Non v’è lingua che basti a descrivere quello sterminio; Pieve di Sacco fu distrutta; deserte le rive della Brenta e fin a Mestre; ed avendo gli abitanti salvato molta roba in val Polesella, Veneti e Francesi vi accorsero. L’Alviano impetrò d’affrontare i Tedeschi, e in fatti essi dovettero cessare lo sperpero per farsegli incontro, e trattolo a battaglia presso Vicenza, lo sconfissero, gli tolsero tutta l’artiglieria, e moltissimi prigionieri. Il Friuli subì il resto della rabbia tedesca, e in un villaggio Cristoforo Frangipane, vassallo dell’imperatore, fece cavar gli occhi e tagliare l’indice destro a tutti gli abitanti. Verona fu più volte presa e ripresa, più volte taglieggiata. Francesi e Veneti assediarono Brescia con non minor furore dell’altra volta. A Cremona l’anno precedente fu tal tumulto di guerra, che non si distribuirono tampoco gli ulivi nella domenica delle palme: i Francesi aveano fatto levare i merli dalle mura, abbassare molte torri, abbattere le antiche porte ancor sussistenti in città, aggiungere due torrioni al castello, scavare e allargar le fosse, forzando i cittadini a lavorare, e ne cacciarono più di quattrocento principali, altri mandarono a supplizio, spogliando le loro case (Campi): ora altrettanti guasti recaronvi i liberatori. Eguali sventure sarebbero a raccontare delle singole città.

Casuale incendio (1514) mandò in cenere la più mercantil parte di Venezia, piena d’argenterie e merci di gran valuta, duemila fra botteghe e case, e il fondaco de’Tedeschi, perendo in una notte altrettanto quanto erasi speso in cinque anni di guerra. Gli eserciti soffrivano di fame perchè il paese era esausto da tante devastazioni, e le città più non sentivansi in grado di satollarli colle contribuzioni; lo sdegno de’ popoli non discerneva amici da nemici, e chiunque fosse sconfitto era certo di vedersi addosso i contadini, che voleano trucidare e svaligiare alla lor volta.

Ben doveano essere stanchi i popoli di tanto soffrire, i re di tanto tormentare. D’altra parte Leone X, men passíonato del suo predecessore, vedeva come la depressione della Francia lascerebbe l’Italia all’arbitrio degli Svizzeri e dei Tedeschi, e come rovinoso ad essa, e particolarmente alla santa Sede riuscirebbe lo stabilirvisi di quegli Austriaci, che stavano per riunire al loro patrimonio gli smisurati possessi di Spagna. Pure egli mancava d’ogni esteso concetto politico; e capriccioso, avventato, giocava di due mani; negoziava coll’imperatore, e da lui comprò Modena, che con Reggio, promessa invano formalmente ad Alfonso di Ferrara, e con Parma e Piacenza, destinava in principato a Giuliano suo fratello. Un vantaggio ancor maggiore sperava dalla Francia, cioè la vendita del regno di Napoli; lo perchè blandiva a re Luigi, che preparavasi a ricuperare il Milanese: poi sgomentato dalle minaccie di Selim granturco, procurò metter pace fra i principi[148]. Di fatto il Cristianissimo rinunziò allo scisma e al conciliabolo di Pisa, riconciliossi con Fernando il Cattolico lasciandogli la Navarra, di Enrico VIII sposò la sorella. Massimiliano solo persisteva in una guerra di molto danno e nessun esito, nè dal papa lasciossi rappattumare co’ Veneziani.

