Però non era perduta se non la retroguardia d’un florido esercito; e se il paese fosse stato avvezzo all’armi, poteasi palmo a palmo disputare il terreno: ma i Veneti non impedirono che i Francesi con rapidità proseguissero la vittoria. Immediatamente Caravaggio e Bergamo si rendono, indi Brescia, Crema, Cremona, Pizzighettone: fin Peschiera fu presa d’assalto, e il re ne fece impiccare il comandante che avea fatto il suo dovere difendendosi, e passar per le spade il presidio. Così furono appiccati i difensori di Caravaggio; quanti nobiluomini si trovassero, il buon re li voleva prigionieri, onde, esausti dai grossi riscatti, non fossero in grado di sovvenire la repubblica. Gli alleati di Francia, tenutisi in bilico, accorrono dacchè la vittoria non è dubbia; e Mantova col versatile marchese, Ferrara con Alfonso d’Este, Spagnuoli e Pontifizj con Francesco Maria duca d’Urbino fanno a chi prima ghermisca un brano dello spennacchiato leone: gl’Imperiali occupano le terre dell’Istria e del littorale, ed entrano pel Friuli e pel lago di Garda: Luigi XII (almen lo vantarono i Francesi) spingesi a Fusìna e fa tirare cinque o seicento colpi contro Venezia, «perchè si dicesse all’avvenire che il re di Francia avea cannoneggiato l’inespugnabile città» (Brantôme).
Questa parea spacciata, e lo scoraggiamento invadeva gli animi. «Era la Sensa[124], ma tutti pianzeva: quasi forestiere niun vi venne; niun vedevi in piaza, li padri di colegio persi, e più il nostro doge, che non parlava e stava come morto e tristo. E fu parlato di mandar il doge in persona fino a Verona (1509) per dar animo ai nostri e a la zente; il qual movendosi, andria cinquecento zentilomeni con sua serenità e a sue spese: ma quelli di colegio non voleano metter la parte, nè il doge si oferiva andarvi. Era detto a soi filioli, e loro dicevano, Il doge farà quello vorrà questa terra. Tamen è più morto che vivo... Concludo, zorni cattivi; védemo la nostra ruina, e niun non provede».
Così Marin Sanuto ne’ Diarj; e Luigi Da Porto nelle Lettere: — Li provveditori, pieni di avvilimento e di una certa sonnolenza, si possono vedere cento volte al giorno sbadigliare e stirare le membra, come se la febbre aspettassero; e non più l’usato altero umore del loro alto grado ritenendo, fuor di modo umili e domestici si mostrano anche verso persone indegne della loro domestichezza. Nè a tante avversità si sa per questa urgenza fare alcun provvedimento; sì questa città si vede avvilita, ed il governo pavido e smarrito. E già alcuni nobili viniziani, abbracciandomi e piangendo, mi hanno detto, Porto mio, non sarete oggi mai più de’ nostri. E volendo io render loro la solita riverenza, mi dissero ch’io nol facessi, perocchè eramo tutti conservi in una potestate ed eguali: poichè la fortuna gli avea ridotti a tal punto che più non ardivano di stimarsi signori, nè più chiamare il loro doge serenissimo. Alcuni altri di maggior ordine ancora, si veggono con fronte priva d’ogni baldanza andare per la mesta città con passo non continuato, ma ora frettoloso ora lento, ed abbracciando ora questo ora quello, far certe accoglienze sproporzionate, ed alcune blandizie alle genti, che non amore, ma timore smisurato dimostrano. Tutta Vinegia in dieci giorni è cambiata d’aspetto, e di lieta è divenuta mestissima: ed oltre che molte donne hanno dimesso il loro modo superbo di vestire, non s’ode più per le piazze e per li rii nella notte alcuna sorte di stromenti, di che con sommo diletto degli abitanti questa città a tale stagione suol esser abbondevolissima. E sì poco sono a tali percosse usi li Viniziani, che temono, non ch’altro, di perder anche Vinegia, non calcolando l’inespugnabile sito; e molti che hanno navi, più di prima le stimano ed hanno care; altri che non ne hanno parlano di farne l’acquisto, per fare forse come si disse d’Enea. Tanto smisurato timore è entrato ne’ cuori loro».
