Allora Solimano si ritorse verso il Danubio con centomila uomini e trecento cannoni, e piantò il campo a Mohacz, giovandosi dell’indebolimento in cui le interne scissure precipitavano quel paese dopo la morte del grande Mattia Corvino. Ivi Solimano (1526 29 agosto) riporta vittoria sanguinosissima, dopo la quale difila sopra Buda e la incendia; varca a Pest devastando sino a Raab; e lascia morti in due mesi centomila Ungheresi, sentinelle perdute della cristianità, la quale, per private ambizioni, stavasi indolente al comune pericolo.
Chiamato un tratto dalle sommosse in Asia, bentosto Solimano riconduce cenventimila uomini contro Ferdinando arciduca d’Austria, ch’erasi fatto gridar re dell’Ungheria, e non pensava a difenderla; e preso Buda e Gran, investe Vienna, l’assalta venti volte (1529), ma sempre respinto dalla guarnigione, e mancando d’artiglieria e di viveri, dà la volta, lasciando devastato il paese. Ma raccolti trecentomila guerrieri, eccolo di nuovo sopra l’Austria. Grosso esercito s’adunò allora sotto quell’Anton de Leyva, che tanto aveva giovato alle vittorie in Italia, e seco passarono le Alpi il conte Guido Rangoni, un Martinengo generale di cavalleria, il marchese Alfonso Del Vasto generale della fanteria, Pietro Maria De’ Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Tornielli, Giambattista Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga generale della fanteria leggera, due compagnie di cavalleggeri del duca di Ferrara; e per parte del papa Ippolito Medici, cardinale più voglioso degli sproni che della porpora, con trecento archibugieri, e molta nobiltà italiana. Intanto da Carlo V spedito a fare una diversione per mare, Andrea Doria occupò Corone e Patrasso, e minacciò Costantinopoli; onde Solimano si ritirò menando trentamila contadini prigionieri, e sceso a negoziati (1533), concesse pace perpetua al figliuolo pentito, come chiamava l’arciduca d’Austria.
Ma Luigi Gritti, veneziano a’ servigi della Porta, spedito da Solimano al re d’Ungheria, essendo trascorso ad atti arbitrarj, fin a decapitare il governatore di Transilvania dormente, gli amici di questo insorsero, e uccisero il Gritti. Solimano, occupato in Persia, ne chiedea continuamente soddisfazione; inoltre i bascià turchi, in onta della pace conchiusa, non desistevano di saccheggiare i vicini; di che nascevano baruffe e sangue. Ferdinando se ne lamentò, si lamentò Solimano, e la spada risolse (1534): un grosso d’Ungheresi, Tedeschi, Italiani, guidati da Alessandro Vitelli, entrarono in Ungheria, ma presto furono ridotti incapaci di tener la campagna.
Appena si crederebbe che i Cristiani prendessero sì scarso interesse a tanto pericolo: ma ormai la politica si rimpinzava d’egoismo; e a quell’autorità, che sola bastava a riunire i Cristiani, era portato un fiero assalto, non più per amore di correggerla, ma per astio di diroccarla.
CAPITOLO CXXXIV. Cominciamenti della Riforma religiosa.
Le idee antiche, insinuatesi nella società nuova, giovarono a toglierne le scorie della grossolanità e dell’ignoranza, e affinare la cultura; ma acquistando piede, pretesero modificarne le credenze e più ancora gli atti, ritraendo verso la morale pagana.
All’alito di Dio e sotto le ale del cristianesimo era sbocciata la società moderna; e Dio, unica fonte d’ogni potestà, credeasi aver commesso l’esercizio della temporale non meno che della spirituale al suo vicario in terra; il quale, occupato delle anime e di conservare integro il dogma e pura la morale, aveva affidato una delle due spade all’imperatore[181]; l’imperatore, unto dal Cristo in terra, consideravasi come capo dei re, come rappresentante il potere temporale della Chiesa, in quella grande unità, la quale nell’ordine religioso chiamavasi cattolicismo, e nell’ordine temporale sacro romano impero. Concetto sublime, che sottraeva il mondo all’arbitrio della forza per porlo in tutela delle idee; piantava dominj non per conquista o per nascita, ma per fede ed opinione; preveniva spesso le guerre mediante l’arbitrato supremo, appoggiato alla minaccia delle scomuniche; sempre le rendeva meno micidiali; garantiva i re e i popoli dai mutui attentati col chiamare gli uni e gli altri a render ragione di loro condotta avanti ad un tribunale, inerme, eppure potentissimo, perchè fondato sulla coscienza de’ popoli; e resistendo ai forti non in nome della rivolta, ma della sommessione che si deve a Dio più che agli uomini.
