Bologna contro l’esercito pontifizio fu difesa (1512 genn.) dal Bentivoglio e dai Francesi. Brescia era stanca delle prepotenze di questi, ma partita fra i Gàmbara e gli Avogadro, non valeva a liberarsi. Nel castello di Monticolo erasi fortificato Valerio Paitone, educato dalle armi e dai libri a studiare gli uomini e sprezzarli, e circondato dai migliori buli bresciani, facea vita indipendente e soperchiatrice, taglieggiando i viandanti e i valligiani, ottenendo rispetto dalla repubblica veneta, il cui doge in pien senato si abbassò «da la sedia alquanto per farghe honore»[138]. Fremendo del veder la patria sottoposta a Francia, con Lorenzo Gigli di Rovato, Giammaria Martinengo, ed altri gentiluomini bresciani congiurò per sollevare il paese (5 febb.), e consegnarlo al provveditore Gritti. Scoperti, furono chi cacciati, chi morti; Ventura Fenaroli ch’erasi ascoso in una sepoltura, trovato si trafisse da sè e fu appiccato. Però il Paitone unì quanti potè dalle valli Camonica, Sabbia, Trompia, dalla Franciacorta e dalla riviera di Salò, e secondato da Bergamo e da’ vicini paesi, assalse e prese Brescia; ma forse impedito dalla prudenza del Gritti non attaccò il castello. I collegati speravano che, occupato da Bologna, Gastone non potrebbe impedire quest’altro acquisto; ma egli colla celerità li previene (19 febb.), ed entrato nel castello, di là assale Brescia. I natii si difesero col coraggio che è loro abituale, e ferirono il cavaliere Bajardo sulla breccia; onde i suoi presero furore a vendicarlo, ed entrativi, e combattuti via per via, la mandarono a guasto e sangue; seicento cittadini si dissero uccisi, violati fin gli asili sacri ove le donne s’erano ricoverate, fattovi un bottino di tre milioni di scudi (72 milioni); l’Avogadro con due figliuoli ed altri generosi, inviati al supplizio de’ traditori, volendo assistervi il cavalleresco Gastone, e ricevendone lode da storici e poeti[139].

Bajardo ferito fu portato in una casa, la cui signora gli si buttò ginocchione, offrendogli quanto possedea purchè salvasse l’onore di lei e di due sue figliuole da marito; ed esso glielo promise, e che da gentiluomo non le deruberebbe. Gratissima la Bresciana, gli usò ogni attenzione nella lunga malattia, e quando risanato ei fu per partire, gli offerse uno scrignetto pien di denaro, quasi in riscatto della casa non ispogliata, dell’onore non violato: tali erano le relazioni dell’Italia co’ suoi invasori! Ma Bajardo, saputo che conteneva duemila cinquecento ducati d’oro, chiamò le due ragazze, che belle e di buona educazione, gli aveano alleviato le noje e i dolori col leggere, cantare e sonare del liuto e della spinetta; e ringraziandole, pose di que’ ducati mille nel grembiale di ciascuna, il resto alle monache della città state saccheggiate. Le donne, piangendo e ringraziando e donandogli due braccialetti ed una borsa di lor fattura, presero congedo dal leale cavaliero, augurandogli ogni ben di Dio.

Bergamo atterrita comprò il perdono dal Trivulzio con trentamila ducati; ma fu spoglia de’ privilegi e de’ libri, annullati i consigli, imprigionati molti cittadini; fra’ quali Francesco Bellasini, autore dell’opera De origine et temporibus urbis Bergomi, segretario di quel Comune, fu tenuto nove mesi in una torre. I Francesi, arricchiti dalle spoglie nostre, non pensarono più che a ritornare a casa, il che rendette disastrose quelle vittorie.

