Padova, dove s’era ricoverata gente quattro volte più dell’ordinario, fu da Massimiliano assediata (7bre) con centomila soldati tra suoi e francesi, pagati dal saccheggio e animati dalla speranza di maggiore, e ben ducento cannoni così grossi che alcuni non potevano mettersi sul carretto. Egli medesimo con coraggio attendò sotto il tiro delle batterie nemiche; ma ignorava la costanza, nè riusciva a chetare le pretensioni de’ cavalieri. Mandò una volta al generale francese La Palisse, che mettesse a piedi i suoi uomini d’arme perchè salissero alla breccia co’ lanzichenecchi; ma il cavaliere Bajardo riflettè: — Come mai scavalcare tanta nobiltà, e perigliarla con pedoni che sono calzolaj, maniscalchi, panattieri e gente meccanica, cui l’onore non sta a cuore come a ben nati? Non ha egli molti conti, signori, gentiluomini di Germania? li metta a piedi coi gendarmi di Francia, e volentieri mostreranno loro la strada, poi i lanzichenecchi terranno dietro»[135]. Ma i gentiluomini tedeschi neppur essi degnavano esporsi fra la pedonaglia, onde Massimiliano si ritirò a Verona (3 8bre) congedando l’esercito. Sebbene poi alla Polesella fosse distrutta la flotta veneziana che assaliva Ferrara per punire la slealtà di quel duca, rivoltatosi contro la repubblica sotto le cui ali era cresciuto; e sebbene morisse il conte Pitigliano, mente di quella guerra, le cose pigliavano miglior indirizzo; a Luigi Malvezzi, poi a Gianpaolo Baglione fu dato il bastone di generalissimo; il comando delle fanterie a Renzo di Ceri degli Orsini, permettendogli d’adoprar le armi riposte negli arsenali.
Meglio che le armi, riuscivano a Venezia i maneggi. Re Luigi, ricuperato quanto gli assegnava l’accordo di Cambrai, pensava andarsene dall’Italia, dove mal volentieri avrebbe veduto l’Austria prendere radici, e dove ben piccol conto facea sul versatile Massimiliano. A Fernando il Cattolico era stata tolta ogni ragione di nimicizia coll’aprirgli le città staggite sulla costa napolitana; sicchè egli si oppose all’assaltare Venezia, adducendo non essersi fatta la lega che per torle la terraferma; ma in effetto perchè bramava si traesse in lungo la guerra, acciocchè Massimiliano non si mescolasse della tutela del suo nipote Carlo. Al papa la Signoria esibì quanto teneva in Romagna, purchè l’assolvesse; recedeva dall’appello fatto al futuro concilio; non porrebbe ostacoli alla giurisdizione ecclesiastica; lascerebbe libero ai sudditi pontifizj il navigare l’Adriatico. Giulio dunque (1510 24 febb.) piegatosi levò l’interdetto, e accettò i loro ambasciatori a baciargli prima il piede, poi la mano, in fine la bocca[136]; e sempre volendo governare e non esser governato, tornò sul divisamento, sol per vendetta abbandonato, di liberare l’Italia dai Barbari. Sprezzando Massimiliano, egli temeva il Cristianissimo, onde drizzate le mire ai danni di questo, sollecitò contro di lui Enrico VIII nuovo re d’Inghilterra; e come derivanti da benefizj ecclesiastici, reclamò alla Camera apostolica gli undici milioni che avea lasciati morendo il cardinale d’Amboise, frutto della savia ma non disinteressata amministrazione delle finanze francesi: a Fernando diè la sempre contesa investitura delle Due Sicilie, in onta alle pretensioni di Francia: volse poi gli occhi ai monti svizzeri, dove sono accumulati la neve e il valore, e donde rotolano sulla Lombardia la valanga e il mercenario.
Matteo Schinner, fanciullo mandriano del Vallese, mostrò tale ingegno, che i suoi lo mandarono a studiar lettere a Como; a diciassett’anni sapeva greco, italiano, latino; onde il vescovo di Sion se lo volle vicino, e se l’ebbe poi successore. Cristiano e svizzero, volea l’indipendenza della Chiesa e de’ suoi monti, entrambi minacciati dalla dominazione francese in Italia. Pertanto predicava le armi a’ suoi, così ascoltato come nessun mai da san Bernardo in poi; e dividendosi tra gli uffizj di sacerdote e di guerriero, a sè attribuiva il titolo di duca di Savoja, di marchese di Saluzzo a un suo fratello. Giulio II, chiamatolo cardinale e legato pontifizio in Lombardia, contrattò con esso seimila soldati a tutelare la Chiesa contro qualfosse nemico. I quali passarono le Alpi, preceduti dallo stendardo sotto il quale aveano vinto Carlo il Temerario, e dov’era scritto, Domatori de’ principi, amatori della giustizia, difensori della santa romana Chiesa. Ma ben presto, atterriti dal valore o vinti dal denaro di Gastone di Foix, tornarono alle loro montagne.
