Tra i Francescani Giacomo delle Marche di Mombrandone si ridusse a rigorosissimo tenor di vita; predicando a Milano, colse tai frutti, che il popolo il voleva arcivescovo, ma egli fuggì; con Giovanni da Capistrano girò la Germania, la Boemia, l’Ungheria apostolando e sollecitando contro i Turchi. Antonio da Stroconio nell’Umbria; Pacifico da Ceredano nel Novarese, autore di una Somma pontificale; Giacomo d’Illiria, frate a Conversano e a Biceto presso Bari; Pier da Moliano, compagno poi successore a Giacomo delle Marche; Angelo da Chivasso, riverito principalmente a Cuneo; Vincenzo d’Aquila dedito a stupende austerità, sono appena alcuni dei tanti onde quell’Ordine s’ingloriò.
Bernardino Tomitano da Feltre (-1494), quantunque scarso della persona, allettava il popolo coll’eloquenza e colla virtù, e col raccogliere i gemiti delle vedove e de’ pupilli. I Monti di pietà, allora appena introdotti da un Barnaba francescano a Perugia, furono da Bernardino difesi e propagati, salvando così dagli usuraj, che, per esempio, a Parma teneano ventidue banchi ove prestavano sin al venti per cento.
Le Calabrie ci presentano il loro Francesco di Paola (-1508), che istituì l’ordine de’ Minimi, affinchè coll’esempio correggessero la rilassatezza de’ Cristiani nel digiuno e nelle altre pie pratiche; assunse per divisa la parola carità; non tacque il vero ai regnanti di Napoli; quando Luigi XI di Francia mandò a pregarlo andasse a lui malato, non obbedì che al comando del papa, poi ad esso Luigi annunziò che la vita dei re sta come le altre in man di Dio, e a questo si preparasse a renderla. Colà lo chiamavano il buon uomo, e tal nome rimase a’ suoi frati, e ad un pero di cui egli avea portato l’innesto.
Il beato Antonio da Méndola fu agostiniano; come il beato Andrea di Monreale presso Rieti, che per cinquant’anni predicò in Italia e Francia. E tutti gli Ordini, a chi cercasse, offrirebbero personaggi illustri per virtù o per scienza.
Fra le donne ricordiamo Francesca di Busso romana, che sposata a Lorenzo de’ Ponzani a dodici anni, fu esempio di quelle matrone, massime nei patimenti dell’invasione di re Ladislao e della peste; per trent’anni servì ai malati negli ospedali senza negligere le cure domestiche; infine istituì la regola delle Oblate. Caterina da Pallanza, udendo a Milano il beato Alberto da Sarzana predicar la passione di Cristo, a questo dedicò la sua verginità, e con altre fanciulle si raccolse sul monte di Varese, modelli di ascetica perfezione. Veronica, di poveri parenti milanesi, costretta al lavoro continuo anche dopo entrata agostiniana, la notte imparava da sè a leggere e scrivere, e fu da Dio graziata d’insigni favori. Caterina dei Fiesco di Genova, il cui padre fu vicerè di Napoli, dai teneri anni si dedicò alla più austera pietà; costretta sposare un Adorno, qual pegno di riconciliazione fra le due emule famiglie, nei dieci anni di matrimonio ebbe esercizio di continua pazienza, finchè le riuscì di convertire il marito; servì i poveri nello spedale, e nelle pesti del 1497 e del 1501; irrigidì all’estremo le astinenze, consolata da superne illustrazioni; e lasciò opere, che per elevatezza e fervore emulano quelle della sua contemporanea santa Teresa.
Aggiungiamo Luigia d’Albertone romana, Caterina Mattei di Racconigi, Maddalena Panatieri di Trino, Caterina da Bologna che scrisse delle Sette armi spirituali, la carmelitana Giovanna Scopello di Reggio; Serafina figlia di Guid’Antonio conte d’Urbino, e moglie malarrivata di Alessandro Sforza signore di Pesaro; Eustochia dei signori di Calafato a Messina, fondatrice del Monte delle Vergini; Margherita di Ravenna, provata da Dio con dolorose infermità, fondatrice della confraternita del Buon Gesù; Stefania Quinzani d’Orzinovi, salita in tal fama di santità che le città se l’invidiavano, e il senato veneto e il duca di Mantova e quel di Milano le chiedevano direzione, e con limosine eresse un monastero a Soncino; Margherita di Savoja, vedova del marchese di Monferrato, che offertole da Cristo d’essere provata colla calunnia o la malattia o la persecuzione, tolse di subirle tutte.
