I più disamavano Carlo V e come imperatore, cioè erede d’antiche pretensioni; e come tedesco, cioè del paese donde allora l’eresia veniva a scassinare la potestà pontifizia; e come fiammingo, cioè di gente emula della nostra per commercio; e come spagnuolo e padrone di quel Nuovo mondo, che a noi avea tolto lo scettro dei mari; e perchè dappertutto favoreggiava i governi stretti.

Malgrado dunque di tante esperienze, i Francesi erano guardati come liberatori. E vaglia il vero, essi non presero mai a sterminare di proposito, nè per calcolo recavano ingiurie e danni; re Francesco avea avuto educazione tutt’italiana da Quinziano Stoa; a’ suoi figli scelse maestro il genovese Tagliacarne (Theocrene), e favoriva artisti e letterati nostri. Però a Milano sosteneva l’odio contro di Francia il Morone: frate Andrea Garbato agostiniano eccitava a tener monda da Barbari la patria; se i Gentili lo faceano per sola speranza di gloria, i Cristiani pensassero alla vita immortale. Ma sprovvisti com’erano e colle mura sfasciate, sarebbero i Milanesi caduti ai nemici, se il Bonnivet, che giunto a San Cristoforo e a Chiaravalle (1523 7bre) lungamente assediò la città, benchè a capo di sì poderoso esercito, non avesse professato disapprovare la furia solita di sua gente; e in conseguenza perduto le occasioni del vincere nemici, i quali non poteano confidare che nelle abilissime manovre. Generale in capo di questi era Prospero Colonna, il capitano più prudente del tempo, che aveva insegnato a difendere ed oppugnar le piazze secondo l’arte moderna, vincere per sole marcie e posizioni senza battaglie, e risparmiare il sangue de’ suoi. Ma egli languiva di lunga malattia, alla quale infine soccombette; e Carlo di Lannoy vicerè di Napoli surrogatogli ebbe tempo di rannodare gl’imperiali, e col Borbone e col marchese di Pescara ravvivò la guerra.

Campeggiava con essi Giovanni de’ Medici, uno dei capitani più rinomati. Turbolento e sanguinario fin dalla fanciullezza, quando Leon X lo chiamò a guerreggiare il Della Rovere d’Urbino, formò una banda, ridestando il mestiere delle armi caduto in disuso, e fu lui «che rinnovò la milizia delle lancie spezzate, la quale si fa di uomini segnalati e bene stipendiati, i quali a cavallo e a piè seguono sempre la persona del loro capitano senz’essere ad alcun altro soggetti; e di questi tali nascono uomini di gran reputazione e autorità, secondo il valor loro e la benevolenza del signore»[164]. Con incessanti esercizj e severa disciplina teneva i suoi, a’ quali portava un affetto di padre, benchè nelle escandescenze ammazzasse or questo or quello; e li voleva forniti d’armi e cavalli eccellenti. Compiacendosi del pericolo, non diceva alle truppe Andate innanzi, ma Venitemi dietro, ed essi il seguivano anche quando non avesse di che pagarle. Avendo un corpo di ducento Svizzeri ucciso un suo capitano, esso li battè, e ricevutili a patti, sotto la sicurezza gli uccise tutti. Morto Leon X, fece prendere il bruno a’ suoi soldati, ond’ebbero nome di Bande nere, e le menò a proteggere Firenze dal duca d’Urbino, poi servì la lega in Lombardia, e disgustatone, si voltò ai Francesi. Dai quali era riverito a segno, che avendo i Grigioni fattogli qualche affronto, gli obbligarono a chiedergliene scusa in ginocchio; essendo ferito, il re andò a trovarlo, e il marchese di Pescara gli concedette libero passo traverso a’ suoi accampamenti, acciocchè più presto fosse trasferito a Piacenza. Preti e frati cuculiava, e se taluno n’incontrasse su buon cavallo, gliel cambiava con un ronzino. Eppure non dormiva solo per paura del folletto. «Se le Bande nere erano la migliore e più reputata fanteria e la più temuta che andasse attorno in quei dì, erano anche la più insolente e la più rapace e fastidiosa» (Varchi): ma essendo l’unica milizia indipendente italiana d’allora, vi si arrolavano anche giovani generosi; e il Machiavelli sperava che costui potesse rizzar bandiera propria, e col denaro del papa formarsi una signoria indipendente da Francesi e Spagnuoli. Su di chi mai erano ridotti a far conto gl’italiani! Ma cotesti bravi son braccia, non teste; e Giovanni sperdeva l’attività in imprese inconcludenti.

