CAPITOLO CXXXIII. Francesco I e Carlo V. Gli storici. I Turchi.
Filippo il Bello, figliuolo di Massimiliano cesare e di Maria di Borgogna, avea sposato Giovanna (1506), unica figlia di Fernando il Cattolico e d’Isabella; ed essendo egli morto di vent’otto anni, rimaneva successore Carlo suo figlio. Il quale così dall’ava paterna ereditava gran parte dei Paesi Bassi e la Franca Contea; dalla madre i regni di Castiglia, Leon e Granata; dall’avo materno quei di Aragona e Valenza, le contee di Barcellona e del Rossiglione, i regni di Navarra, Napoli, Sicilia, Sardegna; poi da Massimiliano d’Austria la Stiria, la Carniola, il Tirolo, la Svevia austriaca; aggiungetevi un lembo dell’Africa settentrionale e mezza America, talchè potette vantarsi — Sui miei regni mai non tramonta il sole».
Si presentò anche a domandar la corona imperiale: ma, a tacere gli altri, competea Francesco I re di Francia, l’eroe di Marignano, a cui l’altro dava il titolo di mio buon padre; e mandava suggerire agli elettori germanici non perpetuassero in casa d’Austria una corona elettiva, che già vi stava dal 1438; disennato chi, sovrastando i Turchi, esitasse, al minacciar di tale tempesta, al confidare al più valente il governo dei vascello. Ma appunto i talenti da Francesco mostrati il faceano posporre dai principi tedeschi, che, avvezzi a operare di propria voglia, temevano che il Francese non portasse le abitudini del regnare assoluto in impero temperato.
Carlo V, sebbene i prudenti gl’insinuassero d’accontentarsi alla Spagna e assicurarsene il pericolante dominio; Carlo, a cui tra via giunse l’annunzio che Ferdinando Cortes gli avea nel Messico acquistato un nuovo impero ch’egli mai non vedrebbe, brigò meglio dell’emulo; e sebbene papa Leon X mandasse avvertire gli elettori, essere di prammatica che il re di Napoli non fosse anche imperatore, meglio valse Margherita zia di Carlo (p. 189), la quale piantò regolare mercato di voti, facendone centro i Fugger di Augusta, ch’erano banchieri poderosissimi quanto quelli di Firenze e di Genova senz’averne l’ambizione, contentandosi di guadagnare in di grosso e d’avere assicurati i loro prestiti. Ma Francesco non potea dare che la parola di re: Carlo impegnava i pedaggi che le navi retribuivano entrando nella Schelda, e ch’erano esatti dalla città d’Anversa, e da questa versati alla banca d’Augusta, la quale scontava a contanti le promesse fatte agli elettori[155]; e così per oro fu prescelto l’Austriaco ad imperator romano (1519).
Violento dispetto concepì Francesco nel vedere la precoce sua gloria punita col preferirgli questo giovane sconosciuto, menato da ministri, sorretto dall’intrigo; e ne cominciò la rivalità più famosa e micidiale delle storie moderne, più accannita perchè d’amor proprio anzichè d’interesse, e che, complicata dalla Riforma religiosa, concentra sopra due grandi Stati e due grandi uomini l’attenzione, la quale nel secolo precedente restava sparpagliata fra tanti piccoli.
Dei due giovani arbitri d’Europa, uno erasi già manifestato guerresco, l’altro propendeva a politica e girandole. Francesco, bello, coraggioso, eloquente, amabile, tutto francese di qualità e difetti, e amato per questi non men che per quelle, circondato da uno sfarzo non di nobili ma di favoriti che gl’impedivano di conoscere il popolo, arieggia ancora de’ Paladini del medio evo, ed ambisce il titolo di primo gentiluomo di Francia. Carlo, senza gli avvantaggi fisici dell’emulo, freddo, positivo, di lunghi divisamenti, rappresenta un re moderno; di qualità variatissimo come il suo dominio, fiammingo per nascita, tedesco per prudenza, spagnuolo per gravità, italiano per buon senso; sapeva, al dire di Marin Cavallo ambasciadore veneto, piacere a’ Fiamminghi e Borgognoni colla famigliarità, agli Spagnuoli col contegno, agl’Italiani coll’ingegno e la disciplina. Francesco le apparenze e lo splendore, Carlo volea la sostanza e riuscire; quello affettava scrupoli d’onore, questo la semplice lealtà della sua famiglia: ma nè l’uno nè l’altro si facea coscienza di mancarvi qualvolta metteva l’interesse, da buoni contemporanei del Machiavelli. Francesco oziava ogniqualvolta non fosse spinto dalla necessità e da un pericolo immediato: Carlo non riposa mai, e col viaggiare continuo riavvicina gli sparsi dominj. Egli profondo conoscitore degli uomini, scurante dell’adulazione quanto favorevole al merito, si tiene amici i generali senza lasciarli arbitri: alle donne concede sì poca ingerenza, che mai non si conobbe la madre de’ suoi bastardi: si mostra scarco fin de’ sentimenti della natura, avendo la madre pazza, disautorizzando la zia educatrice, ascondendo i proprj figliuoli. Francesco aggrava i sudditi per isprecare in magnificenze e in un libertinaggio senza delicatezza; affida i comandi ad immeritevoli; per intrighi di donne o puntigli di corte disgusta il Borbone, il Doria, il principe d’Orange, che l’oculato nemico s’affretta a trar sotto le sue bandiere. Le guerre più prospere di Carlo furono combattute da’ suoi generali, ma la politica di lui le diresse sempre; politica non di sentimento ma d’interesse, onde Bernardo Navagero rifletteva, ch’egli fu a vicenda l’amico e il nemico di tutti gli altri sovrani; e nell’arte di menare un intrigo, promettere, eludere, corrompere, superava di gran lunga il re soldato, che col voler combattere in persona complicò e corruppe le fortune del suo paese.
