Altre volte dal fondo della corruttela vedemmo cavato il mondo per la forza di Gregorio VII, o per lo zelo e gli esempj dei santi Francesco e Domenico: ma troppo erano mutate le contingenze. La Chiesa, società delle anime legate innanzi a Dio dalle medesime credenze, fu istituita perchè pronunziasse come parola viva tra le disputazioni degli uomini. Questi, che, per la loro natura peccaminosa, sono incapaci di qualificare infallibilmente gli errori, proclamarono la libera discussione: mentre la Chiesa, che rappresenta la natura umana innanzi il peccato, è infallibile, e perciò non soggiace a disputa quel che essa affermi o neghi. Irremovibile nel dogma, essa non isdegnò mai piegarsi alle opportunità dei tempi nell’applicazione e nella disciplina; nessuno de’ solenni suoi comizj tenne senza proporre canoni di emenda; e singolarmente nei due ultimi di Costanza e di Basilea, che furono alla Riforma ciò che l’Assemblea nazionale alla rivoluzione francese, erasi a gran voce domandato di riformar la Chiesa nel capo e nei membri. Vi fossero proceduti con franchezza e con accordo, prevenivano il flagello: ma vennero meno la saviezza pratica degli affari ed il prudente aspettare: una critica indiscreta si pose a rischio di surrogare agli abusi altri peggiori; poi l’apparenza di vittoria addormentò Roma sull’urgenza del rimedio, lasciando che la piaga incancrenisse, e nella religione e nella sua stessa metropoli acquistasse predominio lo spirito secolaresco.

Le chiavi di san Pietro erano desiderate, non perchè schiudono il paradiso, ma perchè d’oro: cardinali, nominati per favore, per condiscendenza a principi, per denaro, non divenivano santi (è l’espressione del Bellarmino) perchè aspiravano ad essere santissimi. Paolo II e Sisto IV fecero elezioni vergognose, per le quali poterono vedersi sulla cattedra di san Pietro Innocenzo VIII e Alessandro VI. Essi cardinali avevano facoltà di porre condizioni nel conclave al futuro pontefice; ma una decretale d’Innocenzo VI dichiarava che nessun giuramento dato prima dell’elezione può restringere l’autorità pontifizia, atteso che, in sede vacante, alla Chiesa non competa altro diritto che di eleggere il successore. Nel conclave succeduto alla morte di Sisto IV i cardinali stesero una costituzione, ma a lor mero vantaggio: non avessero entrata minore di quattromila zecchini; non fossero colpiti da censure o scomuniche o giudizj criminali se non colla sanzione di due terzi del sacro collegio; non passassero il numero di ventiquattro, e un solo potess’essere della famiglia del papa.

Le chiese non si conferivano per merito di scienza ed esemplarità di costumi; la curia romana, che vulgarmente si confonde colla Chiesa, più che ad altro braccheggiava a lucrare dalla vacanza e dalle collazioni de’ benefizj, e moltiplicare le tasse di cancelleria. Il più de’ vescovi procedevano su quell’orme; alcuno rinunziava alla sede, riservandosi la collazione de’ benefizj e certe rendite; altri a denari faceansi nominare dei coadjutori, ch’era uno spediente per trasmettere il vescovado ai così detti nipoti; fin arcidiocesi importantissime, come quella di Milano, lasciavansi in commenda a principi.