Il Bonnivet, lasciatosi a Robecco tôrre in mezzo dal Pescara (1524), e non ajutato dagli Svizzeri, fu costretto ritirarsi in piena rotta, e ferito anche al passar della Sesia, commise l’esercito a Bajardo. Questo, obliando i torti, assunse il comando e regolò la ritirata: ma presso Romagnano colpito a morte (30 aprile) da un’archibugiata, volle esser appoggiato ad un albero colla faccia rivolta al nemico, e faceva preghiere e contrizioni all’elsa della spada foggiata a croce. Trovollo in quest’atto il Borbone, e lo compassionava; ma egli, — Non io son degno di commiserazione, che muojo da uom da bene; voi bensì, che servite contro il principe, la patria e il giuramento». E spirò, e dopo molte altre fazioni, i Francesi se n’andarono ancora una volta dall’Italia. Abbondanti di valore, ottimi soldati, uffiziali cavallereschi, difettavano d’ordine, di prudenza, di sufficienti apparecchi, di quella previdenza che fa men funesti i disastri.

Era dunque raggiunto lo scopo delle due leghe; eppure i vincitori non ridevano. Il paese del mondo più ubertoso, lor mercè trovavasi a tale, che a fatica vi si potevano sostentare, e per vivere doveano condur gli eserciti su terre altrui, massime di Romagna, e gravare di contribuzioni sudditi ed amici; convincendo l’Italia che da tanto soffrire essa non conseguirebbe altro che di cambiar padrone.

E noi tanto ci badammo intorno ad eventi di pochi anni, perchè è sempre interessantissimo a studiare il momento in cui una nazione si trasforma; e perchè, eccitato il senso storico, siccome avviene all’avvicinare delle gravi crisi, molti tolsero quasi a gara a raccontar que’ fatti, meditare sulla loro natura, e cercarne la concatenazione. Più non si tratta dell’ingenua esposizione de’ cronisti, bensì di racconti disposti con arte, esposti con cura, proposti a provare un tema o favorire una causa, o a sfoggio di letteratura: sicchè sono collocati tra i modelli non solo della nostra, ma delle altre nazioni. Dell’indipendenza, che vorrebb’essere il carattere primo di tali scritture, han talora l’apparenza; la realtà mal potea aspettarsene fra il cozzar delle passioni e sotto la protezione de’ grandi: pure nei più senti l’alito repubblicano, e fin chi si vende ostenta di pensar franco e parlare risoluto.

Cammina a capo di tutti Francesco Guicciardini fiorentino (1540), giureconsulto, ambasciatore in freschissima età, poi guerriero, adoperato ne’ governi di Romagna, luogotenente generale dell’esercito pontifizio contro Carlo V. Dagli ignobili comporti verso la sua patria disonorato, e mal ripagato dai tiranni di essa, tra per giustificarsi e per tramandare all’avvenire il proprio nome con miglior lode, prese a compiere in un sol anno un’opera già meditata nel tumulto degli affari, la storia d’Italia dalla calata di Carlo VIII al 1534. In molte delle vicende che narra, potè dirsi attore; le altre non si fa coscienza di copiare alla lettera[165]: ma congiunge le due qualità di storico compiuto, saper vedere e saper dire; introduce la discussione, l’indagine delle cause e delle conseguenze; la franchezza di giudizio e l’elevatezza del pensare il fanno primeggiar fra coloro che nella storia dan risalto a un personaggio, a un avvenimento, a uno scopo, coll’addensare le ombre sulla folla innominata; nè altro moderno si accosta tanto agli antichi per magnificenza d’esposizione, stile costantemente dignitoso, colta armonia, lingua pretta, e disimpacciata d’arcaismi e di vulgarità. Se non che l’imitazione evidente d’essi antichi lo getta alla retorica pomposa, a prolisse parlate, a descrizioni esanimi, a mescolare l’affettato col naturale. Stendeva dapprima i racconti, riservandosi ad inserire poi le parlate, così artifiziosamente finite, e che nessuno legge; talchè negli ultimi quattro libri, che non terminò, n’è tanta carestia, quanta sovrabbondanza ne’ primi cinque forbitissimi.

