Più non avendo a temere degli Svizzeri, e non credendo matura l’Impresa di Napoli, Francesco se n’andò, lasciando a governo del Milanese Odetto maresciallo di Lautrec, fratello della Chateaubriand sua ganza, prode e alieno d’avarizia e lussuria, ma superbo s’altri mai e sdegnoso di consigli: e dai bisogni della guerra obbligato a gravare di sempre nuove tasse i Milanesi, ed esigerle con rigore, si fece esecrabile. Egli favoriva l’inetto e intrigante Galeazzo Visconti, capo de’ Ghibellini, quanto invidiava il magno Trivulzio; al quale fece colpa d’essersi mostrato aderente al Veneziani, e più d’aver chiesto la cittadinanza svizzera; e imputandolo di tramare per l’indipendenza d’Italia, fece togliergli il comando e la grazia del re. Questo prode, in cui non si può cercare nè unità di scopo nella vita, nè unità di bandiera nelle imprese, servito per quarant’anni a causa non sua, e combattuto in diciotto battaglie, accorse per giustificarsi personalmente, ma si vide fino negata udienza da quel re, per cui vantaggio s’era fatto odioso ai proprj concittadini; dovette soffrirne i raffacci; e nelle amarezze d’un potere che più non si ha, finì i giorni a Chartres (1518).

Milano, o più probabilmente la famiglia di lui ne fe celebrare le esequie collo sfarzo che allora metteasi in tutte le solennità. Il corpo suntuosamente vestito rimase esposto in Sant’Eustorgio, donde poi in processione fu recato a San Nazaro. Precedevano cento della famiglia del morto, a bruno e incappucciati; cinquecento soldati suoi, cento croci, ciascuna con cinque candele; cinquecento poveri, a cadauno de’ quali eransi dati quattro braccia di panno e un torchio; tutti poi i regolari, dei quali il Morigia, che rozzamente ci descrive quel corteo, contò mille trecencinquantacinque in ventidue ordini, indi trecento parroci e cappellani, e i capitoli formanti duemila ducento persone con sessanta croci d’argento: seguivano gli araldi del morto, i trombettieri, e capitani, e destrieri colle insegne di esso; dei re di Napoli e di Aragona e del papa, e l’araldo di Francia; poi gran codazzo di cavalli e somieri, il governatore Lautrec, l’ambasciadore del papa, il senato, quattrocento parenti del morto, i magistrati, i varj collegi, e un per casa di tutta la città. La chiesa di San Nazaro, cui è unita una cappella da esso fondata, era messa con pompa di stemmi, di torchj, di gramaglie, e sul catafalco fu deposto il cadavere; e senza più basti dire che vi si spesero ventottomila scudi d’oro, che al tempo del Morigia valevano più di ottantamila. Sull’avello fu scritto: Quel che mai non posò, or posa; taci.

Re Fernando pagava l’imperatore affinchè continuasse a tenere in sulle brighe re Francesco; sicchè non pensasse a Napoli; Enrico VIII avea ripigliata guerra; Francesco Sforza, altro figlio del Moro, ricantava i suoi diritti sul ducato; sicchè presto si fa a nuove ostilità. L’imperatore, sempre disopportuno nelle mosse e sciagurato nell’esito, menato per Trento un nuovo esercito al campo presso Milano, minacciava trattarla come Barbarossa: ma vedendo la risoluzione dei Francesi, che bruciarono i vasti sobborghi per meglio difenderla, e inviarono in Francia le persone sospette, Massimiliano diè volta, multando Lodi, Bergamo e quante città traversava; mentre gli Svizzeri, privi di paghe, devastavano il resto. I Veneziani ricuperarono Verona, difesa mirabilmente da Marcantonio Colonna; ma poco soccorsi da Francia, avendo perduto Bartolomeo d’Alviano, generale adorato dalle truppe, e trovandosi sviato il commercio, minacciati dai Turchi, esausti dalla diuturna guerra fin a dover porre all’incanto le dignità, non osarono misurarsi in campo aperto per ricuperare gli antichi dominj. Il Lautrec procedeva anch’egli esitante, forse servendo a segrete intenzioni del suo re: onde la guerra trascinavasi lenta, cioè rovinosissima pei popoli.

Tra ciò Fernando il Cattolico moriva (1516 15 gennajo), e Carlo d’Austria, chiamato a succedergli, affrettava la pace colla Francia per non incontrarne l’opposizione; stesine i patti a Noyon (13 agosto), seguì il rabbonacciamento di tutta Europa. Già Francesco aveva pigliato assetto cogli Svizzeri, nella pace perpetua determinando i soldi che a ciascun Cantone pagherebbe per poter levarne quanti uomini gli abbisognassero; colla corte di Roma, alla quale spedì il Budeo, il maggior dotto del suo regno, fece un concordato che aboliva la prammatica sanzione di Bourges, cedendo al papa la collazione de’ benefizj in Francia, mentre il papa lasciava al re l’entrata d’un anno de’ benefizj che conferiva.

