A costoro erano divenuti avversissimi i Milanesi dopo il sacco di Brescia e la battaglia di Marignano; e sebbene non vi mancasser poeti codardi che paragonavano Gastone di Foix a una colomba[159], e codardi storici che sostenevano Francesco esser legittimo padrone di Milano perchè era stata fondata dal gallo Belloveso, e le belle dame si trovassero lusingate dal vedersi dipinte per commissione del re francese[160], il popolo aborriva costoro che trattavano il paese come di conquista, smungendone denaro, e sbandendo a torme i ricchi per usurparne i beni. Quel gran numero di fuorusciti faceva l’uffizio loro consueto d’irritare gli animi e scalzare il dominio (1521); e principalmente Girolamo Morone, caldo patriota, intrigante inesauribile, acuto, mentitore, insomma eccellente a cospirare, pasceva di speranze Francesco Maria Sforza, secondogenito del Moro; ai profughi che aveva radunati a Reggio prometteva di là da quel che sperasse; fomentava le scontentezze interne e le gelosie de’ vicini, tanto che in ogni banda si levò il popolo minuto contro i Francesi in gran concordanza di volontà, mentre Prospero Colonna conduceva in Lombardia gli eserciti del papa e dell’imperatore. Vi si oppose il Lautrec, governatore odiato; ma avendo gli Svizzeri ricusato combattere perchè altri loro fratelli servivano nell’esercito imperiale, il Lautrec dovette nascondere le proprie bandiere nel Veneto, e il Colonna, che erasi lasciato sfuggir l’occasione d’annientarlo, favorito dai Ghibellini entrò in Milano (19 9bre). I difensori aveano già spogliato i privati e le chiese; allora i liberatori continuarono dieci giorni una ruba brutale. Como invitò Francesco d’Avalos marchese di Pescara a redimerla dall’insaziabile comandante Vendenesse, e capitolò salve le vite e le robe; ma fu mandata a orrido saccheggio, non volendo il Pescara disgustare i soldati, di cui questo era il premio più aspettato e sovente l’unico soldo; e ricusò la sfida mandatagli dal Vendenesse come a mentitore. Eppure i Lombardi, contenti di sentir proclamare ancora a duca Francesco Sforza, fecero baldorie, assunsero i colori nazionali, e a gara portarono ori e gioje perchè egli potesse pagare i seimila Tedeschi coi quali avea recuperato il paese.

Re Francesco procacciossi denari (1522) creando in Francia ventinove cariche da vendere; mandò alla zecca fin il cancello d’argento che Luigi IX avea regalato a san Martino; si fece dalla città di Parigi prestare ducentomila lire al dodici per cento; e così raccolti quattrocentomila scudi, spedì nuovo esercito in Italia. Alla guida di Renato di Savoja e Galeazzo Sanseverino i Francesi passarono le Alpi (1522), e congiuntisi col Lautrec che avea tenuto in continuo disturbo il contado, assalsero Milano. Ma il Colonna l’aveva munita stupendamente; il Morone, con false lettere e colla voce di predicatori infervorava contro i Francesi. Luigia di Savoja, madre del re, per fare onta al Lautrec fratello della odiata Chateaubriand, trovò modo di far passare ne’ proprj forzieri i denari ad esso spediti, talchè egli rimase sprovvisto; e quando gli Svizzeri ammutinati chiedeano paga, congedo o battaglia, esso fu costretto combattere alla Bicocca tra Monza e Milano, e sconfitto (29 aprile) dal Colonna, dal Frundsperg, da un grosso di giovani milanesi, che per l’indipendenza non sapeano adoprar soltanto parole, e abbandonato dagli Svizzeri, sgombrò la Lombardia per andare in Francia a scagionarsi d’averla sì mal governata e sì rapidamente perduta.

