Dal merito di questi sono troppo lontani gli scrittori d’altri paesi. Marin Sanuto (-1531), dal 1495 al 1531 notò ciascun giorno quel che accadeva in Venezia e «de’ successi dell’Italia, e per conseguente di tutto il mondo, in forma di diario..... a honor della patria mia veneta e non per premio datomi dalla repubblica, come hanno altri che tamen nulla o poco scrivono». Espone gli avvenimenti suoi personali, importanti come di cittadino partecipe alla sovranità; abbonda di documenti privati e pubblici; e il consiglio dei Dieci gli permise di valersi dell’archivio «e di quelle lettere che sono avvisi di nuove occorrenti in diverse parti del mondo, siccome di giorno in giorno veniranno da oratori ovvero da rettori nostri, dappoichè saranno lette in Pregadi, e non sia comandato particolarmente che sieno tenute secrete». Stette costantemente coll’opposizione; ma nel volere si conservassero le antiche istituzioni patrie, repudiava i miglioramenti che il secolo richiedeva. Sono a stampa le sue Vite dei dogi; e cinquantotto volumi in-foglio di sua mano lasciò al consiglio dei Dieci, unico asse d’una famiglia dogale e sovrana di Nasso e di altre isole dell’arcipelago[171].

La carica di storiografo della repubblica veneta, creata pel Sabellico mediocre e venale, fu poi coperta da Andrea Navagero (-1529), che continuò il racconto sino al 1498, e non l’avendo finito, lo bruciò avanti morire: ma la vera o finta traduzione italiana che ne esiste, è delle più fedeli e patriotiche storie[172]. E questo, e Pier Giustiniani che in latino narrò fin al 1575, furono tolti a rifare in italiano da Pier Morosini, che giunse solo al 1486; e non allegando le fonti, si scema autorità. Dal punto ov’egli cessa, Pietro Bembo (-1547) va fino al 1513, il tempo più momentoso per la sua patria. Estranio agli affari di Stato in paese ove tanti partecipavano, non anima il racconto colla sicurezza dell’esposizione, colla vivezza delle particolarità, colla prurigine di fatti reconditi; ai Dieci che gli esibivano le carte secrete, s’accontentò di chiedere i diarj del Sanuto[173]; talvolta dipinge bene ma da retore, nè mai s’addentra nelle cause, talchè raffinisce tra le mani, frivolo quanto una gazzetta, ed inesorabile encomiasta del suo governo. Scrisse la storia in latino e in italiano, e l’una dicono emuli Cicerone, l’altra il Boccaccio: ma in fatto vi trovi sempre un’eleganza compassata, un periodare labirinteo, le idee nuove camuffate con espressioni arcaiche e con mitologiche allusioni; e mentre pone il mese e il giorno de’ fatti, tralascia l’anno, ovvero lo indica romanamente dalla fondazione della città.

I Dieci lo fecero continuare a Luigi Borghi, volendo «esponesse integralmente e con sincerità, e perchè conterebbe cose da non pubblicarsi, l’opera sua sarebbe custodita, e leggibile solo dai senatori». Rimase manoscritta, ed or trovasi nella Marciana.

Dopo di lui altri segretarj sostennero tale incarico, e migliore degli altri Paolo Paruta (-1598), narratore della Guerra di Cipro e dei fatti dal 1513 al 52. Sperto negli affari e ne’ pubblici scaltrimenti, gli espone colle circostanze e le cause, combinando gli eventi di Venezia con quelli di tutta Europa, traendo le varie fila ad un nodo principale, e desumendone riflessi istruttivi: «dà un’idea compiuta della repubblica veneta col porre innanzi i principj del di lei operare, l’istituzione de’ cittadini, la concordia fra i membri del principato, i confini della potenza, i termini della giurisdizione, i fondamenti della libertà; e dando buon conto delle deliberazioni, disvela agli occhi dei leggitori l’anima stessa di quel governo, e la condotta che tenne in tempi difficilissimi tanto al di dentro come al di fuori» (Foscarini). Sempre con gravità più che eleganza, dettò pure Discorsi politici con idee non vulgari sopra il crescere e dibassare di Roma; posato e senatorio, meno assoluto del Machiavelli, propone a modo di dubbio, lasciando che il lettore decida: e merita singolar riflessione il capitolo Se le forze delle Leghe sieno ben atte a far grandi imprese.

Gli Annali di Genova stese Agostino Giustiniani in italiano fino al 1528 con molta verità e poca arte, giacchè non li destinava al pubblico. Uberto Foglietta, buon politico, purgato latinista e sempre vivace, esule e raccolto a Roma da Ippolito d’Este, dettò elogi de’ Genovesi e la storia europea e la patria sino al 1527, senza documenti; declamando contro alla nobiltà e ai Doria, senza propendere pei Fieschi, e odiando gli oppressori, natii o stranieri che fossero. Jacopo Bonfadio la scrisse in classico latino dal 1528, anno della ricuperata libertà, fino al 50 in cui morì. Vollero pareggiarlo a Cesare, e certo, malgrado gli strascicati proemj dottrinali e le intempestive descrizioni, maschia vigoria palesa nelle arringhe, come quella ove Andrea Doria esorta i Genovesi a ricuperare la libertà, e ne’ ritratti, come quello di Luigi Fieschi; potè vantarsi di non sagrificare la veridicità alle speranze[174]; e ben ritrae le convulsioni di quella repubblica, che ebbe migliori gli storici che la storia. La prima compiuta è quella stampata nel 1579 ad Anversa da Pier Bizaro, in trentatre libri, lavorata però di seconda mano, e viziosamente separando i fatti esterni dagli interni.