L’imitazione stessa lo porta a usare, non che parole e frasi indeterminate, ma sentimenti che oggi sono o incomprensibili o ridicoli[166]. Coll’abitudine di causidico dà importanza a lievi particolarità, mentre sorvola ad importantissime; senza badare a proporzione, si dilaga in alcune narrazioni speciali; e manca sempre di quella rapidità, che in ogni stile è necessaria, e più nello storico. L’essere spessissimo ristampato, tradotto in tutte le lingue, citato fra i modelli, prova aver lui altri meriti che dello stile, i quali nella versione vanno perduti: ma a noi pare lontano dalla calma maestà di Tucidide, quanto dalla pienezza di questo, da quei caratteri sì bene improntati, da quelle pitture della vita. E moltissimo noi abbiamo ad imparare dal maggiore storico nostro, ma sovrattutto che arte retorica non giova a mascherare le nequizie dei principi o le bassezze degli autori. Ai forestieri mostrasi sempre avverso, ma principalmente ai Francesi. Tutto classico, è incomparabile nell’analizzare gl’interessi della vecchia Italia e le astuzie de’ capi, ma come vede fallire il fatto per lui più ammirevole, la lega del 1484, poi tutti gli sforzi di Venezia, di Firenze, di Milano, piglia dispetto piuttosto che dolore, e divien freddo, ironico. Ne’ fatti della Chiesa è quel che oggi direbbesi un franco pensatore, trattando i papi non altrimenti che gli altri principi, e spesso a torto li accagiona de’ mali d’allora; benchè grandi benefizj n’avesse avuti, ma forse (riflette Apostolo Zeno) non tanti quanti ne sperava[167]. Versato in sozzi maneggi, ricco d’intime relazioni e di proprj giudizi, scruta acutissimo; le generali osservazioni applica rettamente: nè applaudendo nè indignandosi, ma con un’imparzialità che si risolve in trista indifferenza, fa vivo ritratto della politica e della società. Orrido ritratto, ove virtù non riconosce mai, nè religione nè coscienza, ma ambizione, interesse, calcolo, invidia; crede che il denaro e le cariche seducano qualunque onestà; e in fatto nel senato patrio egli parteggiava sempre con gli oligarchi, e con quelli che, a forza di rinnegare, sanno rimaner sempre a galla.

Sciagurato rinomo acquistò Paolo Giovio comasco (-1559), vescovo di Nocera, che in buono sebbene non purissimo latino e più sonoro che elegante, delineò largamente il quadro dell’Europa dal 1494 al 1547. La sua posizione gli diè campo a conoscere molti fatti, ignoti altronde: ma sono appunto quelli in cui meno gli si crede; perocchè, passionato e venale, vagola continuo tra panegirici o diatribe. Poco crede alla generosità; la morale pervertisce col voler giustificare le ribalderie de’ suoi eroi: il vescovo di Pavia cade assassinato, ed esso gli scaglia una codarda invettiva per discolpare il duca d’Urbino; don Gonsalvo tradisce il Valentino, ed esso ne lo scagiona; una volta, avvertito d’avere esposto il falso, — Lascia pur ire (rispose), chè da qui a trecent’anni tutto sarà vero». I trecent’anni scorsero, e gli è strappato quell’alloro, che cresce alle contraddizioni dei forti e alle lagrime de’ sofferenti. Ma ciò che lo discerne tra gli storici del Cinquecento, dopo Machiavelli e Guicciardini, dopo Lutero e il duca di Borbone, è la venerazione per Roma papale, il mostrarne l’importanza, il crederne l’immortalità. Quando mai i papi furono più grandi di Leone X? Quando l’alleanza della tiara colla corona fu più salda, più necessaria alla Chiesa, più utile all’Italia? Dove il genio e le arti trovarono asilo migliore che nel Vaticano? La nazione, calpesta da Francesi, da Svizzeri, da Spagnuoli, da Tedeschi, a che sarebbe ridotta se non la rappresentasse il papa? non è egli il solo davanti a cui i re pieghino il ginocchio? non esso che toglie la possibilità sia di una conquista interiore e d’una micidiale unità, come d’una conquista esteriore? A tali concetti dovea repugnare il suo libro VII, ove raccontava il sacco di Roma: e perciò egli protesta che gli fu rubato; e dee crederlo chiunque non conosce l’onestà di monsignor Paolo, e non vide i manoscritti che restano in casa Giovio a Como.

Firenze abbondò di storici. Giacomo Nardi fu caldo propugnatore dell’indipendenza patria; spenta la quale, esulò a Venezia, e formatosi col tradurre Tito Livio, scrisse gli avvenimenti dal 1492 al 1531, splendido di sentenze, caldo di dettatura, e colle ire d’un profugo, ma il Varchi lo chiamava suo padre, e il Guicciardini, benchè di taglia opposta, lo consultò sulla propria storia. Ama i governi della classe media, e pargli che dall’aggregato cittadino «confuso e di sua natura pernizioso, tolte via le due estreme parti, cioè il capo e la coda, il corpo di mezzo resterebbe molto utile e proporzionato alla costituzione d’una perfetta repubblica». Al contrario, patrocina i Medici Filippo Nerli senatore ne’ Commentarj de’ fatti civili di Firenze dal 1215 al 1537.