Aveva essa perduto molte terre in Levante; eppure coll’acquisto di qualche brano della Romagna e del Milanese e di alcune fortezze nella Puglia, parve alle Potenze emule scompigliasse l’equilibrio; o piuttosto esse dolevansi che nel decennio precedente sola non avesse sofferto; Giulio II non men che il Machiavelli ne mostravano sgomento, e l’ispiravano agli stranieri: deplorabili gelosie, le quali diedero pretesto alla prima lega che, dopo le crociate, tessessero i principi d’Europa; lega di momentanee amicizie e dispetti personali che dava tristo iniziamento al nuovo diritto pubblico col divisare lo spartimento d’uno Stato libero, e col considerarlo nemico soltanto perchè repubblicano[122].

Re Luigi XII, che nelle sue strettezze non solo aveale consentito il possesso di Bergamo e Brescia conquistate, ma ceduto Cremona e la Geradadda, pentito come chi più non ha bisogno, or pretendeva intero il Milanese. Massimiliano, come successore degl’imperatori romani, ripetea Padova, Verona, Vicenza, e come duca d’Austria Roveredo, Treviso e il Friuli. Giulio II, che pur riconosceva in gran parte la sua elezione dal favor di Venezia, s’indispettì quando questa non volle accettar vescovo di Vicenza un suo nominato, e ridomandò Ravenna, Cervia, Faenza, Imola, Rimini e Cesena, terre che i tiranni aveano tolte alla Chiesa, Cesare Borgia ai tiranni, i Veneti al Borgia. Il re di Napoli voleva Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola, Polignano, da Ferdinando II consegnate in pegno ai Veneziani: il duca di Savoja pretendeva Cipro, di cui egli portava il titolo: Estensi e Gonzaghi, le terre un tempo dominate: infine l’Ungheria le città della Dalmazia e Schiavonia, pertinenza della corona angelica.

Questi erano i titoli; nella realtà una sorda gelosia moveva i re contro di una repubblica, la quale, non governata dal genio di un uomo che coll’uomo perisce, ma dall’immortale sapienza del senato, senza dispendj di corte, con appena tre milioni di sudditi e un decimo del territorio della Francia o della Spagna, avea tenuto testa a Turchi e Tedeschi, prosperato di commercio e manifatture; ed elevatasi fra i maggiori potentati, ardiva dir di no a Roma, impediva ai Francesi di prevalere in Lombardia, e agli imperatori di calarvi quando volessero. Di tale bassa invidia non facea mistero Luigi Eliano, ambasciadore francese, che diceva alla dieta germanica: — Fa appena un secolo che sbucarono dai loro paduli, e già occupano più terre che non acquistassero in ducent’anni i Romani. Soggiogata che abbiano l’Italia, divisano valicare le Alpi, gettar ponti sul Danubio, sul Reno, sulla Senna, sul Rodano, sul Tago, sull’Ebro. Feccia delle nazioni, vissero di pesca, poi si fecero riverir principi per via di furti, assassinj, avvelenamenti. Si dicono padroni del mare, lo sposano come fosser mariti di Tetide e mogli di Nettuno. Quante città non distrussero! quante oppressioni ai loro popoli! Non rammenterò le loro gozzoviglie, gl’infami stravizj, ma è ben certo che hanno beccherie di carne umana, han caverne dove sepelliscono i vivi, han tori di rame come i tiranni antichi. Noi non vestiamo di porpora preziosa; le nostre tavole non sono imbandite con servizj d’oro e d’argento; non d’oro rigurgitano i nostri scrigni... Certamente, se disdice a principi far da mercanti, più disdice a mercanti l’elevarsi alla condizione di principi».

Quando cominci la legittimità d’un possesso sarà sempre il problema più scabroso di quella politica che si fonda unicamente sui fatti; ma certo Venezia possedeva almeno tanto legittimamente quanto gli emuli suoi: eppure questi divisarono spartirsela. Già nel trattato di Blois n’avevano preso accordo Massimiliano e Luigi XII; ma l’inettitudine dell’uno e le occupazioni dell’altro sospesero l’effetto. Il mal esito dell’ultima spedizione indispettì Massimiliano a segno, che non esitò ravvicinarsi agli odiati Francesi. Luigi poi, per quanto a conservar il Milanese gli giovasse l’amicizia de’ Veneziani, chiamavasi offeso dell’aver essi conchiuso tregua coll’imperatore, anzichè rovinarsi a vicenda.

Margherita, figlia di Massimiliano d’Austria, perduto il marito Filiberto II di Savoja, per tomba gli elevò la chiesa di Brou, colla spesa di trenta milioni; eppure nel resto di sua vita si mostrò semplice, famigliare, cucitora di camicie, come s’intitolava; governò economicamente le Fiandre, e fidando nel denaro, e trattando gli affari mercantilmente, arrivò poi a comprare l’impero per Carlo V, e adesso cominciò l’obbrobrio della Francia e il disastro d’Italia colla lega di Cambrai. Perocchè, animati da frivole stizze, essa e l’imperatore e il cardinale d’Amboise ministro di Francia (1508 10 xbre), adunatisi col titolo di pacificare i Paesi Bassi, conchiusero una lega, che avea per pretesto solito la guerra contro i Turchi, e per iscopo reale il por freno a Venezia, usurpatrice, tiranna, seminatrice di risse; e tutto quel peggio che possa apporsi a chi si vuol opprimere; trovavano dunque «non solo utile ed onorevole, ma anche necessario il chiamar tutti ad una giusta vendetta, perchè con incendio comune si spegnesse l’insaziabile cupidigia de’ Veneziani e la loro sete di dominare». Il re di Francia menerebbe l’esercito; Giulio II, quel desso che volea risciacquar l’Italia dai Barbari, farà strada ai Barbari lanciando interdetti contro le città più italiane; Massimiliano buttava al fuoco il libro rosso, su cui registrava man mano i torti che dalla Francia riceveva Casa d’Austria, e, tregua o no, verrebbe qual protettore della Chiesa; ciascun pretendente occuperebbe la destinatagli porzione; ciascuno che avea temuto Venezia, le tirerebbe una stoccata, «per ridurla (diceva il luogotenente Chaumont) a non occuparsi che della pesca»[123].