Della storia milanese il principale autore è Bernardino Corio (-1514), ciambellano del Moro, il quale gli aperse tutte le biblioteche e gli archivj, invitando anche vescovi, abati, monaci della Valtellina, del lago di Como e d’altrove a lasciargli trasportare a Milano i manoscritti occorrenti[175]. Stampò l’opera sua regnante Luigi XII, eppure la dedicò al cardinale Ascanio Sforza, suo antico signore. Appoggiò il racconto a documenti; e per quanto disgusti il suo scrivere tra rozzo e pedantesco, piaciono quelle minuzie, di cui gli perdoniamo l’eccesso perchè altrimenti ci sarebbero sconosciute; ai fatti guerreschi aggiunge gl’interni svolgimenti dell’economia e dell’amministrazione; a tempo rileva il racconto con riflessioni non sempre triviali; mostra conoscere, se non il cuore umano, le tranellerie della politica, e valuta le azioni de’ principi suoi con quella verità che può consigliarsi coll’essere stipendiato.

Anche la Storia di Napoli di Angelo di Costanzo dal 1250 al 1489, di stile netto ma languidamente monotono e senz’affetto nè acume, è preziosa per gli inseriti documenti. Sempre vantatore di Napoli, divaga in generalità; ha lodi e biasimi per gli Svevi come per gli Angioini e gli Aragonesi; con violenza e prolissità confuta il male che del paese avea detto Pandolfo Collenuccio pesarese; e il trovarlo quasi sempre relegato ci fa credere che mal s’acconciasse alla servitù spagnuola. Camillo Porzio narrò la congiura de’ baroni contro Ferdinando I, elegante e nervoso[176].

Ciascun fatto, ciascuna città ebbero storici, coi quali legheremo conoscenza adoperandoli: alcuni lodati per stile, sebbene guasto dall’imitar le forme classiche; altri per accorgimento; tutti aspettano un potente ingegno che li faccia servire come materiali ad una storia italiana. Di rado producono documenti, nè bastano di critica per vagliarli, e tanto meno per penetrare nell’intelligenza de’ secoli anteriori; si passionano per un paese e per un uomo: in generale però vagheggiano meno l’aneddoto che nel secolo precedente, perchè minore la vita pubblica; ma attenti ai fatti strepitosi, negligono la vita intima, le alterazioni dei governi che non avvengono solo col mutar di stato, le consuetudini e le opinioni tra cui versarono i personaggi, gl’intenti loro, i desiderj, le paure, le sofferenze di quella turba, che dei pubblici avvenimenti non ebbe azione, ma subì gli effetti. I latini restano inferiori, perchè preoccupati della forma, in grazia della quale mutilano quelle particolarità che meglio avvivano i tempi. Vogliamo distinguere il milanese Galeazzo Cappella, segretario di Stato di Francesco II Sforza, al quale serbò fede anche nella sventura, e narrò le imprese fatte per ristabilirlo dal 1521 al 30, e quella contro il castellano di Musso, degno che il Guicciardini in non piccola parte lo copiasse[177]. Taluno ancora stendeva cronache per uso domestico, senza scegliere nè verificare nè fondere, rozzissime fuori di Toscana, ma inestimabilmente preziose pel rivelare che fanno le impressioni personali.

Più evidente il concetto di que’ tempi esce dalle relazioni degli ambasciadori, che, oltre i divisamenti statistici, offrono costumanze e precetti e applicazioni di politica e d’economia. De’ veneti molte abbiamo alle stampe. Giovanni Guidiccioni di Viareggio, vescovo di Fossombrone, eccellente uomo e schietto, di sentimenti cristiani insieme e patriotici, accompagnò come nunzio Carlo V in Africa, e nelle sue Lettere ci lasciò prezioso ritratto degli affari di quel tempo. Un solenne farcitore di libri, Gerolamo Ruscelli, ebbe modo d’unire una raccolta di Lettere di principi a principi veramente preziosa. Vi vanno del paro le Lettere famigliari di XIII uomini illustri, raccolte da Dionigi Atanagi; ed oltre quelle del Da Porto sulla guerra veneta e del Busini sull’assedio di Firenze, altre assai furono tratte, non è guari, dagli archivj di Francia per opera del Molini; altre sono sparse nelle collezioni o fra le opere de’ letterati d’allora, o vengono in luce qua e là; e meriterebbe della patria chi sapesse sceglierle e coordinarle in una storia d’Italia, raccontata da contemporanei.

Il lettore ha veduto quanto noi ce ne valiamo largamente. Le più argute sono quelle fra Nicolò Machiavelli e Francesco Vettori, intelletti rinvigoritisi negli studj, poi nelle legazioni e nelle magistrature della patria, ed acuiti dal malcontento. Amanti dei governi forti cioè incondizionati, essi da prima aveano preso ombra di Venezia, come minacciosa all’indipendenza degli altri Stati italiani; da poi temevano degli Svizzeri; e intanto non s’avvedeano che maggior pericolo veniva dal portentoso ingrandimento di casa d’Austria.