Al sublime divisamento vedemmo quali ostacoli s’attraversassero, sicchè rimasero mal determinati i confini delle due autorità. I papi, per tutelarsi in un’età guerresca e quando ogni potenza derivava dal possesso de’ terreni, dovettero procacciarsi un dominio temporale: ma tristo il guadagno che n’ebbero, avvegnachè li mise più d’una fiata in punto di scambiare per supremazia principesca quel ch’era tutela e arbitramento, affidato dalle coscienze, e fondato in un regno che non è di quaggiù. Di rimpatto gl’imperatori pretendevano dominare sopra i re e far da tutori ai papi più che non fosse compatibile coll’indipendenza de’ primi e colla dignità del padre comune dei fedeli. Di qui la diuturna lite fra il pastorale e la spada, solo temporariamente sospesa mediante transazioni che all’uno e all’altra impedivano di trascendere, ma toglievano di spiegare intera la loro efficacia.
Ai pontefici venne fatto di respingere l’islam dall’Europa e frenarlo in Asia colle crociate; salvare dalle regie libidini l’inviolabilità del matrimonio e la dignità della famiglia; risarcire la sacerdotale disciplina, sdruscita dal contatto e dalla mistura coi signorili interessi qual era portata dalla feudalità: ma non riuscirono a costituire sovra base solida e riconosciuta le relazioni fra Stato e Stato, impediti ch’essi erano dalla gerarchia feudale, dalle comunali oligarchie, dalla consuetudini nordiche dominanti. Così nell’attuazione restava difettivo quel cristianesimo applicato, vivo, onnipossente nella vita, profondamente umano, fautore dell’arte, affettuosamente comunicabile, amico della povertà, dell’obbedienza, della fedeltà, che nel mondo riconosce il governo della Provvidenza, fa gli uomini confidenti gli uni negli altri e in Dio, credendo che il cibo mortale possa convertirsi in pane e vino d’eterna vita.
Intanto restauratasi l’antica cultura, si moltiplicavano le scoperte. Quando annunziavasi che il mondo non consisteva nelle sole tre parti antiche; che in America si trovava una differente vita animale e vegetale, e uomini e civiltà differenti; che la terra gira e il sole sta; che i libri talmudici e la cabala erano ripostigli di profonda scienza; che l’India possedeva una lingua madre delle altre; che il Turco non era più barbaro dell’Austriaco; poteva la mente aquetarsi ne’ misteri? non dovea svegliarsi lo spirito d’esame? colle nuove idee raffittirsi bisogni nuovi? La specie umana, passando al periodo pensante, s’appropriava colla ragione le verità che fin allora avea possedute solo per la fede; nè soltanto dalla Chiesa domandava come meglio servir Dio e gli uomini. Le scienze, disciplinate dagli Scolastici come un esercito in battaglia sotto il comando del verbo di Dio, aveano rotto l’armonioso accordo per tornare all’arida logica o alla visionaria teurgia; poi sbucate dal santuario, dilagavano mediante la stampa; la rinata letteratura attingeva l’educazione ad altre fonti che le cristiane; le arti belle s’ispiravano d’altro che di divozione: ai popoli stretti attorno ai principi scemava il bisogno di domandare agli ecclesiastici regole per gli atti, protezione per gl’interessi; il diritto romano facea vagheggiare la coordinata unità degli antichi, in luogo delle istituzioni paterne, delle franchigie locali, e dell’indipendenza personale introdotte dai Germani. Nuovi istituti sociali aveano trasferita nei governi laici l’importanza suprema; l’ammirazione del bello delle società classiche toglieva pregio al buono delle moderne: alla fede sottentrava il dubbio, questo corrompeva i costumi, e i costumi di ricolpo scassinavano le credenze. Quindi perduti i sentimenti cavallereschi, e non ancora acquistata la posa della ragione; quindi un, se posso dirlo, paganizzamento delle arti, della politica, delle lettere, della moralità, che ai buoni facea desiderare una riforma.