Ai Veneziani ne venne avviso dall’ambasciatore a Madrid; ma Luigi XII diede la sua real parola che nulla erasi stipulato a loro danno; il re Cattolico assicurò non entrava nella lega che contro i Turchi. Intanto il cardinale di Amboise raddoppia d’attività nel sollecitare la spedizione prima che la riflessione sottentri; ed egli stesso, tutto gottoso, traversa le Alpi in lettiga. Già la guerra era rotta sull’Adda (1509 gennajo), quando un araldo di Francia si presenta alla Signoria veneta, e gettato il guanto, l’annunzia al doge Leonardo Loredano e a tutti i cittadini «uomini infedeli e violenti usurpatori» (Da Porto). Il doge risponde, tal genere di sfida convenire piuttosto a Turchi che non verso una repubblica cristiana, e stata a quel re sempre amica; pure coll’ajuto di Dio si difenderebbero, quand’anche egli doge dovesse menar nei campi l’ottagenaria sua persona. Insieme il papa, in una bolla che allungasi per ventidue pagine di stampa, mise all’interdetto Venezia, le autorità, i cittadini; tutti dovessero aversi in conto di nemici al nome cristiano, e schiavi di chiunque li pigliasse; scomunicato chi desse loro rifugio; tutto ciò se fra ventiquattro giorni non facessero incondizionata sommessione.

A tanto sobisso trovavasi esposta Venezia, sola. E se non bastava che le finanze sue fossero peggiorate dall’aver perduto il monopolio delle spezie indiane e dalla guerra contro Carlo VIII e contro i Turchi, la polveriera vicino all’arsenale prese fuoco, il fulmine diroccò la cittadella di Brescia, diecimila ducati spediti a Ravenna naufragarono, arsero gli archivj: lo che, oltre il danno, funestava gli animi come sinistro presagio. Ben si parve in tanto frangente la prudenza dei padri nel porre al miglior servizio le ricchezze pubbliche e private, ed accorgersi che bastava tenersi sulle difese, giacchè non durerebbe a lungo una lega di elementi così eterogenei.

Venezia da gran tempo usava le cerne, dovendo ciascun provveditore nella sua provincia descrivere tutti gli uomini atti a servire come combattenti o guastatori o nel treno; una o due volte il mese erano passati in rassegna, e all’occorrenza chiamati alle bandiere. Nel 1490 avea sparso degli archibugieri pel dominio, affinchè in quella nuova arma addestrassero la gioventù, stabilendo tiri al bersaglio e premj. Alle cerne tenevano dietro in guerra i partigiani, fanteria leggera. Ai savj di seconda classe spettava il sovrantendere alla milizia terrestre; ma il comando generale affidavasi sempre a stranieri, al cui fianco come consiglio e freno si ponevano due provveditori.

Oltre questi ordinamenti, Venezia cercò lancie spezzate e stipendiarj; e quantunque il papa trattenesse i condottieri romagnoli da essa patteggiati, potè sull’Oglio raccorre (aprile) duemila cento lancie, mille cinquecento cavalleggeri italiani e mille ottocento greci, mille ottocento fanti e dodicimila cerne. Li guidavano come capitan generale il conte di Pitigliano, e come governatore Bartolomeo d’Alviano, entrambi degli Orsini, due delle migliori spade: ma l’uno, vecchio, lento, ostinato, nulla volea fidar nella sorte, e credea vittoria il non perdere; l’Alviano, «giovane ardito, nell’armi e nella forza, non nella prudenza e nel consiglio stimava esser posta la virtù della guerra» (Barbaro), e volonteroso ai fatti, sarebbesi avventurato a una sconfitta nella speranza della vittoria. Quello volea si prendesse posizione fra l’Oglio e il Serio, proteggendo di là la terraferma, e aspettando che i Francesi esalassero «quel primo bollore pel quale son più che uomini, mentre diventano men che femmine coll’allungarsi del tempo»; l’Alviano spingeva a pigliar l’offensiva e passare l’Adda, assalendo inopinati i Francesi sul proprio territorio.

Fra il disparere di due intelligenti gl’inintelligenti credono mostrar sapienza coll’appigliarsi a un di mezzo; onde la Signoria, che, gelosa fin ne’ maggiori frangenti, a nessun dei due volea mostrarsi deferente, ordinò si accostassero all’Adda per difendere anche la Geradadda, ma non venissero a battaglia. Fu il peggior partito; avvegnachè il Trivulzio di trotto serrato guidò l’esercito della Lega alle loro spalle, onde dovettero accettare tra Vailate e Agnadello una battaglia (1509 maggio), che riuscì la più sanguinosa che da tempo si vedesse. Il re di Francia gridava: — Chi ha paura, si collochi dietro me»; il La Trémouille, vedendo i suoi voltare le spalle: — Ragazzi, il re vi osserva». In effetto, malgrado il gran valore, gl’Italiani soccombettero, e Bartolomeo medesimo restò preso.