Tra quelle effimere combinazioni affacciavasi a loro un’altra minaccia troppo reale, e nel giugno 1513 il Vettori scriveva a Machiavelli: — Noi andiamo girandolando tra i Cristiani, e lasciamo da canto il Turco, il quale fia quello che, mentre questi principi trattano accordi, farà qualche cosa che ora pochi vi pensano. Egli bisogna che sia uomo di guerra e capitano per eccellenza; vedesi che ha posto il fine suo nel regnare; la fortuna gli è favorevole, ha soldati tenuti seco in fazione, ha danari assai, ha paese grandissimo, non ha ostacolo alcuno, ha congiunzione con il Tartaro; in modo che non mi farei maraviglia che, avanti passasse un anno, egli avesse dato a questa Italia una gran bastonata, e facesse uscire di passo questi preti: sopra di che non voglio dir altro per ora».
In effetto quella potenza era allora la più poderosa in Europa, con formidabile marina, coll’unico esercito stanziale. Quanti erano in cristianità perturbatori, rivoluzionarj, fuorusciti pendeano a svincolarsi dalle obbligazioni dello Stato e della Chiesa coll’abbracciare l’islam: e i Turchi faceano gran capitale de’ rinnegati, sapendoli congiunti fatalmente alla loro causa; sceglievano tra costoro i principali magistrati e i capitani; donde la grandezza della Turchia è aumentata dall’attività de’ Cristiani e dal solito ardore de’ fuorusciti. Piantata in vasto semicircolo attorno al Mediterraneo, ella assediava l’Italia sia dalla costa africana, sia dalla levantina; e se non bastava che rompesse i commerci marittimi, toglieva ogni sicurezza al nostro littorale. Nel 1517 sapendo che Leon X villeggiava verso la marina, si proposero di cogliere sì lauta preda, e sbarcati con diciotto fuste, fu un miracolo se fallirono tale divisamento. Delusi del quale, piombarono sopra l’isola d’Elba, appartenenza del signor di Piombino, e la sperperarono. L’anno seguente «presero sopra Ostia e sino alla foce del Tevere alcuni navigli che venivano da Roma, e smontati a terra, colsero uomini e donne: il cardinale di San Giorgio e il cardinale Agenense, ch’erano in campagna ad Ostia e presso Porcigliano, salvaronsi colla fuga»[178].
Erano simili a disastri naturali, di cui si prevede l’arrivo: lo stesso gransignore non bastava a frenare quel mostro organizzato per la guerra, ch’erano i Gianizzeri, nè la pirateria de’ Barbareschi. Crebbe il pericolo della cristianità quando a Bajazet II succedette suo figlio Selim (1512), sanguinario che non vedeva se non guerra, sterminio santo, gioja della strage: eppure voleva ragionarle, e al muftì proponeva casi di coscienza, da cui dipendeva il macello di migliaja di viventi; e una volta gli chiese se non sarebbe opera santa l’ammazzare due terzi del genere umano per salvare l’altro terzo. Rabbioso coi Cristiani quanto avido di nuovi acquisti, impossessatosi della Soria e di Gerusalemme, soggiogato ed ucciso il soldano d’Egitto, vinto il sofì di Persia reo di credere all’incarnazione di Dio, all’Europa rea della stessa credenza potè volgere forze raddoppiate; e chiamato il visir Piri-bascià (1518), gli disse: — Se cotesta razza di scorpioni copre i mari co’ suoi vascelli: se la bandiera di Venezia, del papa, dei re di Francia e di Spagna padroneggia le acque d’Europa, è colpa della mia tolleranza e della negligenza tua: voglio una flotta numerosa e formidabile».
Detto fatto, i disusati cantieri preparano centinaja di vascelli da guerra; l’Europa si sgomenta di udire dai minareti cinque volte al giorno proclamare l’abolizione di Cristo per opera di Allah; i vecchi narrano come il Turco imponga un perpetuo tributo di donne pe’ suoi serragli, di fanciulli pe’ suoi eserciti; le madri stringonsi i bambini al seno udendo raccontare di figliuoli arrostiti, d’uomini segati, di preti scuojati. S’innalza di nuovo il grido della crociata; e papa Leone esorta a concordia i re cristiani, e che offrano ciascuno denari e uomini per assalire i Turchi sotto la capitananza del granmaestro de’ cavalieri Teutonici: tutti promettono, e i particolari di quell’apparecchio possono darci la misura o, come oggi diciamo, la statistica delle potenze d’allora[179].