Nel vivo di questi trattati Luigi XII moriva (1513 gennajo), carissimo al suo paese per l’economia con cui maneggiò le rendite pubbliche: parve che solo per interesse nazionale assumesse le guerre d’Italia; giacchè, se avesse lasciato sussistere qui le piccole Potenze, esse avrebbero oppresso lui; se non si fosse alleato con Alessandro VI, quelle e questo insieme avrebbero schiacciato lui; se non invocava Fernando, non avrebbe potuto conquistar Napoli, e sarebbe soccombuto al papa; se avesse preferito d’abitare Napoli, perdeva e questo e la Francia. Così i successori di san Luigi, avendo innanzi a sè tutta l’Asia da potere strappare ai Musulmani, tutta l’America da redimere dalla barbarie, lasciavano questo glorioso compito alla Spagna e al Portogallo, per rodere qualche cantuccio dell’Italia, e non che ottenerlo, vi si facevano sconfiggere dagli Svizzeri, dagli Spagnuoli, fin dai papalini. Come Napoleone, Luigi XII volea che la guerra in Italia fosse pagata dall’Italia, col che alleggeriva la propria nazione, che lo loda di non aver fatto debiti, come poi lodò quei che seppero farne di ingenti; ma accumulava odio negli Italiani, a cui comparve perfido senza politica, ambizioso senza capacità; comprò a denari la cattura di Lodovico il Moro a Novara, che poi tenne dieci anni in fortezza; favorì di tutta possa Cesare Borgia; gettò lo scisma nella Chiesa; fu promotore della lega di Cambrai; la guerra esercitò crudelmente, eppure senza riuscire; atroce nelle vittorie, scoraggiato dalle sconfitte, tradì Fiorentini, Pisani, i Bentivoglio, i duchi di Ferrara, tutti i piccoli popoli o principi che in lui posero fidanza[149]: l’essergli mancato il primario ministro, il cardinale d’Amboise, fin allora suo senno, forse fu cagione della debolezza ed esitanza che mostrò sul fine di sua vita.

Francesco I succedutogli, dall’araldo in Reims si fece, tra gli altri suoi titoli, acclamare duca di Milano, e sollecitò una spedizione mentre era sul tappeto la pace. Fattala coll’Austria e coll’Inghilterra, egli non potè trar dalla sua gli Svizzeri, onde si fermò coi Veneziani (1515 27 giugno). Francia struggeasi di riparare l’onta di Novara, e amava secondare il giovane re, brillante delle doti che affascinano quella nazione, e che scese (15 agosto) col miglior esercito che mai passasse le Alpi; duemila cinquecento lancie che contavano per quindicimila uomini, ventiduemila lanzichenecchi, ottomila avventurieri francesi, seimila guasconi, tremila zappatori, settantadue grossi pezzi d’artiglieria. Erano in quell’esercito i marescialli Trivulzio, La Palisse, Lautrec, i prodi La Trémouille, Montmorency, Crequí, Bonnivet, Cossé-Brissac, Claudio di Guisa; e tornavano con loro Bajardo a capo de’ Guasconi e Pier Navarro il minatore, che, fatto prigione nella battaglia di Ravenna e non riscattato da Fernando, prese servigio colla Francia.

Si opponeva altrettanto grossa la lega avversaria degli Svizzeri, il papa, Massimiliano imperatore, Fernando il Cattolico, Firenze, Milano. Il generale tonsurato, come chiamavano il cardinale di Sion, nemico giurato de’ Francesi, non colle retoriche arringhe postegli in bocca dal Giovio e dal Guicciardini, ma collo spargere denaro e coll’affratellarsi agli esercizj e alle privazioni loro, animò gli Svizzeri a conservar Milano, sicchè cresciuti fin a trentamila, munirono i valichi delle Alpi; così fecero gli altri confederati, persuadendosi, come si ricanta in prosa a in poesia, che esse siano insuperabili se appena difese. Ma l’instancabile vecchio Trivulzio tanto studia quei passi, che trova un varco per l’inusata valle della Stura, donde i Francesi trassero a gravi difficoltà le artiglierie per Barcellonetta e Rôcca Sparviera fin a Cuneo e Saluzzo, mentre gli Svizzeri gli attendevano a Susa[150]. Il cavaliere Bajardo piomba sui nemici così improvviso, che a Villafranca coglie a tavola Prospero Colonna, il miglior generale italiano, togliendogli un grosso bagaglio, tutti i cavalli, e la reputazione di prudente, fin allora non disputatagli; e per varj sbocchi l’esercito francese si ricongiunge a Torino, lietamente accolto da Carlo III di Savoja, che forse ne aveva agevolato il viaggio.

