Leone X s’attaccò a spegnere le reliquie degli Ussiti in Boemia, diffondere il cattolicismo tra i Russi e gli Abissini, fondar chiese in America; ovvio lo scisma minacciato dal sinodo di Pisa; abolì la prammatica sanzione in Francia; il lungo e indecoroso litigio sui Monti di pietà terminò dichiarando non vedervi nulla d’illecito e usurario; e insinuava concordia a’ principi cristiani per opporli ai Turchi. Sobrio sempre, trascendeva i rigori ecclesiastici nei giorni di digiuno, e introdusse la commovente liturgia della settimana santa a Roma. Con limpida integrità conferiva i benefizj, raccomandando a’ suoi favoriti non gli facessero conceder grazie di cui dovesse pentire e vergognare, e piuttosto ai supplicanti soddisfaceva colla propria borsa. Ma d’altra parte le dignità ecclesiastiche non distribuiva come un premio d’insigne zelo o d’esemplare bontà, ma spesso dell’ingegno, comunque applicato; nè mai sì chiaro apparve come lo spirito gentilesco fosse penetrato fin nella corte pontifizia.

Rampollo di casa dov’erano ereditarie la magnificenza e il patronato delle belle arti, papa sul fiore degli anni, colto, amabile, agogna le voluttà dello spirito, e di vedersi attorno faccie contente, e che tutti abbiano ad acclamare la beatitudine del suo tempo. Ora fa musica, ed egli accompagna a mezza voce le arie; sconcerta il suo cerimoniere uscendo senza rocchetto e talvolta fino in stivali; Viterbo e Corneto lo vedono a cavallo cacciar per giornate intere, pescare a Bolsena; fa recitare le commedie del Machiavelli e del Bibiena, e ogni anno chiama da Siena la compagnia comica dei Rozzi; bacia l’Ariosto; minaccia di scomunica chi ristampasse Tacito o l’Orlando Furioso, di cui accetta la dedica, come dell’Itinerario di Rutilio Numaziano, uno degli ultimi pagani accanniti contro il nascente cristianesimo; aggradisce le annotazioni d’Erasmo al Testamento Nuovo, che poi furono messe all’Indice; e la dedica del libro di Hutten sulla donazione di Costantino, dal quale Lutero disse aver attinto tutto il suo coraggio; e diede ad Aldo Manuzio il privilegio per la stampa delle costui Epistolæ obscurorum virorum.

Convivi abituali teneva un figlio del Poggio, un cavaliere Brandini, un frà Mariano, tutti buontemponi che inventavano celie e piatti bizzarri, e che soffrivano qualunque tiro dal papa e da’ suoi. A un de’ Nobili fiorentino, detto il Moro, «gran buffone e ghiotto e mangiatore più che tutti gli altri uomini, per questo suo mangiare e cicalare avea dato d’entrate d’uffizj per ducento scudi l’anno» (Cambi). Sopra cena tratteneva sei o sette cardinali dei più intimi, coi quali giocava alle carte, e guadagnasse o perdesse, gettava manciate di zecchini sugli spettatori. Le lettere non rispetta come matrone, ma accarezza come bagasce: se vede alcuno preso da vanità, esso gliela gonfia con onori e dimostrazioni, finchè divenga il balocco universale; come avvenne col Tarascon suo vecchio secretario, cui fece persuaso fosse improvvisamente divenuto gran dotto in musica, onde si pose a stabilire teorie stravaganti, e diventò matto. Altre beffe faceva a Giovanni Gazoldo, a Girolamo Britonio poeti, all’ultimo de’ quali fece applicare solennemente la bastonata per aver fatto de’ versi cattivi. Camillo Querno improvvisatore, gran beone, gran mangiatore, che gli si era presentato col poema dell’Alessiade di ventimila versi, e di sue lepidezze gli ricreava le mense, fu da lui dichiarato arcipoeta. Il Baraballo abate di Gaeta a forza di encomj fu indotto a credersi un nuovo Petrarca, e Leone volle incoronarlo; e fattolo mettere s’un elefante donato da Emanuele di Portogallo, con la toga palmata e il laticlavio de’ trionfanti, lo mandò per Roma, tutta in festa e parati, e non guardossi a spese acciocchè il poetastro salisse in Campidoglio ad onori che l’Ariosto non ottenne.

Questi e simili spassi del papa sono descritti da Paolo Giovio con un’ilarità, che anch’essa è caratteristica in un vescovo; com’è notevole la conchiusione a cui riesce, cioè ch’essi sono degni di principe nobile e ben creato, sebbene gli austeri le disapprovino in un papa[192]. Anche Rabelais francese, frate adoratore della divina bottiglia, e che domandava di professare sopra l’ubriachezza lucida, passato a Roma, facea rider di sè papa e cardinali, mentre raccoglieva onde rider di loro nel suo Pantagruele, libro stranamente audace, dove non la perdona tampoco a Cristo.

Buon signore ma papa e principe riprovevole, Leone si avventurò ad una politica di capriccio, senza concetti elevati, e come un nuovo ricco sprecò nella pace i tesori accumulati da Giulio II in mezzo alle guerre, ne cercò di nuovi col vendere indulgenze, o coll’imporre tasse gravose; impegnò le gioje di san Pietro; nominò trentun cardinali a un tratto, fra cui due figli delle sue sorelle Orsini e Colonna, mentre da un pezzo si avea cura di non crescere con dignità il potere di quelle famiglie; inventò tante cariche da vendere, che a quarantamila zecchini aumentò le spese annue della Chiesa; e tutto avea consumato quando morì.

Qual meraviglia se tutta la Corte sua paganeggiava? Si traeva ad ammirar sugli altari del Vaticano pitturate le amasie de’ pittori, e le belle di divulgata cortesia nella Vergine della casta dilezione. Alessandro VI fu dipinto dal Pinturicchio in Vaticano sotto forma d’un re magio, prostrato avanti una madonna ch’era la Giulia Farnese. Ligorio, nella villa Pia dei papi eretta per ricreazione, si mostrò gentilesco non solo nella costruzione, ma nelle scene e nelle figure. Tiziano ritrasse la regina Cornaro in S. Caterina; il Pordenone fece Alfonso I di Ferrara inginocchiato davanti a santa Giustina, la quale era Laura Dianti, druda di lui. Nell’adorazione dei Magi spesso si ritrassero i Medici, per aver pretesto di porvi in testa quella corona a cui aspiravano. Nella sacristia di Siena si ammiravano le tre Grazie ignude; e ignudi abbondavano sull’austera maestà delle tombe principesche, e fin nelle cappelle pontifizie. A Isotta, amasia poi moglie di Pandolfo Malatesta signore di Rimini, fu su medaglie e sul sepolcro dato il titolo di diva; e Carlo Pinti nell’epitafio di essa la dichiarava «onor e gloria delle concubine». In un sepolcro di San Daniele di Venezia leggeasi Fata vicit impia; e Paolo Giovio assunse per divisa, Fato prudentia minor. All’esaltazione di Alessandro VI le iscrizioni alludevano sempre al nome eroico:

Cæsare magna fuit, nane Roma est maxima: sextus
Regnat Alexander, ille vir, iste Deus;

e un’altra:

Scit venisse suum patria grata Jovem.

Per Leone X si fece quest’epigramma: