Predicava in Modena il 1532 Francesco da Castrocaro minor osservante, e pubblicò un breve, secondo le forme della curia romana, «dato nel paradiso terrestre, il VI giorno dalla creazione, l’anno eterno del nostro pontificato, confermato e suggellato il giorno di parasceve sul monte Calvario», dove era approvata e confermata d’autorità divina la regola de’ Minori Osservanti[188]. Il Savonarola poi aveva abituato a mescolarvi la politica, e bersagliare anche personaggi altissimi; e tra gli altri frà Callisto piacentino, uno de’ meglio lodati, sermonando a Mantova il 1537 sul testo Seminastis multum et intulistis parum, esclamava: — Povero papa Leone, che s’aveva congregato tante dignitadi, tanti tesori, tanti palazzi, tanti amici, tanti servitori; e a quell’ultimo passaggio del pertuso del sacco, ogni cosa ne cadde fuori, e solo vi rimase frate Mariano, il quale, per essere leggero (ch’egli era buffone) come una festuca, rimase attaccato al sacco; che arrivato quel povero papa al punto di morte, di quanto e’ s’avesse in questo mondo nulla ne rimase, eccetto frate Mariano, che solo l’anima gli raccomandava dicendo, Raccordatevi di Dio, santo padre; e il povero papa in agonia constituto, a meglio che poteva replicando dicea, Dio buono, o Dio buono! e così l’anima rese al suo Signore. Vedi se egli è vero che qui congregat merces, ponit eas in sacculum pertusum».
Quel sentimento così umano, che ci lega a coloro che ne precedettero in quest’esiglio e ci attendono nella patria, era stato consacrato dalla fede, riconoscendo una comunione fra noi militanti e le anime aspettanti, a cui sollievo e le preghiere e le buone opere possiamo applicare. Ma esso pure fu implebeato coll’idea del guadagno, e i suffragi si restrinsero quasi unicamente a messe ed uffizj, che troppo facilmente prendevano aspetto di bottega.
La Chiesa fin da’ suoi esordj, come prescrisse penitenze e mortificazioni, così fece uso della facoltà di rimetterle; sicchè, accanto alla dottrina che insegna venir la salute da Cristo gratuitamente, stette quella della cooperazione dell’uomo, del soddisfacimento penale, e della remissione, parziale o plenaria, secondo le circostanze del penitente. In tempi d’ignoranza le singole pene, che non oltrepassavano mai i trent’anni, formarono talora un cumulo di più secoli; onde essendo impossibile conseguire l’assoluzione in vita, si permise di commutarle e farle eseguire da altri, e massime dai monaci; e poichè la messa ha merito infinito, venne adoperata più che le altre commutazioni. Le indulgenze si rivolsero anche sulle pene postume, volendo che papi e vescovi potessero applicarvi una parte dell’inesauribile tesoro di misericordia, preparato dal sangue di Cristo e dai meriti soprarogatorj de’ santi.
— Che? (diceano gli arguti) stan dunque in mano dei preti le chiavi del purgatorio e del paradiso». Ed essi in fatto qualche volta ne abusarono non solo co’ plenarj giubilei, ma col concedere perdonanze a chi sovvenisse ai bisogni della Chiesa anche temporali. Eravi chi avesse danneggiato altrui, nè potesse risarcirlo? procuravasi l’assoluzione mediante una somma, che parea giustificata dall’uso che se ne faceva. L’Inquisizione avrebbe dovuto punire molti delinquenti, se non si fosse ad essi aperto uno scampo mediante le indulgenze, cambiando il delitto in peccato, il supplizio in penitenze.
La Chiesa dichiarava espresso che le indulgenze mancano d’ogni valore se non congiunte al pentimento: pure gl’ignoranti facilmente cadevano nell’opinione contraria, e la fomentavano coloro che ci viveano sopra. Fatto è che lo spaccio delle bolle d’indulgenze divenne pingue entrata della romana curia, e v’ebbe persone che n’apersero bottega falsificandole: il che tutto e screditava le indulgenze, e ne corrompeva il senso[189]. Il vulgo facilmente recavasi a credere che quel denaro fosse il prezzo della cosa santa; e i questori che mandavansi a riscuoterlo, partecipando d’un tanto per cento al vantaggio, ne magnificavano profanamente la virtù. Qual v’ha mai cosa santa, di cui l’avarizia non abusi?
