Olim habuit Cypris sua tempora, tempora Mavors
Olim habuit; sua nunc tempora Pallas habet.
Marsilio Ficino provava la divinità di Cristo dall’esser egli stato predetto da Platone, dalle Sibille, da Virgilio, e dall’avere gli Dei molto benignamente testificato di lui (Sulla religione cristiana): e loda Giovanni Medici con queste parole: Est homo Florentiæ missus a Deo, cui nomen est Joannes. Hic venit ut de summa patris sui Laurentii apud omnes auctoritate testimonium perhibeat; e da Plotino fa dire sopra Platone: Hic est filius meus dilectus, in quo mihi undique placeo: ipsum audite[193]. Leone X eccitava Francesco I contro i Turchi per Deos atque homines. V’è chi chiama Olimpo il paradiso, Erebo l’inferno, manes pios le anime de’ giusti, lectisternia le maggiori solennità, arciflamini i vescovi, infula romulea la tiara, senatus Latii il sacro concistoro, sacra Deorum la messa, simulacra sancta Deorum le immagini dei santi. L’eloquenza sacra toglieva non solo le forme, ma e le autorità e gli esempj dai classici.
Il Sadoleto, uno dei più pii di quel secolo, dirige una consolatoria a Giovan Camerario per la perdita di sua madre, tutta vertente sulla intrepidezza e la magnanimità pagana, senza pur toccare agli argomenti ben più efficaci della religione. Il Sannazaro invoca le muse per cantare il parto della Vergine, ma senza mai nominare Jesus perchè non latino; perchè non è latino propheta, fa che Proteo vaticini al Giordano la venuta di Cristo; chiama Maria spes fida Deorum: l’angelo Gabriele la trova intenta a leggere le sibille (illi veteres de more sibyllæ in manibus): e quand’ella assente, le ombre de’ patriarchi esultano quod tristia linquant Tartara, et erectis fugiant Acheronta tenebris, Immanemque ululatum tergemini canis. Il dotto e santo vescovo Vida nella Poetica non parla che di Muse e Febo e Parnaso, come i classici di cui raccozzava gli emistichj, e ai quali, principalmente a Virgilio, prestava un culto da Dio: fa un poema sul giuoco degli scacchi, ove alle nozze dell’Oceano colla Terra gareggiano Apollo e Mercurio: nella Cristiade poi applica a Dio padre tutti i nomi di Giove (Regnator Olympi, Superum pater nimbipotens), il Figlio è un eroe (heros)[194]; Gorgone, Erinni, Arpie, Idre, Centauri, Chimere spingono gli Ebrei al deicidio: alla cena vien consacrato della Cerere sincera: sulla croce è porto al morente tristo umor di Bacco (sinceram Cerem: corrupti pocula Bacchi). Nei funerali di Guidobaldo da Montefeltro l’Odasio recitò nel duomo d’Urbino l’orazione, dicendo che coi sacramenti amministratigli dal vescovo di Fossombrone aveva placati gli Dei superi e i mani (deos ille superos et manes placavit), e più d’una volta esclama agli Dei immortali. Le allusioni gentilesche del Bembo strisciano all’empietà: fa Leon X assunto al pontificato per decreto degli Dei immortali; parla dei doni alla dea lauretana, dello zefiro celeste, del collegio degli auguri, cioè quello dei cardinali; chiama persuasionem la fede, la scomunica aqua et igni interdictionem; fa dal veneto senato esortare il papa uti fidat diis immortalibus, quorum vices in terra gerit; e così litare diis manibus è la messa dei morti; un moribondo s’affrettò deos superos manesque placare; san Francesco in numerum deorum receptus est. Ne’ versi poi anteponeva il piacere di veder la sua donna a quello degli eletti in cielo[195]; negli Asolani conforta i giovani ad amare; e al cardinale Sadoleto scriveva: — Non leggete le epistole di san Paolo, chè quel barbaro stile non vi corrompa il gusto; lasciate da canto coteste baje, indegne d’uom grave»[196]. Nell’epitafio pel famoso letterato Filippo Beroaldo egli ne loda la pietà, per la quale suppone che canti in cielo[197]; eppure i costui versi ostentano gli amori colla famosa Imperia, e con un’Albina, una Lucia, una Bona, una Violetta, una Glicera, una Cesarina, una Merimma, una Giulia, le quali appaja a quella cortigiana; eppure era prelato.
Il cardinale Bibiena si fece fabbricare sul Vaticano una villa, di voluttuose ninfe dipinta da Rafaello; sovrantendeva alla parte splendida della corte di Leone X, dirigeva i carnasciali e le mascherate; persuase il papa a far rappresentare la Mandragora del Machiavelli e la propria Calandra, le cui scene da postribolo fecero ridere Leone che v’assisteva in palco distinto, e Isabella d’Este e le più eleganti dame d’Italia. Chi pari a lui per indurre alle pazzie i meglio assennati?[198] Si congratulava che Giuliano dei Medici menasse a Roma la principessa sua moglie, e «la città tutta dice, — Or lodato sia Dio, che qui non mancava se non una corte di madonne, e questa signora ce ne terrà una, e farà la croce romana perfetta»[199]. Accanto a loro monsignor della Casa componeva capitoli di trascendente lubricità, e domandava il cappel rosso non per le virtù proprie, ma «in mercè delle perpetua fede e della sincera ed unica servitù che avea sempre dimostrata ai Farnesi». E questi, e il Bembo, e il cardinale Ippolito d’Este, e tropp’altri ostentavano figliuoli.