Ancor più funesta fu quella dell’accannitissima battaglia di Ravenna. I cavalieri erano da un pezzo abituati a combattere con poco rischio della vita: coperti di ferro essi e il cavallo, esercitati dalla fanciullezza, trovavansi senza confronto superiori alla ciurma de’ gregari, che a piedi e colle picche gli assalivano, e che, se pure col numero li potessero sopraffare, anche dopo buttatili a terra non gli ammazzavano, preferendo trarne grosso riscatto. L’armi a fuoco cangiarono la vicenda; e, per quanto ancora imperfette, la palla di un cannone e la scaglia di un moschetto sparato da un villano poteano freddare il miglior eroe od un figlio di Francia.

La battaglia di Ravenna (1512 11 aprile) fu una delle poche ove la tattica operasse più che il valor personale, e la prima vinta mercè delle artiglierie. Massime i cannoni d’Alfonso di Ferrara operarono utilissimamente, e alcune colubrine opportunamente messe innanzi per consiglio di Bajardo, sfolgorarono gli uomini d’arme di Fabrizio Colonna, uccidendone, se credessimo al cronista, fin trentatre ogni colpo: da sedicimila persone rimasero morte, prigionieri Giovanni Medici legato pontifizio, il marchese di Pescara, Pietro Navarro, esso Colonna ed altri capi de’ collegati. Ma i capitani francesi, che non voleano buttarsi col ventre a terra come gli spagnuoli, rimasero esposti ai colpi di fuoco, sicchè di quaranta che erano, trentotto perirono, ed anche lo splendido Gastone di Foix; perdita che elise il vantaggio della vittoria.

Roma andò al fondo dello sgomento, e i cardinali, aspettando da un momento all’altro i Francesi vendicativi, stringeansi attorno al papa supplicandolo a chieder pace: le città di Romagna atterrite si rendevano al legato del concilio di Milano, ed eran messe a ruba dai brutali Francesi, per quanti ne impiccassero i loro generali. Ma come fu saputa la morte del capo, i più disertavano, e dispersi erano pigliati a insulti e peggio: il vescovo Giulio Vitelli riprese Ravenna che i Francesi aveano saccheggiata nell’atto che trattavasi la capitolazione, e la plebaglia se ne vendicò col sepellir vivi sino alla testa quattro ufficiali della guarnigione; sicchè re Luigi a chi nel congratulava rispose: — Augurate di tali vittorie a’ miei nemici».

Giacomo La Palisse, sostituito a Gastone, non n’aveva a gran pezza la rapidità e maestria di guerra, nè quella confidenza dei soldati che è metà della vittoria. Intanto il legato prigioniero vedevasi in Milano ricevuto con venerazione; i soldati si affollavano a invocarne l’assoluzione, colla promessa di non più militare contro santa Chiesa; lo stesso re di Francia supplicava perdono per le proprie vittorie e riconciliazione; il duca d’Urbino aveva ottenuto la ribenedizione dallo zio; la convocazione del V concilio di Laterano, fatta dal papa, toglieva sempre scusa allo scisma e credito al conciliabolo. Massimiliano, nel mentre si professava fedele alla Francia, stipulava tregue e ricevea denari da Venezia, e si lasciava menare dal Cattolico; il re d’Inghilterra minacciava le coste francesi; Giulio, che cresceva le esigenze a misura dell’altrui depressione, comprava diciottomila Svizzeri.

