Bernardo Segni gentiluomo, corretto scrittore, non elegante, parteggiò coi moderati e con Nicolò Capponi gonfaloniere suo zio, del quale scrisse la vita: raccontò i tre anni in cui Firenze stette libera, per mostrare «quali sieno i costumi de’ cittadini fiorentini nella libertà, acciocchè quelli che succedono non ponessero molte speranze nella gloria e nella dolcezza del vivere libero»: proseguì poi fino alla presa di Siena, con poca arte d’intreccio e di passaggio, ma candidezza d’animo come di stile, non uscendo da quella moderazione, ch’è sì rara in chi ragiona di contemporanei. Dell’opera sua avea fatto mistero a tutti, e sol dopo morto trovata, non vide la luce che nel secolo scorso, siccome quella del Nerli.

Non come i tre precedenti testimonio oculare, ma o sopra documenti nuovi, o sopra lettere di Giambattista Busini (le quali furono pubblicate poi nel 1822), Benedetto Varchi (-1565) tirò una storia dall’ultima proclamazione della libertà fiorentina sino al ducato di Cosmo I. Già in rinomo come letterato, benchè avesse coi repubblicani diviso le speranze, le persecuzioni, l’esiglio, ebbe l’incarico di questo racconto e documenti e stipendio dal duca, a cui leggeva man mano l’opera sua: pure non seppe tanto dire e tacere che l’accontentasse, e si fece opera di sopprimere il suo libro, che sol tardi fu pubblicato. E’ dice aver presi a modello Polibio e Tacito, ma sta troppo lontano dal giudizio di quello e dalla concisione di questo; e dilombato come quasi tutti gli scrittori del Cinquecento, accumula non isceglie le particolarità, a segno da riuscire pesantissimo a leggere; benchè riferendo ogni minuzia, ogni discorso, ci faccia vivere veramente tra quegli ultimi Fiorentini. Non ismentisce mai l’amor suo per la patria; se non dice, lascia indovinare le arti per cui la libertà fu divelta, e Firenze «divenne, di stato piuttosto corrotto e licenzioso, tirannide; che di sana e moderata repubblica, principato»; e se specula l’avvenire, non trova ai disastrosi sovvolgimenti d’Italia altro termine, se non che un principe prudente e fortunato arrivi a dominarla.

Il miglior racconto dal 1494 al 1529 ci è offerto da Jacobo Pitti, che compila spesso gli antecedenti, ma con giudizio; benchè avesse tessuto l’apologia de’ Cappucci e le lodi dei Soderini, non nega lode ai Medici, ma riprova e Machiavelli e Guicciardini e gli altri venduti.

La storia de’ suoi tempi di Giambattista Adriani è una continuazione del Guicciardini fino al 1574 in cui l’autore morì, dopo aver combattuto per la sua Firenze, poi insegnato eloquenza a Padova: e se è vero che i materiali gli fossero dati dallo stesso Cosmo de’ Medici, potè ritrarne molti fatti ignoti ad altri, e pur non sagrificare affatto la propria franchezza.

Scipione Ammirato da Lecce (-1601), conoscendo «non poter raggiungere nè la schiettezza e purità della lingua de’ Villani, nè la gravità dei concetti dell’Aretino, nè l’arguzia e destrezza del Machiavelli, nè la grandezza e nerbo del Guicciardini, nè la lieta e gioconda abbondanza del Giovio», cercò superarli in accuratezza dei tempi e abbondanza di fatti. Meriti secondarj, e dove pure non riuscì sommo, avvegnachè espose in forma d’annali, distribuiti per bimestri, quant’era la durata de’ gonfalonieri di Firenze; letto di procuste, ch’e’ medesimo si fabbricò e del quale sente gli strazj[168], perdendo ogni legame, ogni larghezza di vista e di conseguenze; insulso talvolta nelle riflessioni, adula i Medici perfin negli avi[169]; e benchè di larga e corretta narrazione, manca sempre di anima.

