La satira, impotente e contro l’Impero e contro i tiranni, si esercitò contro la lassa disciplina. Il Poggio, segretario che fu di tre papi, descrivendo in lettera a Leonardo Bruno il supplizio di Giovanni Huss e Girolamo da Praga, per compassione di essi inveisce contro Roma: le invereconde sue Facezie, ove insieme col vulgo e cogli aristocratici, cogli eruditi e coi parlatori, sono berteggiati gli ecclesiastici e la Corte pontifizia, si stamparono in Roma stessa il 1469. Gian Francesco Pico della Mirandola nel concilio Lateranese pose al pallio l’ambizione, l’avarizia, la scostumatezza del clero, con una franchezza che nessun eretico la ebbe maggiore, attestando il comune desiderio d’una riforma. Giorgio Trissino, placido ingegno, ch’ebbe onori e incarichi fin di ambascerie da due papi, nella Italia liberata s’avventa contro i preti, i quali «spesse volte han così l’animo alla roba, che per denari venderiano il mondo», e da un angelo fa vaticinare a Belisario la corruzione in cui cadrebbe la Corte romana, sicchè i papi non penserebbero che a rimpolpare i loro bastardi con ducati, signorie, paesi; conferire sfacciatamente cappelli ai loro mignoni e ai parenti delle loro bagasce; vendere vescovadi, benefizj, privilegi, dignità, o collocarvi persone infami; per denaro dispensare dalle leggi migliori, non serbar fede, trarre la vita in mezzo a veleni e tradimenti, seminar guerre e scandali fra principi e cristiani, sicchè i Turchi e i nemici della fede se n’ingrandiscano; e conchiude che il mondo ravvedutosi correggerà questo sciagurato governo del popol di Cristo.
Non era il concetto medesimo, per cui, nel secolo precedente, alcuni pii aveano fantasticato la venuta d’un papa angelico? Del resto il dire che la Corte romana fosse corrotta, venale la dateria, ribalda la sua politica, sprezzar le scomuniche, ridere dei frati, disapprovare il mercimonio delle indulgenze, impugnar le decretali, erano azioni consuetissime in Italia.
Vaglia il vero, quando un potere non è contestato, e agli occhi di tutti serba il carattere sacro, si può giudicarlo eppur venerarlo, nè reca pericolo il biasimo che si porti sugli abusi non sull’essenza, e al quale non aggiustano idea d’insulto chi lo fa, nè idea d’offesa chi lo riceve. Ben d’altro passo procede la cosa quando, mancato il rispetto irriflessivo, si sottilizza il discorso, si diffonde la dottrina, s’insinua il dubbio erudito o la beffa religiosa. Con altra moderazione, ma anche piissimi uomini e molti vescovi nelle prediche e nelle pastorali gemevano degli abusi ecclesiastici, e reclamavano un rimedio. Il cardinale Sadoleto, stretto cattolico, nelle lettere ripete costantemente questa necessità[208], e Girolamo Negro dice che esso «ha in animo di scrivere un libro De republica, e di crivellar tutte le repubbliche del nostro tempo, præcipue quella, non della Chiesa ma dei preti». Senza ritornare sul Savonarola, il primo anno di Leon X, un frà Bonaventura predicava a Roma d’essere il salvatore del mondo, eletto da Dio, la cui Chiesa avrebbe capo in Sionne; e più di ventimila persone accorsero baciandogli i piedi come a vicario di Dio; scrisse un libro «della apostatrice cacciata e maledetta da Dio meretrice Chiesa romana», ove scomunica papa, cardinali, prelati, predica che egli battezzerà l’impero romano, eccita i re cristiani ad accingersi d’armi ed assisterlo, e massime esorta i Veneziani a tenersi in accordo col re di Francia, il quale è scelto da Dio ministro onde trasferir la chiesa di Dio in Sionne, e convertire i Turchi. Nel 1516 fu arrestato e messo in castel Sant’Angelo[209].
«Il dì vigesimoprimo d’agosto del 1515, a Milano venne uomo secolare, di forma grande, sottile e oltremodo selvaggio, scalzo, senza camicia, col capo nudo, e capelli aggricciati e barba irsuta, e di magrezza quasi un altro Giuliano romita; solo avendo una vesta di grosso panno lionato; e il viver suo era pane di miglio, acqua, radici e simili cose; e a dormire solo un desco, o vero la nuda terra gli bastava. Andò dal vicario dell’arcivescovo per intercedere licenza di poter predicare; ma esso non gliela volle concedere; non pertanto egli il dì seguente cominciò nel duomo a predicare il verbo di Dio, e continuò sino a mezzo settembre, con tanta grazia di lingua, che tutta Milano vi concorreva. E dopo che aveva finito il predicare, se ne andava all’altare della Madonna, e a terra gittandosi, vi stava per un gran pezzo (credo) in orazione; e ogni sera poi alle ventitre ore faceva suonare la campana di esso duomo, d’onde molta gente vi concorrea con i lumi accesi a dire la Salve Regina; ma prima che la dicesse, stava circa mezz’ora in terra carpone. Denari in elemosina per modo alcuno non volea; e chi glieli offeriva, li facea donare all’altare della Madonna. Ma troppo era nemico de’ preti, e molto più de’ frati; e a ogni predica rimproverava loro grandemente, dicendo che la loro professione, la quale dovria esser povertà, castità e obbedienza, solamente era di rinunciare la fame e il freddo e le fatiche, e d’ingrassarsi nelle buone pietanze per amor di Dio; e quegli i quali non devono toccar denari, non solamente possedono de’ suoi, ma e dell’avere d’altrui divengono guardatori»[210].