Dacchè le prelature furono predestinate ai ricchi e come semplice propina, s’introdusse l’ubiquità, cioè di poter goderne i frutti dovunque si dimorasse, talchè uno poteva essere cardinale d’una chiesa di Roma, vescovo di Cipro, arcivescovo di Glocester, primate di Reims, priore di Polonia, e intanto alla corte del Cristianissimo trattava forse gli affari dell’imperatore. Giovanni de’ Medici, che fu poi Leone X, giovinetto ancora si trovava canonico delle cattedrali di Firenze, di Fiesole, d’Arezzo, rettore di Carmignano, di Giogoli, di San Casciano, di San Giovanni in Valdarno, di San Pier di Casale, di San Marcellino di Cacchiano; priore di Montevarchi, cantore di Sant’Antonio di Firenze, prevosto di Prato, abate di Monte Cassino, di San Giovanni di Passignano, di Miransù in Valdarno, di Santa Maria di Morimondo, di San Martino di Fontedolce, di San Salvatore di Vajano, di San Bartolomeo d’Anghiari, di San Lorenzo di Coltibuono, di Santa Maria di Montepiano, di San Giuliano di Tours, di San Giusto e di San Clemente di Volterra, di Santo Stefano di Bologna, di San Michele d’Arezzo, di Chiaravalle presso Milano, di Pin nel Poitou, della Chaise-Dieu presso Clermont. Il cardinale Innocente Cibo suo nipote tenne contemporaneamente otto vescovadi, quattro arcivescovadi, le legazioni di Romagna e di Bologna, le abbazie di San Vittore a Marsiglia e di Sant’Ovano a Rouen. Il cardinale Ippolito d’Este a sette anni era primate d’Ungheria, poi vescovo di Modena, Novara, Narbona, arcivescovo di Capua e di Milano, la qual ultima dignità rinunziò a un nipote di dieci anni riservandosene l’entrata: e questo nipote fu pure vescovo di Ferrara, amministratore dei vescovadi di Narbona, di Lione, d’Orléans, di Autun, di Morienne, a tacere le infinite badìe. Il patriarcato d’Aquileja stette ne’ Grimani dal 1497 al 1593; il vescovado di Vercelli da forse un secolo poteva dirsi ereditario nelle famiglie Rovere e Ferreria. Giuliano della Rovere, divenendo papa, ne investì il cardinale Ferrerio, benchè già avesse la sede di Bologna e molte ricche badìe. Filippo, figliuolo del duca Lodovico di Savoja, fu eletto vescovo di Ginevra mentre ancor fanciullo, poi fatto maggiore depose l’abito clericale. Così avvenne di Giovan Giorgio Paleologo vescovo di Casale, che nel 1518 cessò d’esser cherico e menò moglie. Nel 1520 Giovan Filippo di Giolea fu eletto vescovo di Tarantasia a quindici anni.

Secondo avviene delle autorità incontrastate, pei diritti negligevansi i doveri. Cadetti di grandi famiglie, allevati nel fasto spensierato, circondati dagli esempj de’ fratelli, puntigliosi sul decoro delle famiglie, digiuni di studj teologici, amanti del ben vivere più che del viver bene, i vescovi abbandonavano il gregge a vicarj spirituali, e per averne miglior mercato preferivano frati mendicanti che nè spendeano in lusso, nè ricevevano mercede. L’alto clero, fra cure secolaresche, a nulla avea l’animo meno che ad istruirsi in quella fede, ch’era suo uffizio supremo il diffondere e tenere immacolata. Gl’inferiori sogliono comporsi sull’esempio de’ capi; e Innocenzo VIII dovette rinnovare la costituzione di Pio II, che ai preti vietava di tener macello, albergo, bettola, casa di giuoco, postribolo, o di far da mezzani per denaro; e se dopo tre ammonizioni non ismettessero, non godrebbero più l’esenzione del fôro[182]. Silingardo vescovo di Modena, dirigendo la Somma di teologia morale al cardinale Morone, diceva «avere nella visita di quella diocesi trovata tanta ignoranza della lingua latina nella maggior parte de’ sacerdoti curati, accompagnata da così poca pratica dell’esercizio della cura delle anime, che verisimilmente si può temere una gran ruina e precipizio del gregge». I tre Stati di Savoja, raccolti a Ciamberì nel febbrajo 1538, faceano istanza al duca perchè fossero frenati e moderati gli ecclesiastici, che trascendono in abiti e pompe mondane, ed esercitano l’usura con gran danno del popolo minuto, e che godono pingui benefizj senza adempirne gli obblighi di limosina e messe[183]. Insomma il sacerdozio consideravasi come uno stato, non una vocazione; le penitenze, lo studio, il predicare rimaneano uffizj de’ frati.

Se non che i monasteri, già centri all’attività del pensiero e delle arti, rilassavansi anch’essi nell’opulenza e in profana gelosia d’un Ordine coll’altro. I frati mendicanti, già ricchi di privilegi, ne ottennero di nuovi da Sisto IV, che nella famosa bolla del 31 agosto 1474, fratescamente qualificata mare magnum, minacciava sin di destituzione i curati che non obbedissero a loro, o li turbassero in qualsifosse modo. Ma i vantaggi che traevano dall’opinione di santità tornarono a danno di questa; e resi mondani, con mille brighe cercavano le dignità, e (dice il cardinale Caraffa) «si veniva ad omicidj non solo con veneno, ma apertamente col coltello e colla spada, per non dire con schioppetti».