Straniero a Firenze era pure Gian Michele Bruto, che viaggiò assai, accompagnò in Polonia il re Stefano Batori di cui scrisse le imprese, fu nominato istoriografo di Rodolfo II imperatore, e pare morisse in Transilvania. Per non essere tentato a vendersi, s’abituò a vivere frugalissimo; e ispirato dai profughi, assunse di vendicare nella lingua più allora diffusa, la latina, i Fiorentini dalle calunniose adulazioni del Giovio, svelando le inique vie per cui i Medici andavano inoculando la servitù a quella repubblica. Avendo veduto molti paesi, potè ampliare le considerazioni più che non gli stipendiati pedanti, dei quali col suo rancore emenda le adulazioni.

Riguardo ai fatti proprj di Firenze, il Machiavelli tra i contemporanei non ebbe reputazione quanta gliene attribuirono i posteri per secondi fini[170]; ammirando soltanto Roma e Grecia, foggia su quelle la sua città, e vuol vedere come i nobili soli la reggessero prima, poi per l’orgoglio e l’arroganza soccombessero al medio stato, il quale, cadendo negli errori proprii e de’ predecessori, apre la via al principato. E sebbene talvolta egli faccia nascere da fortuite combinazioni ciò ch’è svolgimento costituzionale, e coll’astrazione e l’accidente tolga alla storia quella vita che palpita ne’ cronisti, va distinto da tutti perchè ne’ fatti non vede soltanto la successività.

Ne’ Discorsi sulle Deche di Tito Livio non fa opera da critico o da storico; non accerta i fatti, eppure vuol dedurre teoriche sul governo romano; non che rivelare, nè tampoco sospetta i misteri di quella storia; dal suo autore assume i fatti qualunque sieno, e persino togliendoli dalle arringhe, certamente inventate: ma egli se ne valea come allora usavano i predicatori, per testo a discorsi su varie materie. Non è dunque a rintracciarvi la storia antica, bensì le applicazioni continue, e la conoscenza degli uomini e della società. Nel che non cerca, come Montesquieu, far effetti e antitesi, e sostenere assunti capricciosi con documenti scelti a caso o ad arte; ma si mostra convinto per esperienza propria, e indifferente all’ottener fede o no. Ragionando poi alla famigliare, dà per certa la propria sentenza o la conferma con un sol fatto; e poichè vuol dedurne sentenze universali, facilmente è recato a sostenere la contraria di quella che dianzi propugnò.

Un passo restava alla storia; dalle impressioni individuali e dai fatti sconnessi elevarsi all’azione generale, dagli uomini alle forze politiche, all’accordo de’ sociali elementi. Questo indirizzo le diede Machiavelli, che nel quadro premesso alle sue Storie fiorentine, lavoro ancora senza modelli per quanto difettivo e difettoso, e sproporzionato all’opera seguente, conobbe la solidarietà delle generazioni umane, e che gli errori d’una fanno il male della successiva; onde spinge lo sguardo alle lontane cause degli eventi, sorvolando alle inefficienti particolarità per cogliere i punti supremi. Non grande osservatore ma ricco di senso pratico per giudicare l’utilità de’ fatti, statista attivo e speculativo, s’abbaglia però nel caos del medioevo, che non arriva a coordinare perchè troppo ancora d’erudizione mancava all’età sua e a lui specialmente; non dà proporzionata importanza a tutti gli elementi della vita sociale; e preoccupato di politica, e distinguendo la vita del pensiero da quella dello Stato, appena fra le spade e gl’intrighi lascia comparire la letteratura, gloria indefettibile della sua patria, la città più colta del medioevo; e non nomina Dante se non perchè consigliò la Signoria ad armare il popolo contro i Neri.

Nella sua politica atea assolve la menzogna, la perfidia, la violazione della parola e dei trattati, lo sprezzo del diritto delle genti, la cospirazione, l’assassinio, purchè si raggiunga la meta, onesta o ingiusta non si cerca; qualunque delitto è permesso purchè si soddisfi qualunque ambizione. Gran diplomatico e scrittor grande, con agevolezza e profondità scolpisce il proprio pensiero in uno stile di energia nuda come quella degli atleti, eppure vi occorrono affettazioni e sovrabbondanze, e un soverchio imitar de’ classici nelle sentenze e ne’ discorsi; sovrattutto anche nello stile manca di cuore.