«Io ti mando con Giovanni Tornabuoni, il quale in ogni cosa hai ad obbedire, nè presumere far cosa alcuna senza lui, e con lui portandoti modestamente, e umanamente con ciascuno, e soprattutto con gravità, alle quali cose ti debbi tanto più sforzare, quanto l’età tua lo comporta manco. E poi gli onori e carezze, che ti saranno fatte, ti sarebbono d’un gran pericolo, se tu non ti temperi e ricorditi spesso chi tu sei. Se Guglielmo[144] o i suoi figliuoli o nipoti venissero a vederti, vedigli gratamente, con gravità però e modo, mostrando d’aver compassione delle loro condizioni, e confortandogli a far bene, e sperar bene facendolo».

Principale oggetto di quest’invio era l’ottenere a Giovanni il cappello cardinalizio: e l’ebbe quando ancor non finiva i tredici anni. A minorare lo scandalo della precoce liberalità, non fu lasciato prendere la porpora nè posto in concistoro se non due anni più tardi; e gli ammonimenti che in quell’occasione gli dava Lorenzo, son quali suole un padre al figlio che va in collegio: — Il primo mio ricordo è che vi sforziate a esser grato a monsignor Domenedio, ricordandovi ad ogn’ora che non meriti vostri, prudenza o sollecitudine, ma mirabilmente esso Iddio v’ha fatto cardinale, e da lui lo riconosciate, comprobando questa condizione con la vita vostra santa, esemplare ed onesta; a che siete tanto più obbligato per aver già voi dato qualche opinione nell’adolescenza vostra da poterne sperare tali frutti... L’anno passato io presi grandissima consolazione intendendo che, senza che alcuno ve lo ricordasse, da voi medesimo vi confessaste più volte e comunicaste; nè credo che ci sia miglior via a conservarsi nella grazia di Dio, che l’abituarsi in simili modi e perseverarvi... È necessario che fuggiate come Scilla e Cariddi il nome dell’ipocrisia e la mala fama, e che usiate mediocrità, sforzandovi in fatto fuggir tutte le cose che offendono in dimostrazione e in conversazione, non mostrando austerità e troppa severità; cose le quali col tempo intenderete e farete meglio che non lo posso esprimere. Credo per questa prima andata vostra a Roma sia bene adoperare più gli orecchi che la lingua. Oggimai v’ho dato del tutto a monsignor Domenedio e a santa Chiesa; onde è necessario che diventiate un buono ecclesiastico, e facciate ben capace ciascuno, che amate l’onore e stato di Santa Chiesa e della sede apostolica innanzi a tutte le cose del mondo, posponendo a questo ogni altro rispetto... Nelle pompe vostre loderò più presto stare di qua dal moderato, che di là; e più presto vorrei bella stalla e famiglia ordinata e polita, che ricca e pomposa. Ingegnatevi di vivere accostumatamente, riducendo a poco a poco le cose al termine, che, per essere ora la famiglia e il padron nuovo, non si può. Gioje e sete in poche cose stanno bene a’ pari vostri. Più presto qualche gentilezza di cose antiche e bei libri, e più presto famiglia accostumata e dotta che grande; convitar più spesso che andare a conviti, nè però superfluamente. Usate per la persona vostra cibi grossi, e fate assai esercizio; perchè in codesti panni vien presto in qualche infermità chi non ci ha cura. Lo stato del cardinale è non manco sicuro, che grande; onde nasce che gli uomini si fanno negligenti, parendo loro aver conseguito assai, e poterlo mantenere con poca fatica; e questo nuoce spesso e alla condizione e alla vita, alla quale è necessario abbiate grande avvertenza; e più presto pendiate nel fidarvi poco, che troppo... Una regola sopra l’altre vi conforto ad usare con tutta la sollecitudine vostra; e questa è di levarvi ogni mattina di buon’ora, perchè oltre al conferir molto alla sanità, si pensa ed espedisce tutte le faccende del giorno, e al grado che avete, avendo a dire l’ufficio, studiare, dar udienza ecc., vel troverete molto utile. Un’altra cosa ancora è sommamente necessaria a un pari vostro, cioè pensare sempre, la sera innanzi, tutto quello che avete da fare il giorno seguente, acciocchè non vi venga cosa alcuna immediata...»

Il cardinale de’ Medici, costretto esular da Firenze quando i suoi ne furono espulsi, e vedendo non poter vivere a Roma con dignità e sicurezza sotto Alessandro VI, prefisse di andar viaggiando. Prese seco undici giovani gentiluomini, la più parte suoi parenti, fra cui Giulio; e tutti vestiti a una divisa, comandando un per giorno alla brigata, percorsero Germania, Francia, Fiandra; a Genova alloggiarono presso il cardinale della Rovere anch’esso profugo da Roma; onde, fra quei fuorusciti, tre erano futuri papi.

L’anno santo il Medici visitò Roma incognito; passò il restante tempo fra pericoli, finchè salì papa il Della Rovere col nome di Giulio II, che l’accolse e onorò. Alla Corte il Medici si metteva attorno letterati e artisti, a comodo de’ quali apriva una biblioteca, ricca anche dei moltissimi manoscritti raccolti già da Cosmo e Lorenzo, dispersi nella cacciata di Pietro e compri dai frati di San Marco, dai quali esso li riscattò per duemila ducensessantadue scudi; disputava coi dotti, componeva, giudicava con fino gusto, e scialava più che nol permettessero le avite ricchezze, scompigliate nella cacciata, poi ne’ tentativi di ricuperare lo Stato; e non rade volte egli dovette mandare in pegno a macellaj e pizzicagnoli i vasi d’argento della propria tavola. Se alcuno gliene facesse appunto, rispondeva: — La fortuna sussidia chi è destinato a gran cose, purch’egli non invilisca».