Lo Sforza ebbe il ducato, ma esausto da eserciti siffatti e dalla prepotenza di chiunque si sentiva abbastanza forte per disobbedire. Milano era stata messa a ruba dopo la battaglia della Bicocca; ora gli Spagnuoli che il Colonna avea mandati nell’Astigiano per alleviare il Milanese, devastato tutto quel contado e il Vigevanasco, si ritorcono sopra Milano chiedendo i soldi o saccheggio, e fu forza chetarli con centomila ducati. Nell’universale abbattimento che segue a mali irrimediabili, solo il Morone sosteneva il coraggio del duca e dei sudditi, e prese Asti ed Alessandria.

Venezia fe’ pace coll’Austria. Anche Genova, assalita dall’instancabile Colonna, sebben difesa dal doge Ottaviano Fregoso, dovette venire ad accordo. Il marchese di Pescara, che col Colonna era spesso a puntigli, e massime sul disputare chi dei due avesse espugnata Milano, indispettito che i Genovesi trattassero coll’emulo, volle si desse l’assalto alla città (30 maggio), ed espugnatala, fu sistemato il modo di saccheggiarla. Prima doveano andarvi gli Spagnuoli, poi gl’Italiani, in appresso i Tedeschi, infine le genti dei Fieschi e degli Adorni. Gli abitanti de’ quartieri di Santo Stefano e del Bisagno assalgono quegli sparpagliati e ubriachi; ma non fanno che rubare anch’essi. «Ed era tanta la ricchezza e burbanza loro, che non attesono a tôrre se non gioje, perle, argenti d’ogni sorta in quantità, non perdonando a chiese e monasteri; e denari assai e tutti i drappi e tabi e ciambellotti. E inoltre usarono un’altra astuzia, che presero tutti gli schiavi e schiave di Genova; e questo fece un danno grande, perchè insegnavano le gioje e denari e arienti; e le mule caricavano di roba sottile, ed eziam gli schiavi e schiave menavano via cariche per modo che non si poteva stimare il tesoro che ne cavarono. Fu tenuto tal sacco cosa miracolosa piuttosto che umana, e per la loro superbia in cui erano venuti, e massime di vestire e di conviti, che usavano dire: — Zena piglia Zena, e tutto il mondo non piglia Zena. E Iddio mostrò che chi confida in altro che in lui, è spacciato» (Cambi).

Il Colonna passò a punire i marchesi di Monferrato e Saluzzo del favore dato ai Francesi, i quali restarono esclusi un’altra volta dalla Lombardia, salvo i castelli di Cremona e Milano.

Il sinistrare de’ Francesi lasciò scoperto Alfonso d’Este, contro di cui papa Leone avventava monitorj, e lo storico Guicciardini conduceva gli eserciti. Alfonso munì le fortezze, comprò Tedeschi, ma sentivasi in gravissimo caso, quando repente si ode che Leone morì (1521 1 xbre) di quarantasette anni, non senza sospetti gravissimi fra tanti nemici; e le pasquinate dissero: — Salì strisciando da volpe, regnò da Leone, morì da cane».

Subito la fortuna si cangia: Alfonso fa coniar medaglie col motto Ab ungue leonis, e ricupera il perduto; Francesco della Rovere rientra desideratissimo in Urbino; il legato Medici e il cardinale Schinner di Sion, che facevano portare le loro croci d’argento avanti alle ciurme de’ bestemmiatori e ladri svizzeri, si staccano da Carlo V che non poteva dar denaro ad essi, costretto a consumarlo nel reprimere il Belgio, la Castiglia e la Valenza sollevate. Restò dunque interrotta la fortuna degli Imperiali, che non poterono occupare lo Stato ecclesiastico e avvicinarsi alla monarchia d’Italia, come gliene dava facilità l’agitazione della vacanza e del conclave. Perocchè alla morte d’un pontefice, tre cardinali ciascun mese esercitavano la suprema autorità; ma, oltrechè spesso eran fra loro dissenzienti, ogni rinnovarsi di essi portava cambiamento di persone, d’intenti, di politica, e su quello stare si lasciavano prepotere i signorotti. Tutti i creati di casa Medici favorivano il cardinal Giulio cugino del defunto; i vecchi mal soffrivano il prevalere di questo giovane; talchè, non potendo accordarsi, cumularono i voti sopra uno (1522 9 genn.), ignoto a tutti, ma lodato per virtù, e intemerato dalle colpe comuni, che fu Adriano di Utrecht, già maestro di Carlo V, e allora governatore della Spagna[161].

