L’opera sua fu bruciata pubblicamente a Venezia; tolta a confutare da Alessandro Achillini averroista scolastico e da altri; eppure alla Corte di papa Leone la difese il Cardinale Bembo e le continue proteste di sommessione e la condotta intemerata salvarono dalla persecuzione l’autore, il quale seguitò a professare sicuramente a Bologna, dopo morte fu onorato d’una statua, e deposto nella sepoltura d’un cardinale. Non piccolo effetto esercitò egli sul suo tempo; e qualora un professore cominciasse le solite dissertazioni, i giovani interrompevano gridando: — Parlateci delle anime», per conoscere subito il suo modo di vedere nelle quistioni fondamentali.
Facilmente da noi ogni sentimento divien passione, e gli scrittori contemporanei ci sono prova che quei pensamenti non erano un fatto isolato; certo vi aderirono Simone Porta, Lazzaro Bonamico, Giulio Cesare Scaligero, Giacomo Zabarella, Simone Porzio, la cui opera sull’anima è detta dal Gessner «più degna d’un porco che d’un uomo», eppure non gli partorì disturbi. Andrea Cesalpino, illustre naturalista, fa nascere le cose spontaneamente dalla putredine, mediante il più intenso calore celeste. Galeotto Marzio di Narni, nelle dissertazioni di filosofia avendo posto che, chi vive secondo i lumi della ragione e della legge naturale otterrà l’eterna salute, fu côlto dall’Inquisizione a Venezia, e s’un palco colla mitera di carta dipinta a diavoli, obbligato a ritrattarsi. Non ebbe maggior castigo in grazia della protezione di Sisto IV ch’era suo allievo; e ritiratosi in Ungheria, dove fu bibliotecario e educatore del figlio di Mattia Corvino, ne uscì per seguitare Carlo VIII in Italia, dove cascando di cavallo, si ruppe la persona. Nell’inedito suo libro De incognitis vulgo i dogmi nostri confronta con quelli de’ pagani, nell’evidente intenzione di mostrare che non sono meno credibili questi che quelli.
Mattia Palmieri, nella Città della vita, poema inedito, proclama la trasmigrazione delle anime, e nella orazione funebre recitatagli in chiesa, Alamanno Rinuccini mostrava deposto sul cadavere di lui quel libro, dove cantava come l’anima, sciolta dalla terrena soma, per varj luoghi girava, finchè giungesse alla superna patria.
Agostino Nifo (De intellectu) sosteneva non esistere che un’anima ed un’intelligenza, sparsa in tutto l’universo, che vivifica e modifica gli esseri a sua voglia; pure Pietro Barozzi, vescovo di Padova, lo campò dalle minaccie, e Leon X il favorì, e pagollo perchè confutasse il Pomponazzi. Speron Speroni, a Pio IV che gli diceva, — Corre voce in Roma che voi crediate assai poco», rispose: — Ho dunque guadagnato col venirci da Padova, ove dicono che non credo nulla»; e poco prima di morire esclamò: — Fra mezz’ora sarò chiarito se l’anima sia peribile o immortale»[203]. Cesare Cremonino da Cento, professore a Ferrara e a Padova, troncava in modo risoluto e antifilosofico l’accordo tra la fede e la filosofia col dire: Intus ut libet, foris ut moris; e morto ottagenario dalla peste, anche dal sepolcro (almen lo dissero) volle protestare contro l’immortalità, mediante l’epitafio Hic jacet Cremoninus totus. Quando Erasmo da Rotterdam, il maggior erudito e forse il più franco pensatore fra i Tedeschi, fu a Roma, alcuno volle provargli non correre divario tra le anime degli uomini e delle bestie; e «non pareva fosse gentiluomo e buon cortigiano colui che de’ dogmi non aveva qualche opinione erronea ed eretica»[204].
Ecco perchè Leon X proibì d’insegnare Aristotele nelle scuole, e nel concilio Lateranese V ordinò di smettere la distinzione che faceasi delle opinioni, false secondo la fede, e vere secondo la ragione, ed esser eretico chi insegnasse una sola esser l’anima razionale, partecipata a tutti gli uomini, mentre invece è la forma dei corpi moltiplicata a norma di quelli; e ingiunse che gli ecclesiastici studenti nelle Università non si applicassero più di cinque anni alla filosofia o alla poesia, senza unirvi la teologia e il diritto pontifizio.