Che la gramigna delle superstizioni fosse allignata fra il buon grano, troppo avemmo a dirlo, nè occorre ripetere quanto esse operino sopra la condotta. Di vere eresie non sappiamo che alcuna nascesse o si propagasse in Italia[190], dove anche discutendo dell’applicazione, non s’impugnava il principio: ma segno di decadenza dava il crescente rigore del Sant’Uffizio, sebbene, in mancanza d’eretici, perseguitasse maliardi e superstiziosi.
Nessun creda che lo spirito di verità e di santità che dimora colla Chiesa eternamente, non si vedesse glorificato, principalmente da persone appartenenti ad ordini religiosi. Bernardino da Siena, che con mirabili frutti di penitenza predicò per tutta Italia, tra i Francescani introdusse una riforma rigorosa (1444), mandò missionarj in Egitto, in Assiria, in Etiopia, nell’India, dappertutto menava su’ suoi passi la pace e la limosina, e ravvivò lo spirito religioso moltiplicando chiese, conventi, spedali. Consorte alle sante fatiche gli venne Antonio dei marchesi di Roddi vercellese, sollecito in riformar monasteri domenicani. Antonio Pierozzi, priore e riformatore de’ Domenicani e teologo del concilio di Firenze, eletto arcivescovo di questa città, non si rassegnò a tal carica se non quando Cosmo de’ Medici e tutti i Fiorentini si recarono a Fiesole a pregarnelo: conservò nel vescovado la regolarità monastica e la semplicità evangelica; il palazzo, la borsa, i granaj teneva aperti a chiunque; e una mula bastavagli a tutti i servigi: della peste del 1448 spiegò disinteressata carità, come nei tremuoti del 53: colla sventurata e coraggiosa Elena Malatesta fondò il ricovero delle orfane e vedove decadute, e quello degl’incurabili ed altre istituzioni pie che durano ancora, come i provveditori dei poveri vergognosi: e lasciò una Somma teologica di temperate conclusioni, che passa ancora per delle meglio ordinate, e ch’egli stesso compendiò in italiano ad uso de’ confessori; un ristretto di storia fin al 1458, opera di buona fede più che di critica. Al suo segretario che compiangealo di tante cure ond’era oppresso, disse:
Tutti gli affari non ci torranno di godere la pace interna, se nel cuore ci «riserviamo un ritiro, ove poterci stare con noi stessi, e dove gl’impacci del mondo non riescano mai a penetrare»[191].
Il domenicano Matteo Carrieri da Mantova (-1450) fu lodato oratore; ma portenti di maggiori conversioni operò colla preghiera e coll’esempio per tutta Italia, richiamando al cuore famose peccatrici, e coltivando nascenti virtù. Lo zelo di lui fu denunziato come eccessivo al duca di Milano, ed egli dovette scagionarsi del non usar quella che alcuni guardano come unica virtù, la moderazione. Nel tragittarsi da Genova a Savona, catturato da un corsaro e ottenutane la libertà, la esibì a riscatto d’una signora presa anch’essa colla figlia; onde il pirata commosso rilasciò tutti i cattivi. Anche Antonio Neyrot (-1460) di Rivoli domenicano, nel tragittarsi a Napoli fu côlto da un corsaro e condotto a Tunisi; quivi non reggendo ai tormenti, rinnegò; ma ben presto ravvedutosi, meritò il martirio, e il corpo suo fu da mercanti genovesi restituito in patria e illustrato da miracoli.
Costante da Fabiano dell’Ordine stesso, allievo del beato Corradino da Brescia e di sant’Antonino, si divise fra lo studio, la preghiera e le macerazioni, e già vivo ottenne un culto, che poi fu riconosciuto. Bernardo da Scammaca di Catania da’ disordini giovanili ridottosi a pietà e vestito domenicano, si diede ad assistere a tutte le necessità altrui, mentre attendeva alla propria santificazione. Giovanni Licci da Palermo edificò i Domenicani in centoquindici anni di vita. Sebastiano de’ Maggi di Brescia alle lodi di letterato rinunziò per attendere alla conversione de’ peccatori ed al rappacificamento de’ nemici, massime a Genova, ove morì nel 1494.