Conservò il suo nome, e benchè la peste, che formava tristo e perpetuo sfondo alle miserie di quel tempo[162], avesse ucciso seimila cittadini e disperso gli altri, volle entrare in Roma ed esservi coronato; e subito manda gente a ricuperar le terre usurpate, e sperdere le masnade formatesi nella vacanza. Persecutore per zelo, diffida dei cardinali perchè li conosce corrotti, ma con ciò è ridotto ad abbandonarsi affatto ai pochi in cui crede. Estraneo agl’interessi italici, ignorante de’ garbugli politici, e amator della pace, credette poterla condurre coll’assolvere e ripristinare i duchi d’Urbino e di Ferrara; s’adoprò a riconciliare Francia e Spagna: ma Carlo V lo querelò di mancata amicizia; Francesco I credeva impegnato l’onor suo a ricuperar Milano e s’allestiva d’armi, onde il papa si pose a capo d’una lega coll’imperatore, il re d’Inghilterra, l’arciduca Ferdinando d’Austria, Firenze, Genova, Siena, Lucca, a sterminio di Francia. Sommo acquisto fu per essi il connestabile di Borbone di Montpensier: nato da una Gonzaga e da padre morto vicerè di Napoli (Cap. CXXVIII f.), alla battaglia di Agnadello aveva avuto il posto d’onore, cioè la carica per fianco sull’esercito italiano, che decise della vittoria; poi disgustato che il re tentasse sminuir le sue, come le altre grandi fortune feudali, desertò da lui a Carlo V, obbligandosi a levare nelle proprie terre trecento uomini d’arme e cinquemila fantaccini. Per tali minaccie impedito dal venire in Italia, Francesco affidò un bellissimo esercito di mille ottocento lancie, duemila Grigioni, duemila Vallesani, seimila fanti tedeschi, dodicimila avventurieri francesi e tremila italiani[163], ad uno strisciante e inetto cortigiano, l’ammiraglio Gouffier di Bonnivet.

Povera Italia, come fu spasmodica la sua agonia!

La cacciata de’ Francesi non avea recato verun ristoro, perchè gl’imperiali, non pagati altrimenti, doveano vivere a discrezione rubando e taglieggiando città e terre secondo il bisogno, e fin gli Stati indipendenti. Quegli eserciti d’ogni genìa non portavano solo i guasti generali della guerra, ma non v’era terricciuola, non casa privata dove non recassero miseria, ferite, stupri; talchè, oltre il dissipamento delle forze, delle vite, delle ricchezze, gli affetti domestici erano avvelenati da tante violazioni. I signorotti nostrali, Colonna, Pallavicini, Martinengo, Barbiano da Belgiojoso, Scotti, Pio, Fregosi, Rangoni, i quali pel tempo addietro s’erano colle armi procacciato un dominio, allora per mantenerselo vendeano il braccio, e senza fede cercavano il favore or dell’uno or dell’altro, chi la bandiera di Francia spiegando, chi dell’Impero, nessuno la nazionale. Il popolo, come chi sta pessimamente, in un sovvertimento di tutta Europa sognava il suo meglio e il ristauro dei diritti di ciascuno. I Ghibellini, oltre le reminiscenze classiche, si ricordavano che la libertà qui era fiorita sotto il nome imperiale, e speravano che Carlo V la ripristinerebbe. I Guelfi, in ansietà per tante armi adunate, confidavano però nella Francia, in Firenze armata, in Venezia intatta, nel papa che non vorrebbe far ridere i Luterani. Intanto gli uni e gli altri pativano deh quanto, e facevano il callo alla servitù.