Ercole I d’Este aveva ingrandito Ferrara, e fuor di essa fabbricato un magnifico parco, a pubblico uso; eresse e dotò chiese e monasteri; il giovedì santo dava mangiare a cinquanta poveri; avea la cappella meglio fornita di musici e cantori; apriva caccie, combattimenti, tornei; e ogni anno facea rappresentare la Passione del Signore o l’Annunziazione o la vita di qualche santo, con indicibile sontuosità, ai quali spettacoli antichi univa il novissimo di qualche commedia di Plauto o Terenzio e di composte allora, a tal uopo cominciando un teatro stabile; e alla corte teneva Matteo Bojardo, Pandolfo Colenuccio, Tito Strozza ed Ercole suo figlio, Nicolò Leoniceno, Pellegrino Prisciano, Antonio Cornazzano, Battista Guarino il vecchio, Antonio Tibaldeo ed altri begl’ingegni[137]. Egli sostenne guerra con Venezia, che, pretendendo il monopolio del sale, gl’impediva di cavarne a Cervia. Alfonso suo figlio, che dicemmo sposato a Lucrezia Borgia, ottenne da papa Alessandro VI di ridurre il tributo da mille ducati a cento: entrò nella lega di Cambrai, ma sarebbe soccombuto alla vendetta de’ Veneziani se papa Giulio nol salvava. Il quale ora pretendeva lasciasse l’alleanza francese, e facesse pace coi Veneziani; cavillava sulle saline; e perchè tardò a obbedirgli, lo proferì scomunicato e decaduto. E subito rotte le ostilità, egli in persona menò gli eserciti impaziente d’ogni ritardo, esponendosi di ottant’anni alla neve e al fuoco, dirigendo le batterie contro la Mirandola, per la cui breccia entrò (1511 20 genn.); e ripeteva: — Ferrara, Ferrara, corpodidio ti avrò». Ma Alfonso, impegnando le gioje proprie e della moglie onde non gravare i popoli, si sostenne contro il papa, che mai non lasciossi placare.
Giulio, non dimentico de’ guasti recati da Luigi XII a Genova sua patria, aveva raccolto molti profughi da essa, e sempre favoritovi la parte popolana. Ora egli cercò ribellarla ai Francesi, spedendovi Ottaviano Fregoso; ma il colpo fallì. I Francesi allora avventaronsi alla riscossa; i prelati loro, raccolti in Tours, autorizzarono Luigi a respingere coll’armi l’aggressione dell’indegno capo della Chiesa, e contro i suoi interdetti appellare al concilio generale (1 maggio). Si attizzò dunque la guerra; i Pontifizj, capitanati da Francesco Maria della Rovere, furono rotti a Casaleccio; Bologna, la città del cui acquisto Giulio si compiaceva e che vantava d’avere restituita dalla servitù dei Bentivoglio alla libertà, nè avervi mai commesso crudeltà o sopruso alcuno, fu presa; l’esercito del papa insultato; la sua statua, opera di Michelangelo ch’era costata cinquemila ducati, fu dal popolo abbattuta e ridotta in un cannone. Giulio mandò il cardinale Alidosi a lagnarsi col duca d’Urbino avesse per la sua negligenza causato tanta perdita; e il duca lo maltrattò ed uccise sulla strada.
Attristato e fremente, Giulio crebbe d’impeto nel menare le imprese, mentre d’una guerra contro la potenza ecclesiastica molti della parte francese prendevano scrupolo, e massime Anna di Bretagna moglie del re; onde il maresciallo Trivulzio, al quale era stato restituito il comando supremo alla morte di Chaumont, era ridotto ad operare con esitanza. Luigi medesimo chiedeva perdono al papa che osteggiava: non riuscendo però a calmarlo, appellò ad un concilio ecumenico per giudicarlo mal eletto, e fece battere una medaglia, iscritta Perdam Babylonis nomen.
Dal concilio di Basilea in poi la Germania non aveva cessato i lamenti contro Roma, contro l’ignoranza e avidità dei nunzj e dei prelati, contro la vendita delle indulgenze, e le annate e le aspettative. Pertanto l’imperatore Massimiliano, qual patrono della Chiesa, indìce un sinodo a Pisa, sotto la protezione dei Fiorentini, che, smunti dalla passata guerra, si erano tenuti neutrali, benchè inchinevoli a Francia. Se sbuffò Giulio dell’insulto a quella dignità, di cui era gelosissimo! e l’interdetto di lui lasciò che ben pochi prelati s’adunassero, questi pure oltraggiati dal popolo, e colà e dopo che furono trasferiti a Milano.