Ma la pietà di questi e d’altri, che diremo e che ometteremo, non bastava a quella riforma che avrebbe dovuto venire dall’alto. All’autorità dei pontefici, reggitrice del mondo per tutto il medioevo, erasi già prima avventato qualche ardito, come Arnaldo da Brescia e i Patarini; ma la critica rimaneva soffocata sotto l’universale consenso. Però l’opinione, fondamento del potere papale, avea ricevuto un grave crollo dalle contese con Filippo il Bello e cogli altri re, dove a vicenda eransi rivelate le debolezze di ciascuno; nell’esiglio d’Avignone i successori di Innocenzo III parvero ridursi in vassallaggio di principi; e persone pie, e massime gl’Italiani, considerandoli come disertori dall’ovile, non si faceano coscienza di rimproverarli con un’acrimonia che proveniva da riverenza al grado, ma scemava quella alla persona. Ne derivò lo scisma occidentale, in cui per quarant’anni si stette esitanti sulla promessa perpetuità della Chiesa. La quale, invece di concordare i principj com’è suo uffizio, sparpagliò zizzania; papi emuli si maledissero l’un l’altro; i vescovi eletti dall’uno impugnavano l’autorità degli eletti dall’altro, e tutti ebbero bisogno del braccio principesco per sostenere e la verità e l’errore; i concilj di Basilea e di Costanza proclamandosi superiori al pontefice, rinnegavano nella Chiesa la monarchia quando appunto veniva compaginata negli ordini civili. I re, aspiranti a concentrare in sè la potenza, allora colsero quel destro, e reluttando alle antiche prerogative di Roma, dissero: — Noi conosciamo e sappiamo fare il bene meglio della Chiesa; noi non dobbiamo dipendere da nessuno; nessuno vi dev’essere nei nostri Stati, che da noi non dipenda».
Nella comune propensione di quel secolo a convalidare i principati sulle rovine delle repubbliche e dei Comuni, anche i papi procacciarono più solertemente negl’interessi temporali, o s’affissero a dare opulenza e stato alle proprie famiglie, da un lato accarezzando i potenti per averli cospiranti ai loro concetti, dall’altro spremendo i deboli. Per questo e per rinvigorire il loro principato terreno a scapito dei signorotti della Romagna che n’erano catene, annasparono una politica non immune di violenze e di frodi. Nella congiura de’ Pazzi vedemmo prelati cospirare per un assassinio in chiesa, e il popolo per vendetta impiccar fino un arcivescovo: prova di deperita religiosità ancor più della violenta diatriba, in quell’occasione avventata a Sisto IV, credesi, da Gentile de’ Becchi vescovo d’Urbino.
Viene poi Alessandro VI: e se come uomo rimase tipo d’una ancor più romanzesca che storica infamia, come papa diede savie costituzioni; colla sì ingiustamente beffata delimitazione prevenne i conflitti della Spagna e del Portogallo nel Nuovo mondo; i contemporanei s’accordano a lodarlo d’aver tarpate le minute tirannidi; e molti confessano, come fu detto di Tiberio, che in lui andavano pari i vizj e le virtù. Dove non veglino i tirannici ordinamenti che la cristianità sconosce, neppur l’inettitudine o la malvagità d’un capo abolisce la bontà delle istituzioni e la consistenza degli intenti.
Ormai però nel papa ricercavasi più il capo dello Stato che quello della Chiesa; e Giulio II fu tutto spiriti guerreschi quanto un vescovo del Mille; ricevuto il paese in tale scompiglio, che fin per Roma si battagliava, seppe ordinarlo, rimise al freno i baroni, e sarebbe a dirsi un eroe se l’armadura e la fierezza non disconvenissero al successore del pacifico pescator di Galileo. Senza violenza procacciatole il possesso d’Urbino, pose ogni cura a rendere robusta la Chiesa; non fece cardinali di case ricche: ma quando tu il vedi obbligato ad accampare egli stesso sotto al tiro del cannone, comprendi d’essere in un’età in cui i re credevano ancora a Dio, non più al papa; troppo differenti da quando una parola di Gregorio VII bastava a trarli umiliati dal cuore della Sassonia, a baciare scalzi il suo piede nel castello di Canossa.