Allora infervorano brighe e corruzioni tra il papa vacillante, gli Svizzeri venderecci, gl’imperiali sgomentati. Massimiliano Sforza, educato inettamente alla corte imperiale[151], non poteva impedire il male, non sapea far il bene, nè tampoco addolcire le sofferenze del suo popolo; trovatosi inaspettatamente padrone e ricco, regalava città e tesori, si stordiva in feste e in amorazzi, mentre per satollare gli Svizzeri doveva rincarire le imposte. Al 18 giugno egli pubblica una taglia di trecentomila scudi d’oro per difesa dello Stato; al 24 è obbligato pubblicar ribelli e rei di Stato quei che fanno conventicole contro la taglia imposta, «poichè le cose non sono in termini da disputare nè di trattar di evitare il pagamento, nè anche di moderarlo, essendo già stabilito e deciso per necessità della pubblica salute, la quale non manco rimarria in pericolo se la somma diminuisse come se nulla si scotesse»; e perciò, d’accordo coi signori Svizzeri minaccia morte e confisca de’ beni a chi si raduni per tale oggetto, quand’anche sieno in minor numero di dieci, ripetendo che «la totale disposizione di sua eccellenza è accompagnata dalla necessità, ed anche con il consiglio e voluntate de’ signori Elvetici». I suoi Milanesi, pigliati e ripigliati, una volta spogli perchè guelfi, l’altra perchè ghibellini, stavano a guardare sui due piè, sperando, infelici! tra il picchiarsi di due padroni recuperare l’indipendenza; e il Morone ministro dello Sforza alimentava l’ardore patriotico, e coll’operosità sua cercava rimediare all’inettetudine del padrone. Il Trivulzio avvicinato sin alla porta Ticinese, ebbe insulti dalla plebaglia; ma quelli che s’intitolano uomini d’ordine mandarono a capitolare. Se non che in quel mezzo giunsero nuovi Svizzeri, che a Marignano affrontarono i Francesi.

Due giorni durò la mischia (1515 13 e 14 7bre); e il Trivulzio diceva, le diciotto cui aveva assistito esser battaglie da fanciulli a petto a questa di giganti; re Francesco scrisse a sua madre, che da duemila anni non se n’era combattuta altra così feroce e sanguinosa. I domatori de’ principi furono domati, poichè diecimila Svizzeri rimasero sul campo, ove i Francesi ricuperarono l’onore perduto nelle sconfitte che aveano avute dagli Svizzeri stessi a Novara, dagl’inglesi a Crecy, a Poitiers, a Agincourt. Re Francesco volle esservi armato cavaliere da Bajardo, che esclamava: — Fortunata mia buona spada, d’avere a sì virtuoso e possente re conferito la cavalleria! Spada mia buona, tu sarai come reliquia custodita, e sopra ogni altra onorata; nè ti brandirò mai che contro Turchi, Saracini o Mori».

Gli Svizzeri varcarono le Alpi giurando tornare alla riscossa; lo Sforza, per quanto il Morone vi si opponesse[152], rese il castello di Milano per trentamila scudi di pensione e la promessa di un cappello cardinalizio, e si lasciò condurre in Francia, ove morì prigioniero come suo padre. Francesco entrò allora in Milano (23 8bre), e quando l’imperatore mandò a chiedergli con qual titolo il possedesse, e’ gli mostrò la spada; unica arbitra de’ poveri popoli.

Al vedere vinti gli Svizzeri, in cui i papi solevano confidarsi come nei meno pericolosi fra gli stranieri, Leone X si fece perduto, e al Zorzi veneziano diceva: — Vedremo ciò che farà il re Cristianissimo; ci metteremo nelle sue mani, dimandando misericordia». Lasciati dunque i puntigli, si pose a sviare il re dall’acquistar tutta Italia; e temendo il suo avvicinarsi a Roma, chiese abboccarsegli a Bologna[153], ove (10-15 xbre) convennero di restituire Modena al duca Alfonso d’Este, al re come duca di Milano cedere Parma e Piacenza, straziate dalle fazioni[154], purchè egli desse serva ai Medici quella Firenze, che alla sua casa era sempre devotissima. Anche cogli Svizzeri il re conchiuse a Ginevra la pace perpetua per la difesa del Milanese, e perchè si obbligassero alla Francia contro chiunque, eccetto il papa e l’imperatore, e rinunziassero ai baliaggi italiani.