Che più? la Chiesa confessava que’ disordini, e s’affaticava al riparo. Il concilio Lateranese era stato raccolto da Giulio II specialmente nell’intesa di correggere gli abusi curiali; e a ciò dirizzollo Leon X, che lo trasse a termine. I discorsi ivi recitati versano incessanti sulla necessità della riforma; e singolarmente quello tenuto alla nona sessione da Antonio Pucci, magnifica l’eccellenza della Chiesa, perchè maggiore appaja il dovere di rivocarla alla pristina purezza. Tutti, ma egli maggiormente, deploravano che a ciò si opponessero le nimicizie de’ principi cristiani; che, mentre tutti rigurgitavano di denaro, di popolazione, d’armi, di vigore, di genio, non sapessero adoprarli che ad empire il mondo d’ostilità reciproche, invasioni, correrie, saccheggi, incendj, micidj d’innumerevoli adoratori di Cristo: — O cuori affamati dei re, non mai satolli delle innocenti viscere de’ popoli! o terra assetata, gonfia da un fiume fumante di cristiano sangue! o cieca rabbia dei demonj, non calmata dagli innumerevoli macelli umani! Da vent’anni cinquecentomila Cristiani furono sgozzati di spada, e ancor n’avete fame? e ancor sitite sangue?» Ma un male ancor peggiore dichiarava, l’essersi provocata la collera di Dio con tante colpe; nè poter sopirsi la guerra esterna finchè non fosse tolta l’interiore dei vizj: — Vedete il secolo, vedete i chiostri, vedete il santuario; quali enormi abusi a correggere! Dalla casa di Dio bisogna cominciare, ma non fermarsi là»[211].
I decreti di riforma pubblicati in quel concilio sono eccellenti; vescovi non prima dei ventisette anni, nè dei ventidue gli abati; non si potranno dare in commenda i monasteri; non si permetterà di cumular benefizj se non per valide ragioni; i cardinali sorpassino gli altri per vita esemplare, recitino l’uffizio e la messa; nella casa e ne’ mobili non ostentino fasto mondano, nè nulla di sconveniente alla vita sacerdotale; evitino però anche l’avarizia, dovendo la casa d’un cardinale esser porto, rifugio, ospizio a tutte le persone dabbene, alle dotte, alle nobili decadute; trattino cortesemente i forestieri, decentemente gli ecclesiastici, umanamente i poveri; visitino ogn’anno la loro chiesa, non ne sprechino i beni; sappiano quali paesi sono infetti d’eresie o superstizioni, o dove rilassata la disciplina, o minacciata di danno, e ne informino il pontefice, suggerendo i rimedj. Ordini conformi si danno agli uffiziali della Corte romana e a tutto il clero.
Un decreto ancor più memorabile vi si emanò: — La stampa, per favore divino perfezionatasi ai nostri giorni, è opportunissima a esercitare gl’intelletti, e formare eruditi, de’ quali godiamo veder abbondante la Chiesa. Pure udiamo lamenti che molti imprimano opere contenenti errori e dogmi perniciosi, e ingiurie a persone anche elevate in dignità; sicchè i libri, invece di edificare, guastano la fede e i costumi. Affine dunque che un’arte, felicemente trovata a gloria di Dio, incremento della fede e propagazione delle scienze utili, non divenga pietra d’inciampo ai fedeli, e volendo che essa prosperi tanto più quanto più vigilanza vi si apporterà, stabiliamo che nessun’opera si pubblichi se prima non sia riveduta dal maestro del sacro palazzo o dai vescovi, che vi metteranno la propria firma gratuitamente e senza indugio».