Che la forma non alteri le idee, rado avviene; e il ravvivato splendore dell’antichità abbagliava per modo, da non lasciar più vedere il cristianesimo. Il Guicciardini, il Paruta, il Machiavelli, il quale credeva all’astrologia e non a Cristo, sanno ammirare unicamente la civiltà anteriore al cristianesimo; Marsilio Ficino accende una lampada al busto di Platone. Più avanti si procedeva, e le due opposte scuole de’ Platonici e degli Aristotelici s’accordavano nell’osteggiare o almeno mettere da banda la religione, e in nome della filosofia sostenevano chi la mortalità dell’anima, chi l’unità dell’intelligenza, chi l’ispirazione individuale; men tosto eretici che pagani; non combattendo l’evangelica predicazione, ma affettando che mai non fosse sonata.
Primo sintomo n’era la smisurata superbia, ciascun di quei dotti credendo suprema la propria scienza, come il viaggiatore crede il più eccelso il vertice del monte ove a stento si arrampicò. De’ filosofi, alcuni stavano fedeli ad Aristotele, meglio conosciuto dacchè studiavasi il greco; Leonico Tomeo veneziano ne impresse una traduzione, molti attesero a interpretarlo, altri a rammodernarlo mescolandovi un poco d’arabo, di scolastico, di platonico, di cristiano, sì da formarne un bastardume indicifrabile, ma anche sterile. L’arabo Averroe, il più vantato suo commentatore, il quale sosteneva l’unità e l’immortalità delle anime e Dio essere il mondo, era stato da Pietro d’Abano introdotto nell’Università di Padova, ove pose radici (t. VIII, p. 156): Gaetano Tiene assodò colà, Nicolò Vernia diffuse ad altre terre l’insegnamento dell’unità dell’intelletto, la quale al fine del Quattrocento regnava nelle scuole venete, come il platonismo[200] nelle toscane: Regiomontano dava lezioni pubbliche a Padova sopra Al-Fargani, e bene avanti nel secolo XVII durò colà quel realismo razionalista, sotto il quale ammantavasi il pensare indipendente.
Francesco Patrizio illirico, che presunse fondare una filosofia nuova, esortava il papa a sbandire Aristotele come repugnante al cristianesimo, mentre in quarantatre punti vi aderiva Platone. E a Platone prestava culto Marsilio Ficino quanto a Cristo, vi trovava l’intuizione de’ misteri più profondi, il Critone considerava come un secondo vangelo caduto dal cielo; ma Michele Mercato, un de’ suoi più diletti scolari, non sapea torsi i dubbj sull’immortalità dell’anima. Ed ecco una mattina costui è svegliato dal correre d’un cavallo e da una voce che il chiama a nome; s’affaccia, e il cavaliero gli grida: — Mercato, è vero». Egli avea pattuito col Ficino che, qual dei due morisse prima, darebbe certezza all’altro delle cose d’oltre tomba; e Ficino era appunto spirato in quell’istante.
Pietro Pomponazzi mantovano, cattivo filologo e debole logico, ma arguto e vivace parlatore, tormentato dai dolori di Prometeo nell’incertezza del vero, e nell’accorgersi che la ricerca di questo rende beffati dal vulgo, perseguitati dagl’inquisitori[201], dubita fin della Provvidenza e dell’individualità dell’anima; promuove discussioni, senza riguardo ai dogmi nè alla disciplina; schiera le argomentazioni più speciose a provare che colla ragione non può dimostrarsi l’immortalità dell’anima nè il libero arbitrio; fa inventate dagli uomini le idee morali e le postume retribuzioni[202]. Sulla predestinazione erano allora comunemente accettate le decisioni di san Tommaso, e il Pomponazzi non esita a contraddirlo, e — Se fosse vero (dice) quel che molti Domenicani asseriscono, che quel santo avesse ricevuto realmente e davanti molti testimonj tutta la sua dottrina filosofica da Gesù Cristo, non oserei porre dubbio su veruna delle sue asserzioni, per quanto mi sappiano di false e impossibili, e ch’io vi veda illusioni e decezioni piuttosto che soluzioni: perocchè, come dice Platone, è empietà il non credere agli Dei o ai figli degli Dei quand’anche sembrino rivelar cose impossibili. Vero però o no che sia il racconto, io citerò di lui su tal soggetto cose che ispirano gravi dubbj, de’ quali e dagl’infiniti uomini illustri della sua setta attendo la risoluzione».
Vedete bel modo d’accettare la tradizione religiosa! E nel trattato delle Incantagioni professa tenersi alla natura qualvolta i ragionamenti bastano a dar ragione di fenomeni per quanto straordinarj; e spiega moltissimi avvenimenti prodigiosi e miracoli, lasciando a parte quei del vangelo. Ricorre anche alla teurgia, alla quale arrivavano gli Aristotelici ragionando, come i Platonici contemplando, mercè degli studj orientali e della cabala, che derivava dalla parole di Ormus e precedeva quella di Hegel. Secondo il Pomponazzi, ogni cosa è concatenata in natura, onde i rivolgimenti degli imperi e delle religioni dipendono da quelli degli astri; i taumaturghi sono fisici squisiti, che prevedono i portenti naturali e le occulte rispondenze del cielo colla terra, e profittano dei momenti in cui le leggi ordinarie sono sospese per fondare nuove credenze; cessata l’influenza, cessano i prodigi, le religioni decadono, e non lascerebbero che l’incredulità, se nuove costellazioni non conducessero prodigi e taumaturghi nuovi.