A vicenda dunque, anzi a gara, quattro nazioni forestiere desolavano il bel paese. I Francesi in un paese di signorie divise e temperate recavano quelle indefettibili loro idee del despotismo monarchico, dell’accentramento, dell’unità, laonde erano a continui cozzi colla libertà, colla federazione, cogli statuti, colle varietà italiane. Meravigliati ancor più che indispettiti di trovare opposizione dopo che il conquistare era stato sì facile, nè tampoco sognavano che la gerarchia, che l’onnipotenza di un re avessero a riuscire disastrosi al paese nostro mentre erano così profittevoli al loro; e con imperturbabile ingenuità calpestavano le nostre tradizioni antiunitarie, le franchigie antimonarchiche, quasi ricoveri di deplorabili perfidie; armati di tutto punto, correano da un estremo all’altro d’Italia a vendicare torti, e ripristinar quello che credeano diritto; con pretensioni cavalleresche faceansi sostegno ai più ribaldi, al Moro, al Borgia, ai Bentivoglio; e con tutta serietà declamavano contro la slealtà italiana, essi autori della lega di Cambrai e del trattato di Noyon. Quanto ai soldati, appetitosi ma prodighi, è vero che «ruberiano con lo alito, ma per mangiarselo e goderselo con colui a chi lo han rubato; quando non ti possono far bene tel promettono, quando te ne possono fare, lo fanno con difficoltà o non mai»[140]: pure prendeano dimestichezza coi nostri, e seduceano le donne invece di violentarle. Gli Spagnuoli, alieni dalla famigliarità per orgoglio, dalla pietà per l’abitudine di trucidar Mori ed Americani, il vinto consideravano men che uomo. Svizzeri e Tedeschi, superbi della propria forza e delle ripetute vittorie, rozzi e bestiali, insaziabili nel saccheggio, sovrattutto ubriaconi, chiedevano orgie non amori, denari non parole. Quali eran dunque gli amici, quali gli avversarj? Avea ragione Alfonso d’Este allorchè, al fatto di Ravenna avvertito che le sue artiglierie colpivano anche i Francesi, rispose: — Tirate senza riguardi, chè son nostri nemici tutti». Eppure la povera Italia era costretta guardare i Tedeschi come redentori; e nel consueto inganno di credere libertà il mutar signoria, dappertutto insorgeva contro i Francesi, trucidando alla spicciolata quelli che non le era più dato affrontare in battaglia.

Il cardinale Schinner, di cui diceva il re di Francia che gli fecero più male ancora le parole che non le lancie de’ suoi, per Trento mena sulla Lombardia gli Svizzeri, e proclama duca di Milano Massimiliano Sforza (giugno), figlio del Moro, ch’era ricoverato da gran tempo alla corte imperiale, e che i potentati furono contenti di vedere in quel dominio, perchè n’escludeva i Francesi. Ma per recuperare il ducato lo Sforza avea dovuto sbranarlo; ed oltre le enormi taglie imposte dagli Svizzeri, i tre Cantoni montani si tennero Bellinzona; già la Federazione elvetica dominava i baliaggi di Lugano, Locarno e Val Maggia; i Grigioni la Valtellina; il papa, Mantova, Parma, Piacenza, come eredità della contessa Matilde. Di poi, o per gratificare i vecchi, o per farsi nuovi amici, lo Sforza regalò altre porzioni, come Lecco a Girolamo Morone suo consigliere, Vigevano al cardinale di Sion, Rivolta e la Geradadda a Oldrado Lampugnano; ed era costretto gravare d’enormi ed arbitrarie taglie i sudditi, onde satollare gli stranieri, lieti di rendere con ciò esoso il governo nazionale.

I Francesi, troppo deboli, e dispersi in paese ribollente, con gravi perdite dovettero partirsi di Lombardia: Milano, sollevata con quel codardo furore che prorompe contro i vinti, trucidò fin i mercanti di quella nazione rimastivi (29 giugno); così Como, così Genova che acclamò doge Giovanni Fregoso; e tutte le città ripigliavano chi questo chi quel dominatore, purchè non fossero i Francesi. Anche Bologna si arrese ai Pontifizj; e il papa, irritato de’ fattigli insulti, peritossi un tratto se distruggerla e trasportarne gli abitatori a Cento, poi si contentò di toglierle i privilegi e le magistrature: assolse Alfonso d’Este, ma ne fece occupar gli Stati dal duca d’Urbino, e cercò anche tenerlo prigione.