Pontefice singolare, bisognoso d’intrighi, di trattati, di guerra; infaticabile fin nella decrepitezza; superiore a riguardi personali o a interessi proprj o di famiglia, non sapeva piegarsi a verun punto che credesse svantaggioso alla santa Sede; e soddisfatto in ciò dai Veneziani, trovava imperdonabile che altri persistesse in una guerra, da lui per quest’unico fine suscitata. Combinò una lega (1511 5 8bre), detta Santa, perchè diretta a prevenire lo scisma e restituire Bologna a san Pietro; e v’entrarono Venezia e re Fernando, il quale, famoso per palliare di santità le ambizioni, speravano occasione di buscarsi la Navarra spagnuola, reclamò sussidj da’ suoi Aragonesi col pretesto della guerra agli Infedeli, e mentre tutti lo credeano diretto sull’Africa, eccolo sbarcare in Italia avanti che trapelasse il suo accordo col papa. Giulio II volea trarre in questi interessi anche l’Inghilterra; al qual uopo, mentre stava adunato il parlamento, spedì a Londra una galeazza carica di vino, di prosciutti e d’altre leccornie, che lo fecero lodare a cielo; ed Enrico VIII s’associò alla lega nell’intento di ricuperare la Guienna. Gli Svizzeri, a cui Luigi XII non avea voluto aumentare la pensione o per intempestiva avarizia, o per nobile sdegno della costoro insaziabilità, corsero fin alle porte di Milano taglieggiando: il Friuli, intanto che anche i tremuoti lo scotevano, continuava ad esser guasto dalle masnade imperiali.
I Francesi prosperavano sotto Gastone di Foix duca di Nemours; nipote del re e governatore del Milanese; gran generale quasi prima d’essere soldato, che a ventidue anni vinse in tre mesi quattro battaglie, espugnò dieci città, creò la fanteria francese; e per omaggio all’amica sua non portava piastrone, ma la camicia sporgente dal gomito al guanto. Eroe pei Francesi, manigoldo per gl’italiani, egli animava i suoi alla carnificina, nè ai vinti risparmiava strapazzo o aggravio, nè ai soldati fatiche o pericolo. Era seco Pietro Bajardo, il cavaliere senza paura e senza rimprocci, guerriero d’alto grido, che non comandò mai in capo verun esercito, benchè nessun’impresa importante si ardisse senza il braccio e i consigli suoi; quasi egli amasse meglio combattere dove e come gli pareva, ed avventarsi nei pericoli senza che lo rattenessero i riguardi al posto che occupava. Ultimo de’ paladini del medioevo, venuto ad acquistare rinomanza non in foreste e rôcche, ma fra la civiltà italiana, e fra palazzi abbelliti d’oro e di pitture, egli rappresenta il valor cavalleresco in mezzo alle brutalità della nuova soldataglia; fece appiccar due di quelli che aveano messo fuoco al Covolo di Masano; ad Alfonso di Ferrara impedì d’avvelenare papa Giulio, o l’avrebbe denunziato: pure mostravasi feroce contro i soldati gregarj, e massime gli archibugieri, che gli parevano la ruina del valor vero. Non è a tacere che, passando per Carpi, egli, La Palisse e Gastone andarono interrogare un famoso astrologo, e n’ebbero assicurazioni di vittoria, con particolarità che il seguito avverò.
Guidava i federati Raimondo di Cardona vicerè di Napoli, e sotto lui generali di gran nome, quali il minatore Pietro Navarro e Fabrizio Colonna sullodati. All’esercito papale presedeva Giovanni Medici, che fu poi Leone X, e sotto lui stavano Marc’Antonio Colonna, Giovan Vitelli, Malatesta Baglione, Rafaello de’ Pazzi, condottieri di prima reputazione. Chiamavasi esercito della Santa Lega, eppure vi militavano molti Mori e trecento rinnegati d’ogni religione; e le cronache riboccano degli orrori che commisero, senza riguardo a sesso, età, condizione, santità; l’ingegno brutale esercitando nell’inventar nuove guise d’impiccare or per un membro or per l’altro, or in questo or in quell’atteggiamento, or ad un albero o ad un muro o ad un trespolo, e tagliare e storcere le parti più delicate, frangere le ossa, bruciacchiare dov’è più sensibile, e ai tormenti far assistere i cari prima di sottoporveli essi pure. Con tutto ciò in nessun luogo si trova che gli abitanti resistessero, o mostrassero se non il valore almeno la rabbia: ben di molte donne è memoria che precipitarono sè e i figli ne’ pozzi e ne’ fiumi, o difesero l’onestà uccidendo gli offensori.