Così il popolo; ma il senato non dispera; e risanguando l’erario con imprestiti e con patriotiche oblazioni, pensa a riparare la dominante, e fornirla di viveri[125]; i capitani vuotino le piazze e si rannodino; e più che nelle milizie scoraggiate fidando nel tempo, nelle pratiche e nella fatale sperienza de’ popoli, spogliasi volontaria di quanto eccitava l’invidia altrui, come uom getta la borsa al masnadiero che l’insegue.
Di fatto l’essere sospesi i ricambj di commercio fra le provincie e la metropoli tornava di grave scapito ai minuti trafficanti; le città, che, esposte ai patimenti d’un assedio, avrebbero maledetta la Signoria, ribramaronla non appena fatto assaggio de’ fieri oppressori; dappertutto era ridesiderato San Marco appena si cessò di temerlo. «I Tedeschi (scriveva il Machiavelli) tendono a rubare il paese e saccheggiarlo, e vedesi e sentesi cose mirabili senza esempio: di modo che negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire e vendicarsi, che sono diventati più ostinati e arrabbiati contro a’ nemici dei Veneziani, che non erano i Giudei contro a’ Romani; e tuttodì occorre che uno di loro preso si lascia ammazzare per non negare il nome veneziano. E pure jersera ne fu uno innanzi a questo vescovo (di Trento, governatore di Verona a nome di Massimiliano) che disse ch’era marchesco, e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare; nè promesse di camparlo nè d’altro bene lo poterono trarre di questa opinione. Di modo che, considerato tutto, è impossibile che questi re tenghino questi paesi con questi paesani vivi»[126].
Chiave una volta del Friuli verso la Marca Trevisana era Sacìle, in un avvallamento sopra il fiume Livenza; sicchè i patriarchi d’Aquileja che n’erano signori, gli diedero la libertà comunale fin dal 1190, coll’emancipazione dei servi e colla facoltà di vendere i terreni; e lo munirono come loro difesa contro di Treviso e dei signori di Camino. Caduti questi, ingranditi in Sacìle i Pelliccia, subì l’influenza dapprima, poi il dominio dei Veneti, che ne crebbero le fortificazioni in modo che avea tre castelli, e una cinta di mura e torrioni attorno ai due borghi, difesi anche dal fiume[127]. Questo apparato non valea più contro le armi nuove, e gl’Imperiali vi passarono facilmente. Ma quando Leonardo Trissino, fuoruscito vicentino, si presentò a Treviso (1509 giugno) per riceverne la dedizione, un Marco Calligajo, spiegato lo stendardo di san Marco, condusse il popolo a respingere il disertore, e saccheggiare i palazzi de’ nobili che eransi affrettati a sottomettersi, e chiamò in soccorso milizie italiane: primo passo al risorgere di Venezia, che assolse per quindici anni dalle imposte i Trevisani.
I Sette Comuni Cimbri, colonia tedesca, conservatasi in mezzo al Bassanese[128], di Venezia piuttosto alleati che sudditi, pagandole un tenue tributo, reggevansi per comunità, ciascuna indipendente dall’altra, con un consiglio composto delle famiglie originarie. Per gl’interessi di tutti si facea capo ad una reggenza di due deputati ogni Comune, sedente in Asiago. Il sindaco di ciascun Comune decideva le controversie in prima istanza; l’appello recavasi alla reggenza, che in casi straordinarj rimetteva a due arbitri, e ne’ più complicati al senato veneto. Anch’essi presero caldamente le parti di Venezia, con non piccolo giovamento.