Altri frati si trovavano ridotti all’ozio dalla stampa; onde si buttarono sopra quistioni di poca arte e di molti cavilli, facendo schermaglia di sillogismi, e surrogando la teologia al vangelo: la beata Vergine fu concepita anch’essa nel peccato originale? i Monti di pietà sono un’istituzione opportuna, o un’usura riprovata dal vangelo? Domenicani e Francescani si abbaruffarono a lungo su questi e su altri punti. La scarsità di libri facea volgere più volentieri ai compendj, e come per la medicina alla Somma di Taddeo e per la giurisprudenza a quella di Azone, così per la teologia ricorreasi alle Sentenze di Pier Lombardo, alla Somma di san Tommaso e ad altre, prestandovi fiducia illimitata, come avviene delle materie non discusse, e tenendosi dispensati dall’esaminare nè la natura nè i testi. Al Savonarola ancor novizio un frate esemplarissimo e d’eccellenti intenzioni domandava: — Che giova leggere il Testamento vecchio, e qual frutto si ricava da fatti compiuti già tanti secoli?»[184]

Con tale corredo teneano la più parte delle cattedre d’università, e presentavansi sul pulpito con inettitudine a disporre e maneggiare il soggetto, nessuna chiarezza nè unzione, ma continua aridità e tecnica nojosa, mentre la ringentilita letteratura stomacavasi degl’insulsi metodi e delle scolastiche compagini. Il Bembo, chiesto perchè non andasse a sentirli, rispose: — Che ci ho a far io? mai altro non s’ode che garrire il Dottor sottile contro il Dottore angelico, e poi venirsene Aristotele per terzo, e terminare la quistione proposta»[185].

Con pessimo gusto mescolavasi sacro e profano, serio e burlesco, in caccia del nuovo, del bizzarro, del sorprendente, mettendo la forma sopra il fondo, i mezzi sopra lo scopo. Già ne cadde menzione di Gabriele Barletta (tom. VIII, p. 173), e sebbene appartenga al secolo precedente, in questo ebbe ripetute edizioni[186]: applausi prodigavansi a Mariano da Genazzano, a Paolo Attavanti, il quale nella prefazione, si gloria di citare ad ogni piè sospinto Dante e Petrarca: a frà Roberto Caracciolo da Lecce fioccavano e brevi in lode e onorevoli commissioni e mitre e il titolo di nuovo san Paolo. Crisostomo italiano era intitolato il piacentino Cornelio Musso vescovo di Bitonto, per avere sbandite dal pulpito le sottigliezze scolastiche, le declamazioni ridicole, le continue citazioni d’autori profani, onde far luogo a un predicar sodo, devoto, conforme al vangelo; ai cardinali Contarini e Bembo «parea nè filosofo, nè oratore, ma angelo che persuadesse il mondo»; Girolamo Imperiali lo chiama l’Isocrate italiano, e non mancargli nè la robustezza di Demostene, nè l’ubertà di Cicerone, nè la venustà di Curzio, nè la maestà di Livio; gli si dedicarono opere e coniarono medaglie; e più d’ogni elogio vale l’essere a lui affidato il discorso all’aprimento del concilio di Trento. Eppure Ortensio Landi dice che quell’orazione sua era «piena di sottile artifizio, sparsa di retorici colori, come se tempestata fosse di tanti rubini e diamanti; egli vi avea consumati dentro tutti i preziosi unguenti d’Aristotele, d’Ippocrate, di Cicerone, e tutti i savj precetti d’Ermogene». La natura della lode è di per sè significativa, quand’anche non avessimo l’orazione stessa, forse troppo vilipesa dai critici, certo non quale poteva essere ispirata dall’assemblea più augusta che mai si fosse veduta; e talmente la mitologia era incarnata, ch’egli invitava i prelati a rendersi a quel sinodo come i prodi di Grecia al cavallo di Troja.

Altri più volgari frattanto si diffondeano tra il popolo, insegnando errori e superstizioni, e conchiudendo inevitabilmente coll’accattare[187]. Ciascun ordine, ciascun villaggio, ciascuna chiesa aveva un santo speciale, ne’ cui panegirici non si poneva misura fino alle assurdità, per dabbenaggine o per frode moltiplicandone i miracoli, le grazie, le reliquie, e attirandogli un culto, che nei giudizj vulgari facilmente rasentava all’idolatria.