamila uomini richiesti, gliene sono consentiti appena dodicimila, dei quali pure non comparve che un terzo e per sei mesi soli. Intimò ai feudatarj italiani mandassero gli uomini e i sussidj che doveano in tali occasioni; ma occorrendogli grosse somme per soldare Svizzeri, esorbitava in domande. Tutti pertanto mal lo secondavano: i Veneziani poi, insusurrati dalla Francia, da cui venivano garantiti della terraferma, non che accettare le proposizioni replicate di spartir con esso il Milanese, gli si opposero a visiera alzata, sconfissero i suoi squadroni avanzati (1508), gli tolsero i porti sull’Adriatico, e da Bartolomeo d’Alviano fecero con grossa contribuzione castigare Trieste dei contrabbandi, e prendere Pordenone. L’imperatore, destituito degli ajuti svizzeri e tedeschi, dovette tornarsene colla vergogna cui soleano riuscire le sue imprese; indispettito dei trionfi e delle burlette che il popolo veneziano faceva su lui e sui soldati prigionieri.
Fra i passati turbamenti Venezia era rimasta sulla breccia contro i Turchi (t. VIII, pag. 228), in pericolo di perdere tutti i suoi possessi d’oltremare e di veder accampati sull’Adriatico que’ nemici comuni della cristianità. La causa sua era dunque europea, tutti credeano sacro dovere il soccorrerla, ma sol come un dovere il faceano, cioè coi minori scomodi possibili. Minacciata da Bajazet e perduto Modone, essa avea gridato al soccorso; e Fernando il Cattolico le spedì una flotta, la quale fece buone prove all’assedio di Cefalonia, sinchè fu chiamata alle guerre di Napoli. Alessandro VI vi destinò un buon rinforzo, e il ricavo delle indulgenze che si vendeano nello Stato veneto, le quali fruttarono ottantamila ducati[115]. Una flotta inviata dalla Francia, per mancanza di soldi ripartì avanti rendere alcun servigio. Meglio valse la guerra mossa alla Porta dal sofì di Persia, onde Andrea Gritti, ch’era caduto prigione dei Turchi, potè introdurre una trattativa, che finì colla pace del 1503, vegliata sin al 1537.
Questa guerra avea costretto Venezia a tener bassa la fronte davanti alle potenze, e lasciarle fare: ora però la rialza per ritornare alla prisca importanza e in concorrenza colle nazioni che per le scoperte nuove mutavano faccia al commercio e alla marina.
Che la scoperta del capo di Buona Speranza, trasferendo a Lisbona il commercio di Venezia, questa mandasse in subitanea rovina, è men vero, giacchè nel secolo XVI fu più ricca che mai, e ancora nel 1600 il Serra diceva che tutte le merci provenienti in Europa dall’Asia passavano per quella città. Tardi si abbandonano le vie del commercio, nè Venezia perdette il suo posto fin quando non si cominciò diretto traffico da Marsiglia col Levante. Se dunque ella avesse persistito nella natura sua di potenza marittima, avrebbe potuto gareggiare colle nuove, e assodare il suo trono nell’Adriatico. Ma mentre Spagna e Portogallo si avventuravano per altre vie, ella ostinavasi alle antiche; attraversava i passi degli emuli con ignobili maneggi, invece di precorrerli con generosa gara; mentre a buoni patti sarebbesi potuta accordare coll’Egitto e assicurarsi il passo di Suez, somministrava ingegneri e cannoni ai seidi dell’India perchè respingessero Portoghesi e Spagnuoli. Così ajutavasi delle astuzie del secolo.
La serrata del gran consiglio (tom. VII, pag. 78), la quale ne escludeva le famiglie che non vi avessero avuto parte negli anni precedenti, avea ridotto Venezia ad aristocrazia, che sempre più eliminava dal governo l’elemento popolare, a segno che nel 1462 si tolse perfino la parola di comune delle Venezie dalla promissione ducale, surrogandovi dominio; e pochi nobili[116] sopra i nobili minori, sopra il popolo e sopra la terraferma esercitavano una signoria, non diversa da quella de’ duchi e de’ marchesi. Ai popolani rimanevano le cariche di cancelliere grande, di cancellieri e consultori del doge, di notaj e segretarj; per non dir nulla del doge de’ Nicolotti, ch’era eletto dai pescatori e confermato dal doge, il quale raccomandavagli, — Siate buon padre di questa famiglia, ed ossequioso alla pubblica maestà; così facendo, vi sarò sempre protettore, e vi assisterò nelle occasioni».
Ma Venezia, che ai capitani di galee imponeva di accettare battaglia contro venticinque navi nemiche, proibiva ai nobiluomini di comandare più di venticinque uomini di terra, e per gelosia si metteva all’arbitrio de’ venturieri; e doveva presto mostrare come mal provvedano gli Stati che, invece di svolgere tutte le proprie facoltà, sperano nella debolezza. I nobiluomini, distolti dall’arme, s’affinavano nella politica: e poichè allora tutti aspiravano a crescere, e Venezia era stretta dall’Austria da un lato, dall’altro dai Turchi, si buttò sull’Italia, dove eccitò gelosie che le costarono caro.