A Padova la nobiltà si era chiarita per l’imperatore, sperando col suo mezzo ricostruire la feudalità, e ridurre i contadini servi alla tedesca; e subito mostrò l’arroganza di chi tiensi appoggiato dal vincitore. I cittadini se ne indispettirono; trovarono stomachevole il rimanere sotto nazione lontana e diversa[129], che ai nuovi suoi sudditi imponeva intollerabili taglie per le passate e per la futura guerra, e coi modi rozzi e soldateschi contrastava alla colta affabilità de’ nostri. S’intesero dunque con una mano d’uomini del lago di Garda, che condotti (1509 17 luglio) da Francesco Calsone di Salò[130] sorpresero Padova nottetempo, e saccheggiarono le case degli avversi. Alcuni de’ più caldi che eransi rifuggiti in conventi, furono colla speranza del perdono invitati a una cena, ma quivi côlti e spediti ai Dieci, che alcuni imprigionarono in vita, alcuni relegarono oltremare, altri condannarono alle forche, sebbene reputati per sapere e prudenza[131]. Così periva il fiore delle famiglie padovane; e ne rimase indelebile macchia a Massimiliano, che non avea pensato a difendere la città a lui datasi.
Quelli che aveano aspirato ad esser primi a sottomettersi, si vergognavano in faccia a’ proprj concittadini, dacchè erano cessate le illusioni e le speranze: rinnovatesi le battaglie e il coraggio, i nobili veneti, che non aveano mai combattuto se non per mare, furono autorizzati a porsi nell’esercito di terra, e seicentoquattordici di essi a proprio conto fecero leva di soldati. Alcun savio suggeriva di chiedere ajuti ai Turchi[132], e Bajazet ne aveva esibiti; ma per quanto offesa dal papa che le imponeva d’abbandonare il dominio dell’Adriatico, Venezia se ne astenne. A re Luigi non sapea perdonare la turpe fede, le ingannevoli promesse, l’atrocità dopo la vittoria, sicchè non cercò mai ravvicinarsegli. Ma Antonio Giustinian, traverso ai gravissimi pericoli che gli sovrastavano come scomunicato, giunse fin a Massimiliano, e il tentò con sommessione e con promesse di soddisfarlo d’ogni pretensione[133]; ma quello, che fin allora non avea mosso un dito, s’ostinava: — Voglio veder Venezia al nulla; la città medesima si occupi, e si partisca in quattro giurisdizioni fra i sovrani alleati, che vi porranno ciascuno una fortezza»; e davasi aria di gran politico col non palesare a nessuno i suoi divisamenti, di gran guerriero col menare di qua di là le truppe ne’ paesi che per altrui fatica aveva ricuperati. Poi udita la presa di Padova, Vicenza avere aperto le porte al provveditore Andrea Gritti, e l’esercito aver riprese da una parte Bassano, Feltre, Belluno, Castelnuovo del Friuli, dall’altra Monselice, Montagnana, il Polesine di Rovigo, accorse con truppe senz’ordine nè disciplina, che lasciavano orribili orme, fino ad avere addestrati cani a pigliar e sbranare uomini.
A Monsélice i Tedeschi posero il fuoco, bruciandovi gli stradioti di presidio, e riceveano sulle punte delle picche quei che precipitavansi dalle mura incendiate. Dappertutto poi i lanzichenecchi non pagati rifaceansi col rubare, e fin tre volte in una settimana Verona fu saccheggiata[134]. Seicento Vicentini s’intanarono nel Còvolo di Masano, e i soldati accesero legna alla bocca e ve li soffocarono. Orrendo spettacolo si affacciò a costoro quando entrarono a vedere le proprie vittime, ammucchiati in fondo alla grotta, stretti ai loro cari, o in atti rabbiosi; alcune donne sconciarono; una tenea sotto la sottana i sei figliuoletti, come ultimo schermo; un ragazzo, che unico sopravvisse, narrò come, al primo addensarsi del fumo, alcuni nobili si fosser mossi per offrire grossi riscatti, ma gli altri vollero che tutti l’egual sorte corressero. Tali inumanità riproduceansi altrove; e ciò ch’è orrendo, i Francesi reclamano per sè questo fatto che altri appone ai Tedeschi; e i loro cronisti celiano di que’ villani di Venezia appiccati ai merli.