Non per ciò l’Italia fu quieta. Quel Giuliano de’ Medici, per fare uno Stato al quale tanti garbugli avea preparati Leone X, era morto (17 marzo), onde questo concentrò l’affetto e l’ambizione sul nipote Lorenzo II, e da un pezzo desiderando investirlo del ducato d’Urbino, intentò processo a Francesco Maria Della Rovere, poi coll’armi sue e con quelle de’ Fiorentini lo spodestò. Ma costui, soldate le truppe rimaste libere per la pace, le menò improvvisamente a ricuperare Urbino. Il Medici gli oppose altre bande, che spesso venivano alle mani tra sè, come di nazione diversa, e le mantenne col vendere trentun cappelli cardinalizj per duecentomila zecchini; il Della Rovere portò le sue a vivere sul territorio fiorentino, poi, perduta la speranza di vincere, cedette, trasferendo a Mantova la sua artiglieria e la bella biblioteca.

Lorenzo, tornato duca, con cinquemila cavalli e infiniti carriaggi passò in Francia per isposare Maddalena Della Torre d’Auvergne, e v’ebbe feste indicibili, altrettante ne fece a Firenze; ma presto di tormentosa e forse vergognosa malattia morì (1519 28 aprile), lasciando unica figlia Caterina, che poi diventò regina di Francia in Enrico II, e il bastardo Alessandro, che fu poi duca; nomi entrambi diffamati. Il ducato d’Urbino rimase incorporato al patrimonio di san Pietro.

Firenze vide in quella morte la propria libertà, attesochè il papa più non aveva in casa chi porvi principe; ma egli vi mandò governatore il suo cugino cardinale Giulio, nel tempo stesso gratificandola col donarle la fortezza di San Leo e il Montefeltrino in compenso delle grosse spese sostenute nel ricuperare l’Urbinate. Gianpaolo Baglione, che utilissimamente avea servito papa Giulio, poi i Veneziani contro la lega di Cambrai, tornato in patria al cessar della guerra, vi esercitava la tirannide; e Leone X, voglioso di ricuperare quella città, lo chiamò a Roma con un salvocondotto di proprio pugno, e quivi lo fece prendere e decapitare. Fermo pure fu tolta al Freducci che la tiranneggiava, e che combattendo per difendersi morì. Non pochi furono messi alla tortura, dove, confessando i delitti di cui nessuno era immune, comparivano degni di morte. Di ciò sgomentati gli altri signori delle Marche affrettarono a sottoporsi. Sappiamo che l’imperatore Massimiliano aveva investito Modena al duca Alfonso d’Este, il quale privatone poi per titolo di ribellione, studiava continuamente a ricuperarla, quand’esso imperatore la vendè a Leone X per quarantamila ducati d’oro, ch’erano appena la rendita di un anno. Secondo l’ultima pace, il papa avrebbe dovuto restituirla ad Alfonso con Reggio, ma, non che tener la promessa, tentò anzi spogliarlo di Ferrara, e nol potendo a forza, praticò di farlo avvelenare: se non che un Tedesco di cui si era valso il rivelò, ed Alfonso ne fece fare processo, che spedì al papa senza altro aggiungere.

Domò colla forza o colla perfidia i capi, alzatisi al cadere del Valentino; anche al sacro collegio strinse il freno non solo col nominarvi d’un colpo trentun cardinali, mentre a dodici soli erano ridotti, ma non risparmiando i membri di esso. Il cardinale Alfonso Petrucci, figlio di quel Pandolfo che lungamente governò la repubblica sanese, fedele ai Medici nella sventura, s’invelenì col papa perchè avesse fatto cacciar di Siena suo fratello Borghese, fattosene signore, e cercò farlo avvelenare da Battista di Vercelli chirurgo. Scoperta l’ordita, il papa si finse malato, e quando il Petrucci andò a trovarlo, il fece prendere e decapitare in castel Sant’Angelo, squartare il medico, il segretario ed altri; perpetua prigione ai cardinali complici Bandinelli de’ Santi e Rafaello Riario, che poi a denari ricuperarono la dignità.

Massimiliano, rimasto solo in ballo, aderiva finalmente al trattato di Noyon (1517 4 xbre), lasciando Verona ai Veneziani, e conservando Riva di Trento, Roveredo e quanto aveva acquistato del Friuli. Solo allora potè dirsi finita la guerra suscitata dalla lega di Cambrai; e Venezia, a cui danno erasi congiurata tutta Europa, ricuperava nella pace quanto avea perduto in una sola battaglia, poi ricercato con otto anni di guerra. V’erano stati uccisi migliaja d’uomini d’ogni nazione, sobissato il commercio nostro, Italia esposta ai Turchi ed agli ambiziosi, che presto vennero a recarle mali più fieri e più durevoli.

Poco tardava anche Massimiliano a finire una vita (1519 19 genn.), passata fra gravi disegni e inette attuazioni; senza denari e pur prodigo; di coraggio cavalleresco nelle battaglia e tutt’immaginazione ne’ consigli, attento ad ogni via d’ingrandir sè e casa sua, fino a pensare di buon senno a farsi eleggere papa.