Ogni principe cristiano doveva contribuire un quinto delle annue rendite; i privati pagare cinque fiorini ogni cento di rendita; chi n’avesse meno, un fiorino all’anno; e se venisse duopo, si venderebbe la terza parte dei frutti delle chiese e dei santuarj, e gli ecclesiastici pagherebbero due decimi dell’annuo provento. Il duca di Borgogna darà mille lancie da quattro cavalli ciascuna, duemila soldati leggeri alla tedesca, e venticinque lanzi pedoni; i Confederati Elvetici ventimila pedoni, e se sia duopo, ottomila venturieri, fiore di lor gente; il re Cattolico mille soldati, tremila gianizzeri all’italiana, e ventimila spagnuoli; l’inglese cinquecento cavalieri, mille arcieri a cavallo, e diecimila pedoni; il re d’Ungheria, fra boemi e ungheresi, trecento cavalieri, trecento leggeri e cinquemila archibugieri boemi; quel di Polonia quattrocento cavalieri e tremila arcieri alla turca. Massimiliano imperatore somministrerà mezzo l’esercito, ove tra’ suoi e confederati siano settantamila pedoni, quattromila soldati biancovestiti, dodicimila armati alla leggera, e cento bocche d’artiglieria: egli guiderà l’esercito per l’Ungheria verso Belgrado, Adrianopoli e Costantinopoli; le vittovaglie scenderanno pel Danubio. Il re di Francia coll’altr’ala di settantamila pedoni, quattromila cavalieri e dodicimila leggeri, terrà via pel Friuli, la Dalmazia, la Bosnia e la Grecia, e contribuirà duemila cinquecento cavalieri francesi, cinquemila pedoni leggeri, e ventimila guasconi, normanni e picardi. Il papa con Venezia, Savoja ed altri principi d’Italia e coi Fiorentini, darà mille cinquecento cavalieri, settemila armati di balestre, schioppi e mezze lancie, e ventimila pedoni italiani, de’ quali un terzo armati di schioppi, e quest’esercito passerà a Cattaro per Ancona e Brindisi, o per Bari ed Otranto. Verrà terzo l’armamento marittimo per portare i foraggi verso la Grecia e la Morea, somministrandovi il re di Portogallo trenta caravelle, il senato veneto cento galee, il re di Francia con Genova venticinque, altrettante carache, quaranta galeoni, venti barche; venticinque galee il papa e il re Cattolico, il quale aggiungerà tre navi di Biscaglia; l’inglese dieci grandi carache; in tutto centocinquanta galee, trentasette carache, centoventi fra barche, galeoni e caravelle, e infinite navi da carico. Per ogni galea computavasi al mese il costo di ducati cinquecento, di seicento per ogni caraca, di ducento pei galeoni, di cinquanta per le caravelle, di trecento per le barche: i pedoni toccheranno al mese quattro ducati d’oro, i cavalieri centoventi all’anno; i leggeri sessanta: e tutto l’armamento importerà otto milioni e mezzo d’oro, mentre l’imposta sopraccennata ne produrrebbe dodici, oltre gli ornati e i tesori delle chiese.
Tali promesse non facevano per zelo, ma per gara di principi, più largheggianti perchè nessuno intendeva mantenere. La morte (1520) liberò la cristianità da così risoluto nemico; ma non meno ostile succedeva il figlio Solimano detto il Grande, che prode, generoso, ardito, sapendo disciplinare gl’istinti proprj e della sua gente senza spegnerli, e alla passione d’invadere congiungendo il genio del dominare, in tredici spedizioni dilatò i confini dell’impero ottomano più che mai fossero, e fece sventolare le code a Diu ed a Vienna, in faccia a Marsiglia e a Roma. Quasi l’amor delle lettere comune fra’ Cristiani non dovesse mancare neppur fra i Turchi, egli leggeva abitualmente i Commentarj di Cesare, arricchì il paese di capi d’arte e libri, diè buon ordinamento agli ulemi; operosissimo, fervente, religioso, eppure non intollerante, a chi l’aizzava a perseguitare i sudditi cristiani mostrava un giardino, reso bello dalla varietà d’alberi e fiori.