E certamente un’alta e sincera volontà avrebbe potuto ricondurre a chiaro e cristiano scioglimento e a pacifica mediazione la sciagurata discrepanza delle idee pratiche e la complicazione degli interessi ecclesiastici e religiosi coi politici e secolari, e ingiovanir la Chiesa senza farla a pezzi nè buttarla nella caldaja di Medea, consolidando l’unità non distruggendola. Sciaguratamente intrometteansi le passioni politiche ad esacerbare le piaghe, e impedire i rimedj calmanti; Giulio II, scialacquando scomuniche per interessi mondani, provocò in Francia un ricolpo, espresso dal conciliabolo di Pisa, e prorompente anche in popolareschi drammi a tutto vilipendio della Corte romana. La Germania da un pezzo strillava del denaro che fluiva a Roma, e viepiù da che la curia papale si pose a capo della resistenza contro i Turchi, sicchè di nuove imposte e decime dovea sempre gravare per guerre che poi non sempre s’intraprendevano, o non riuscivano prospere[212]. La dieta d’Augusta del 1510 levò querele contro le pretensioni pontifizie, minacciando, se non vi si ponesse riparo, una generale rivolta contro il clero.
Dal continuo mescolarsi de’ Tedeschi nelle vicende italiane era stata acuita la naturale antipatia delle istituzioni e delle nature germaniche contro le romane; e i nostri odiavano quelli come prepotenti, essi disprezzavano noi come fiacchi, e nella superiorità dell’ingegno scorgeano soltanto furberia e mala fede. Lo spirito romano che riunisce, e il germanico che separa, aveano lottato incessantemente: e mentre quello avviava all’unità giuridica, politica, religiosa, attuata anche nell’istituzione dell’Impero, questo tendeva a separare, sia nei feudi, o nei Comuni, o nelle minute signorie tedesche; ed oggi pensava farlo nella religione. Che se l’opposizione religiosa in Italia era ironica, beffarda, scettica, negava ma sottometteasi; in Germania, all’incontro, procedea positiva, credente, collerica, e proponeasi di demolire per rifabbricare. Ai nostri spettava il merito d’aver dissonnato la ragione col pensiero, colla libertà dell’arte, collo studio dei classici; ma la Germania sprezzava l’arte italica, quanto gl’italiani vilipendevano la scienza tedesca: infelice dissenso, per cui questa inaridì a segno da parere destituita d’ogni applicazione vitale, mentre la letteratura nostra riducevasi a un trastullo, a una distrazione dello spirito. E spesso i Tedeschi la appuntavano di scostumata, e Puyherbault diceva[213]: — A che buoni cotesti scribacchianti d’Italia? ad alimentar il vizio e la mollezza di cortigiani azzimati e di donne lascive; a stimolare le voluttà, infiammare i sensi, cancellar dalle anime quanto v’avea di virile. Di molto siam debitori agl’Italiani, ma togliemmo da loro anche troppe cose deplorabili. I costumi di colà sentono d’ambra e di profumo; le anime vi sono ammollite come i corpi; i libri loro nulla contengono di gagliardo, nulla di degno e di potente, e piacesse a Dio avesser tenute per sè le opere loro e i loro profumi! Chi non conosce Giovan Boccaccio, Angelo Poliziano, il Poggio, tutti pagani piuttosto che cristiani? A Roma Rabelais immaginò il suo Pantagruele, vera peste dei mortali. Che fa costui? qual vita mena? tutto il giorno a bere, far all’amore, socratizzare, trae al fiuto delle cucine, lorda d’infami scritti la miserabile sua carta, vomita un veleno che lontan si diffonde in ogni paese, sparge maldicenza e ingiurie su ogni ordine di persone, calunnia i buoni, dilania i savj; e il santo padre riceve alla sua tavola questo sconcio, questo pubblico nemico, sozzurra del genere umano, tanto ricco di facondia quanto scarso di senno».
In Germania dunque la guerra già caldeggiava, benchè non ancora dichiarata. Erasmo da Rotterdam, dottorato a Torino il 1506 e accolto a Roma coll’affetto che prodigavasi ai cultori delle lettere, fino ad arrestarsi i cardinali ed il papa per salutarlo, deliziavasi di quei troppo facili costumi, e a Fausto Anderlini descriveva quelle voluttà, «per le quali (diceva) non rincrescerebbe rimaner dieci anni esule dal tetto paterno»[214]. Talento universale, umore comico, spirito filosofico, or coll’ironia or colla dottrina sbertava i monaci, tipi dell’ignoranza, del libertinaggio, della ghiottornia; e — C’è uom al mondo che campi più beatamente e con meno pensieri che questi vicarj di Cristo? Per Iddio credono aver fatto abbastanza quando, in mezzo delle più fastose cerimonie, in un mistico e quasi teatrale apparato, la loro santità viene a trinciar benedizioni o slanciare anatemi... Che dirò di quelli che colla fiducia delle indulgenze addormentano le coscienze, e quasi con l’oriuolo misurano la durata del purgatorio, ed a puntino ne calcolano i secoli, gli anni, i giorni, le ore? Non v’è mercante nè soldato o giudice che, coll’offrire uno scudo dopo rubatine migliaja, non presuma lavare ogni labe della sua vita». Eppure costui non ruppe colla Chiesa, ma della propria perplessità si fece una fede, sicchè rappresenta quel torbido d’indifferenza, ove il dubbio risparmia qualche tradizione.