Riflessivo sin da ragazzo e pronto di vedute, Carlo si mise attorno persone di gabinetto, ma a nessuno abbandonandosi: inesorabile, circospetto, prendeva norma dal vantaggio personale, e sapeva aspettare, conforme alla sua divisa Non dum. Le facili conquiste dell’America doveano esaltarlo sin a fargli abbracciare tutto il mondo nella sua ambizione; e trovandosi il maggior potentato d’Europa, a contatto con tutti i paesi, e con tutti avendo alcun appiglio, poteva ben agognare una monarchia universale, se non come dominazione immediata, almeno come supremazia. Tale idea gli venne fomentata da vittorie più felici che meritate, le quali abbagliarono i contemporanei, e trassero i sudditi in quello sbalordimento, ove la cieca obbedienza del soldato è riputata eroismo, e onorevole qualunque via purchè rechi vantaggio e gloria al padrone[156].
Ma Carlo non era più l’imperatore sacro del medioevo, nè ancora il costituzionale de’ tempi moderni; ed era pregiudicato dall’estensione medesima de’ suoi paesi, che disgiuntissimi, varj di natura, e nessuno in assoluta sudditanza, gli misuravano a miseria il denaro e l’obbedienza. Francesco avea regno arrotondato, più indociliti i signori, più accentrato il potere, una fanteria nazionale invece de’ mercenari, il clero in dipendenza, coordinata l’amministrazione nel modo meglio opportuno per far denaro con minore aggravio de’ sudditi; onde domandato da Carlo quanto gli rendesse il suo regno, rispose assolutamente: — Quanto voglio»[157]. Non taciamo, a rivelazione de’ tempi, che Francesco si alleò coi Turchi, ed espose l’Europa a una invasione di questi Barbari; contro i quali Carlo costantemente stette sulla breccia.
Nella pace stipulata a Noyon, Napoli confermavasi alla Spagna; gli altri diritti si ponevano in tacere collo sposare a Carlo V una bambina di re Francesco: ma troppi rimanevano elementi di disaccordo fra i due emuli ambiziosi. A dir solo dell’Italia, Francesco trovavasi, pel ducato di Milano, sottomesso all’alto dominio dell’imperatore rivale, il quale ben tosto lo pretese come feudo vacante, non meno che la Borgogna; domandava per sè la corona delle Due Sicilie, che le convenzioni papali, fin dal tempo degli Svevi, impedivano di tenere unita all’Impero. Leone X, benchè tante morti togliessero gli oggetti di sue domestiche ambizioni, si struggeva di segnalare il suo pontificato con qualche acquisto, come sarebbe quel di Ferrara; rimuginava le smanie di Giulio II di liberar l’Italia dai Barbari, e sperava farlo col lasciare i due re logorarsi a vicenda.
Posto in mezzo a Stati svigoriti dalle passate guerre, mentre il suo era cresciuto dalle conquiste di Alessandro VI e Giulio II e dalle proprie, arbitro della repubblica fiorentina, ricco de’ contributi di tutta cristianità, Leone avrebbe potuto tener la bilancia fra i due contendenti e assicurare l’indipendenza italica; ma privo d’elevatezza nelle sue ambizioni, la pericolò col fomentare la guerra, e smaniato d’ingrandire sua casa, e intimorito che i due re si collegassero a ruina della Chiesa e di Firenze, pensò meglio mettersi coll’uno. Preferì il re di Francia, stipulando che, acquistato il regno di Napoli, ne cederebbe alla Chiesa la parte fin al Garigliano, il resto darebbe al secondo suo genito in maniera che non si rompesse l’equilibrio d’Italia. Francesco, accarezzando Leone, chiedea gli levasse al sacro fonte un bambino natogli allora, e dava una principessa del sangue in isposa a Lorenzo II Medici: pure indugiava a restituir Parma e Piacenza, che Leone non rassegnavasi d’aver perduta; onde questi ritornò all’originaria avversione contro i Francesi, e mentre dava parole a Francesco, fece lega con Carlo (1521 8 maggio), dispensandolo dall’impedimento d’unir la corona imperiale colla siciliana; convenendo che il Milanese sarebbe dato a Francesco Sforza, Parma e Piacenza alla Chiesa, come pure Ferrara, togliendola all’Estense; nel regno di Napoli si creerebbe uno Stato per Alessandro, bastardo del suo Lorenzo. Tutto ciò conchiudeva di piatto; e la guerra dovea scoppiare impreveduta a Como, a Genova, a Parma, dappertutto. Però Alfonso di Ferrara insospettito si pose in tal guardia, che non si potè sorprenderlo: Manfredo Pallavicini parmigiano, che d’accordo coi Ghibellini e con alcuni masnadieri dovea sorprendere Como[158], fu côlto dall’inesorabile Lautrec e squartato con molti gentiluomini milanesi suoi partigiani. Allora Leone gettò la maschera, e bandì guerra ai Francesi.