Allora apparvero i frutti di quella politica, che all’unità cristiana surrogava l’equilibrio delle nazioni. Perocchè Francesco I per deprimere l’Austria cercò l’alleanza de’ Turchi; e come fanterie dagli Svizzeri, così da quelli si ripromise una flotta sul Mediterraneo e una tremenda diversione sul Danubio: cioè la Francia, antesignana delle crociate contro l’islam, ora dell’islam si faceva introduttrice. In fatto, col pretesto che gli Ungheresi avessero maltrattato l’ambasciadore da lui mandato a riscuoterne il tributo, Solimano portò contro di loro un esercito immenso e trentatremila camelli di munizioni e viveri; assediò in persona Belgrado (1521), e assistito da un artigliere francese, espugnò quel baluardo della cristianità; rimandò gli abitanti ungheresi sulla sinistra del Danubio, i bulgari trasferì a Costantinopoli. Se ne spaventò la divisa Europa, già immaginandolo condotto dai Francesi in Germania; ma per allora egli sospese il colpo onde assalire con trecento vele e centomila uomini di sbarco l’isola di Rodi, scalo a lui necessario fra Costantinopoli e l’Egitto.
Dicemmo (Cap. CXVIII fine) come vi avessero preso stanza i cavalieri di san Giovanni, i quali, non isbigottiti dalle cento bocche di fuoco che fulminavano la fortezza, sotto Villiers de l’Ile-Adam granmaestro (1522) si difesero intrepidamente. Le donne portavano rinfreschi, medicamenti, terra per ristoppar le breccie, sassi da avventare. Quella politica che dagli sbadiglianti seggioloni sentenzia così agevolmente d’inettitudine e di codardia, appone ai Veneziani di non aver difeso l’isola; ma essi poteano rispondere: — Come! i due maggiori potentati della cristianità sciupano le forze e il sangue in gara di spietate ambizioni; e il Cristianissimo è alleato coi Turchi, il Cattolico non risponde che parole alle affannose chiamate del granmaestro: e intanto si pretende tutto da noi, i quali teniamo in Oriente tutte le forze, i mezzi, i guadagni; noi in prima fila esposti alle offese del nemico comune; noi rifiniti dal lungo duello con questo e coi re cristiani, de’ quali nessuno ci tenderebbe una mano nel pericolo?! Siam dunque costretti a rispettare la pace fatta col Turco, stare osservando e far voti». Pure lasciarono che molti, fingendosi disertori, andassero ad unirsi coi cavalieri; e segnatamente il valoroso ingegnere bresciano Gabriele Martinengo[180], venuto da Candia con cinquecento soldati, diresse la difesa, e v’incontrò la morte de’ prodi.
Meglio di centomila Turchi erano periti quando i cavalieri capitolarono, e il granmaestro uscì con cinquemila persone. Errarono qua e là; poi Bernardo Salviati, nipote di Leon X, il quale entrato in quella sacra milizia, colle galee dell’Ordine e della Chiesa aveva tolto Modone ai Turchi, ajutato a prendere Corone, e acquistata bellissima fama di valore, fu deputato a Carlo V (1530) per impetrare come stanza dell’Ordine le isole di Malta, già feudo delle famiglie Chiaramonti e Moncada, con Gozo e Comino che gli appartenevano come a re di Sicilia; rupi aride che non vivrebbero se la Sicilia non vi recasse frumento e neve, diceansi non valer la pergamena su cui ne fu scritta la donazione; ma con ciò l’imperatore metteva un antimurale a Napoli e alla Sicilia, anzi alla libertà de’ mari e agli interessi commerciali di tutta Europa.
I cavalieri faceano omaggio annuo d’un falcone al vicerè: ciascuna delle lingue in cui era diviso l’Ordine, teneva a Malta un albergo dei giovani che venivano a farvi la carovana; e ancora nella varietà della costruzione rivelano il diverso gusto delle nazioni e dei tempi. Alla lingua italiana spettava sempre la dignità di grande ammiraglio, il quale, oltre a tutti i marinaj, comandava anche agli altri soldati qualvolta mancasse il gran maresciallo.