La metropoli conteneva ducentottantamila abitanti, dava alimento a ogni sorta di manifatture ed arti belle, ricetto a forestieri d’ogni paese; e se lo strepito delle industrie, delle musiche, della popolaglia sturbassero gli studiosi, poteano ricoverare in amenissimi giardini delle vicine isole, come erano la villa Ramusia del famoso collettore di viaggi, a Murano quelle del Bembo, di Trifone Gabriele, dei Priuli, e quelle di Murano stesso, della Giudeca, di san Giorgio Maggiore, ove teneano le loro tornate gli accademici Pellegrini. Commines, il più filosofico scrittore d’allora, non rifina d’ammirarla, come «la più bella contrada di tutto il mondo e la meglio costrutta; i casamenti sono grandi e alti e di buon sasso: quelli che sono antichi, dipinti: quelli da cent’anni in qua hanno tutta la facciata di marmo bianco, ed anche adornati con pezzi di porfido e serpentino: è la città più trionfante ch’io abbia veduta mai, e che meglio di ogni altra saviamente si governa, e dove il servigio di Dio si fa più che altrove solennemente»[117].
Oltre il dogato, cioè le lagune e il littorale dall’Adige alla Piave, il dominio abbracciava la marca Trevisana, tolta agli Scaligeri il 1387; il Padovano, tolto l’anno seguente ai Carrara, e nel 1405 incorporato alla Signoria con Vicenza e Verona; Feltre e Belluno, datisele nel 1404; Cervia e Ravenna, tolte ai Polenta nel 1441; nel 1428 aveva dai duchi di Milano avuto il Bresciano, il Bergamasco, il Cremasco; dal signore di Mantova Lonato, Valeggio, Peschiera; e nel 1484 in pegno dal duca di Ferrara il Polesine di Rovigo, cioè la penisola fra l’Adige e il Po; anzi ottenuto il vicedominio sopra Ferrara, dove un gentiluomo, eletto dal senato, dovea governare alternativamente col duca. Dal lago di Garda e dal Bassanese spingeasi verso il principato vescovile di Trento, cercando rosicchiarne qualche lembo[118]. Nel 1420 avea recuperato la Dalmazia dal re d’Ungheria, eccetto Trieste città imperiale, e Ragusi, repubblica sotto la protezione dei Turchi: dominava pure le isole di quella costa fino a Cattaro, Corfù nel mar Jonio, Tenedo, Candia, Negroponte e le minori isole frapposte nell’Arcipelago; poi acquistò Cipro: sulle coste del Peloponneso, Argo, Napoli di Romanìa, Patrasso, Lépanto le erano disputate dai Turchi.
Il Tagliamento, piovendo dal monte Maura sul confine del Cadore colla Carnia, separa due schiatte, la carnica e la veneta, parlanti due favelle distinte, malgrado la vicinanza, le mescolate parentele e la dominazione comune sotto i patriarchi d’Aquileja, poi sotto San Marco. Ivi il Friuli avea fiorito d’una costituzione particolare sotto que’ patriarchi, divenuti smisuratamente poderosi e ricchi, fin quando non li cincischiarono da un lato i conti della Carnia, dall’altra i Veneti, a cui obbedienza molte città e signori si posero, sicchè il patriarca Lodovico conte di Theck (1420), indarno sostenuto dalle armi di Sigismondo re d’Ungheria suo cugino, dovette ritirarsi a morir da privato, e il Friuli accettò la dominazione di Venezia[119]. Essa vi conservò le costituzioni municipali, come soleva altrove: e per esempio, a Cividale la municipalità si componea di sessanta consiglieri ordinarj, di cui venti popolani, un solo per casa; dieci straordinarj ogni semestre, e due difensori dei poveri e dei carcerati; due nodari, tre regolatori del prezzo delle biade, e tre sopra le frodi nelle vettovaglie, ne’ pesi e misure.
Nel Friuli principalmente, ma anche in altri paesi duravano feudatarj, sui quali Venezia faceva sentire il suo alto dominio, imponendo leggi e gravezze[120]. Nè Venezia lasciava libertà ai cittadini, e tanto meno ai sudditi: ma il non esservi una volontà unica che prevalesse su tutte, bastava per farla contare come uno Stato libero. A chi poi l’accusasse, ella poteva opporre due argomenti di peso, la durata e la potenza. Perciò il Machiavelli non vedeva che tre repubbliche al mondo degne di lode, Sparta, Roma e Venezia: il Guicciardini, il Giovio, il Varchi, gli altri speculativi nostri partecipavano a quest’ammirazione; e qualvolta si trattasse di riformare uno Stato, affacciavano quel modello. Anche esternamente era protetta dall’opinione di ricchezza e prudenza; aveasi per buon augurio quand’ella si unisse a una potenza; «v’è un’opinione universale (scriveva un loro ambasciadore) che tanto sia dire la Signoria di Venezia, quanto sia dire monti d’oro; e credono che, non solo l’erario pubblico sia tutto pieno, ma ancora gli scrigni dei particolari, e che infine tutta la città sia oro e argento»[121].