Giulio II, genio militare, tramutò questo suo favorito in capitano, e per ingelosire i Fiorentini, deputollo legato all’esercito che mandava contro i Francesi (p. 207). A Ravenna il cardinale restò prigioniero, ma condotto a Milano, dove conservavasi ancora aperto il conciliabolo, v’ebbe onoranze festevoli, potè riguadagnar molti alla Chiesa, poi colle buone maniere si amicò anche gli uffiziali francesi, talchè, mentre pensavasi mandarlo cattivo in Francia, ebbe modo a fuggire, e variando travestimenti arrivare a Bologna, mescere nuovi partiti, e infine, scavalcato il Soderini gonfaloniere, ricuperar Firenze.

Vi stava tormentato da una fistola (1513) allorquando udì la morte di Giulio II; onde si fece portare in lettiga a Roma per assistere al conclave, nel quale tenne seco il chirurgo. Forse questa circostanza fece preponderare gli elettori verso di lui, insolitamente giovane, ma probabilmente di breve durata (8 marzo). Intitolatosi Leone X, fece la consueta cavalcata a San Giovanni Laterano sul destriero che eragli servito alla battaglia di Ravenna, e trovati trecentomila zecchini accumulati da Giulio II con risparmiare sull’amministrazione, pensò spenderli men tosto in guerre che in magnificenze, e un terzo ne logorò nelle sole feste della sua inaugurazione.

Riuscito a rimuovere lo scisma dalla Chiesa col compiere il concilio Lateranense V, e ricevere all’obbedienza quelli che aveano aderito al conciliabolo di Pisa, le principali cure volse alla propria famiglia. Non si trattava di toglierla dall’oscurità per satollarla di ricchezze e cariche; e già essendo ricca, accreditata, dominante, egli stesso si trovò, con nuovo esempio, papa insieme e principe secolare d’uno Stato confinante, e quindi larghissimo in mezzi d’ingrandire i parenti. Di Firenze conferì l’arcivescovado colla porpora al cugino Giulio; ed essendosi in quei giorni denunziata una di quelle congiure che ai governi nuovi somministrano occasione di stringere le briglie e dar di sproni, lasciò andare al patibolo Pietro Bòscoli e Agostino Capponi[145]; agli altri, fra cui il Machiavelli, fece perdonare.

Le emulazioni fra Austriaci e Francesi davangli speranza d’ottenere a’ suoi o il ducato di Milano o il regno di Napoli. Intanto al fratello Giuliano maritò Filiberta di Savoja zia di re Francesco I di Francia, spendendo cinquantamila ducati per le feste a Roma, oltre quelle a Torino e a Firenze; fu detto pensasse, alla morte di Massimiliano, far eleggere imperator di Germania il nipote Lorenzo, o almeno titolarlo re di Toscana. Di mezzo a questi divisamenti cercava i godimenti dell’intelletto, accoglieva artisti e poeti, non sempre da protettore che ne conosce la dignità, anzi spesso da buontempone che vuol farsene un trastullo; e «non meno amico de’ suoi parenti, che dell’ozio e della cantilena, solea dire a suo fratello Giuliano: Attendiamo a godere, e facciam bene alli nostri[146].

Re Luigi XII, pacificato a Blois coi Veneziani (24 marzo) che s’erano guasti coll’imperatore perchè ostinavasi a voler Vicenza e Verona, e sciolto l’Alviano che da quattro anni teneva prigione, accingevasi a riparare in Lombardia, le perdite sofferte, e mandò la Trémouille e il Trivulzio, che dappertutto accolti festosamente, ricuperarono Genova e il Milanese. Il duca Sforza, che non vi aveva avuto altro sostegno se non gli Svizzeri, si trovò assediato in Novara: ma un nuovo corpo di questi, colà sopraggiunto, forse risoluto di riparare verso il figlio la slealtà ivi usata al padre, lo difese intrepidamente; poi alla Riotta, côlta improvvista la gendarmeria francese, le diede la peggiore sconfitta che mai toccasse (1513 6 giugno); sicchè, perduti ottomila uomini, si volse al ritorno, anzi alla fuga. La Trémouille, che avea scritto al re farebbe prigione il figlio là dove era stato preso il padre, fu mal accolto da Luigi. Lombardia e Piemonte, sgombrati dai Francesi, s’affrettano a far sommissione allo Sforza; Genova ne respinge la flotta[147]; e ogni orma francese è cancellata d’Italia.

Venezia dunque trovavasi sola, esposta alle armi di Raimondo di Cardona, il quale si unì alle imperiali non tanto per vantaggio o gloria del Cattolico, quanto per arricchire i proprj soldati. A questi si collegarono le truppe pontifizie, e invano ostando l’Alviano, presero Padova, accamparono sul lembo della laguna, donde spararono contro Venezia. Questa ordinò fosse devastato il paese; sicchè dal Trevisano, dal Padovano, dal Vicentino, dal Bresciano accorsero i villani a saccheggiare ed ardere.