Giovanni Pico della Mirandola a ventiquattr’anni mandava per Europa una sfida a sostenere novecento tesi, dialettiche, morali, fisiche, ecc., quattrocento delle quali avea dedotte da filosofi egizj, caldaici, arabi, alessandrini, latini[205], e le altre avevano opinioni sue, dichiarando sottomettersi alle decisioni del papa. E il papa le proibì. Ricco signore, innamorato degli studj, caro al magnifico Lorenzo, dai dotti della costui Corte aveva attinto quel misto di cabala, gnosticismo, neoplatonismo, giudaismo, che univasi colla letteratura gentilesca, col filosofare di Aristotele, d’Epicuro, d’Averroe, per gettare gli spiriti nel dubbio e in quel che ora intitoleremmo razionalismo. E a questo era giunto Pico, sebbene professasse rispetto per la santa Sede, e avesse mostrato le sue tesi a teologi provati; ma tredici principalmente furono dal pontefice disapprovate, dopo maturo esame. Le difese egli in un’apologia, poi le sostenne di nuovo nell’Heptaplus de septiformi sex dierum geneseos enarratione, nel De Ente et Uno, opere scolastiche, dal cui gergo non è così agevole il trarre un chiaro concetto. Riducesi però a mettere d’accordo Platone e Aristotele, e la teologia pagana colla mosaica e cristiana: aver Cristo confidato arcanamente alcune verità a discepoli suoi, tramandate a voce, il conoscere le quali è «fondamento grandissimo della fede nostra», e non vi si giunge che per mezzo della cabala, dalla quale per es. si impara perchè Cristo dicesse d’esistere prima d’Abramo, perchè dopo di sè mandasse il Paracleto, perchè venisse egli coll’acqua del battesimo, e lo Spirito Santo col fuoco. Vantavasi d’aver egli primo in Italia reso ragione dell’aritmetica teologica di Pitagora; l’unità numerica fondarsi sull’unità metafisica, la quale è al dissopra dell’ente. Fidato nella cabalistica, interpreta liberamente Mosè, che a prima vista sembra grossolano, attesa la legge degli antichi savj di velar le cose sublimi: altrettanto fece Cristo parlando per parabola al vulgo; e perciò san Giovanni, il meglio istrutto negli arcani, non scrisse che tardissimo, e san Paolo ricusava il vital nutrimento ai Corintj, ancora carnali, e Dionigi areopagita esortava a non mettere in carta i dogmi più reconditi. Egli dunque, spiegando il genesi, anche dove non s’abbandona alla fantasia, lo tratta come un mito, che riconosce in fondo a tutte le religioni antiche; la qual conciliazione tenta pure pei misteri cristiani, che rintraccia nella parte recondita delle filosofie.
Ognun vede sin dove avesse a portare un tale eclettismo, molto divulgato alla Corte de’ Medici, e per nulla attenuato dalle ripetute proteste di soggezione alla Chiesa, mentre alla Chiesa volea sostituirsi nella definizione del dogma. E a ciò tendeva Pico per mezzo della cabala e dello studio dell’ebraico; e ne vennero quelle tesi, fra cui v’era che Cristo non discese agli inferni con reale presenza, ma solo coll’effetto; che al peccato mortale di tempo finito non deesi pena infinita; che niuna scienza ci certifica della divinità di Cristo quanto la magìa e la cabala; le parole hoc est corpus meum sono ricevute materialmente, non con un vero senso; l’anima nulla intende distintamente se non se stessa.
Niuna meraviglia dunque se, mentre i suoi libri erano applauditi come cosa più che umana dalla Corte e dalle accademie, Roma li riprovava, e Innocenzo VIII, malgrado le raccomandazioni del magnifico Lorenzo[206], mai non volle ritirarne la condanna. Pico, sempre più ingolfato negli studj, non sapea però darsi pace d’avere incorso la disapprovazione papale, si riprotestava di sentimento cattolico, per quanto vi fossero persone che lo istigavano a rompere affatto con Roma, ed eccitare un grande scandalo. Che anzi Pico disputava con Ebrei, affatto razionalisti; contro di essi sosteneva la fedeltà di san Girolamo nella traduzione dei salmi; voleva anche scrivere una grand’opera per confutare i sette nemici della Chiesa; ma non fece che la parte contro gli astrologi; macerava il corpo; consumava le veglie sulle sacre carte, e dopo che Alessandro VI lo assolse d’ogni censura, morì piamente in man de’ Domenicani, l’abito dei quali voleva vestire. Così erano sobbalzate le menti fra il dogma e il dubbio.
Ma dietro alle sottilità astratte erasi insinuato un materialismo semplice e pratico, e i moderati credevano prestare omaggio alla fede col non riflettervi, accettare le credenze senza studio nè esame; ingerendosi così un’accidia voluttuosa che, come in tempi a noi vicini, chiamava spirito forte l’indifferenza, e lo sdrajarsi col bicchiere in mano e spegnere i lumi.
Ben è degna d’osservazione la franchezza con cui dappertutto, ma più in Italia, si censuravano gli abusi insinuatisi nella Chiesa. Dante e Petrarca fulminarono la Corte romana, eppure non ne furono riprovati, nè tampoco proibiti i loro libri. Il Boccaccio, se in frà Cipolla non fa che canzonar gli spacciatori di reliquie, e in ser Ciappelletto le bugiarde conversioni, precipita affatto al razionalismo nella famosa storia dell’anello. Gli altri novellieri ridondavano di arguzie e d’avventure a carico dei monaci, e nessun peggio del Novellino di Masuccio salernitano[207].