Ulrico di Hutten, cavaliere tedesco, tutto entusiasmo pel suo paese, sentendolo a Roma beffare da sette giovani, li sfida tutti; poi nella Trinità romana sostiene che da Roma si riportino tre cose, mala coscienza, stomaco guastato, borsa smunta; che tre cose ivi non vi si credono, l’immortalità dell’anima, la risurrezione dei morti, l’inferno; che di tre cose vi si fa commercio, grazia di Cristo, dignità ecclesiastiche e donne. Dappoi fu detto il Demostene tedesco per le sue filippiche contro il papa; e peggior danno fece colle Epistolæ obscurorum virorum, ove canzona i frati e i teologanti[215].
E a Roma capitò pure, mandato per non so quale quistione insorta fra’ suoi Agostiniani, frà Martin Lutero, nato ad Eisleben l’anno che il Savonarola cominciò a predicare a Firenze, poi professore di teologia alla nuova Università di Wittemberg. In Lombardia prende scandalo d’un convento (1510) provvisto di trentaseimila zecchini di rendita: trova però dappertutto «gli ospedali ben fabbricati, ben provvisti, con buona dieta, servigiali attenti, medici esperti, letti e biancherie pulite, l’interno degli edifizj ornato a pitture. Appena un malato v’è condotto, gli si tolgono gli abiti facendone nota per custodirli, è vestito d’un palandrano bianco, messo in un buon letto; gli si menano due medici; gli spedalinghi dangli a mangiar e bere in vetri limpidi che toccano appena colle dita. Poi signori e matrone onorevoli vengono velate per servire i poveri, di modo che non si sa chi sieno. A Firenze ho veduto ricoveri, ove i gettatelli son nutriti che meglio non si potrebbe, allevati, istruiti, tutti in abito uniforme».
Giunto alla gran città, Lutero visita le cappelle, crede tutte le leggende, prostrasi alle reliquie, sale ginocchione la scala santa. Stupisce di quella pulizia severa, per cui di notte il capitano scorre la città con buone scolte, punisce chi coglie, e se ha armi lo appicca o getta nel Tevere; ammira il concistoro e il tribunale della sacra Rota, ove gli affari sono istruiti e giudicati con tanta giustizia[216]. Ma l’anima sua, manchevole d’amore e d’umiltà, nulla comprende alla poesia del nostro cielo, delle nostre arti, al vedere tanti capolavori d’antichi, emulati dai nuovi colla penna, collo scalpello, coi colori, e sotto al manto papale raccolto uno stuolo di sublimi ingegni, uno dei quali basterebbe ad immortalare un paese, un’età. Uggiato, trova piovoso il clima, disagiati gli alberghi, aspro il vino, micidiale l’acqua, l’aria febbrile, e una natura meschina quanto gli uomini; fra le splendidezze del culto e la magnificenza de’ pontificali non calcola se non quanto denaro costano, e con che modo questo procacciavasi; resta scandolezzato ai reprobi costumi, agli aneddoti che spacciavansi sul conto di Leon X, alla sbadataggine di quei preti che «dicevano sette messe nel tempo ch’egli una sola», talchè i cherichetti gli ripetevano — Passa, passa»[217]; alla venalità della curia, disposta a dire come Giuda, — Quanto mi date? ed io ve lo tradirò».
Rimpatriato con tali sentimenti (1512), s’ingolfò a studiar la Bibbia in greco e in ebraico; quando de’ suoi studi venne a stornarlo il dispetto per la vendita delle indulgenze. I concilj di Vienna, di Costanza, di Laterano aveano colpito di severo divieto questo traffico; ma Leone X credette sorpassarvi pel nobile oggetto di raccoglier fondi a due grandi imprese, la crociata contro Selim granturco, e l’erezione d’un tempio, al quale come ad immagine visibile tutti i Cristiani contribuissero[218]. Il medioevo nulla avrebbe trovato a ridirvi; ma le nazioni già prendeano il volo fuori del nido in cui aveano messe le penne; i principi, bisognosi di denaro, chiedeano parte a quest’insolito genere d’entrata, e voleano trafficar le indulgenze come trafficavano i voti per la corona imperiale.
Giovanni Tetzel, domenicano di Pirna, dal nunzio Arcimboldo e dall’arcivescovo elettore di Magonza incaricato di riscuotere il prezzo delle bolle in Germania[219], adempì scandalosamente quest’uffizio, traversando la Sassonia con casse di cedole bell’e firmate; dove arrivasse alzava una croce in piazza, spacciava la sua merce nelle taverne, e — Comprate, comprate (diceva), che al suon d’ogni moneta che casca nella mia cassetta, un’anima immortale esce dal purgatorio»; e il popolo a calca versava talleri in cambio delle perdonanze[220].
— Farò un buco in questo tamburo», esclama Lutero indignato a quella profanità; ad alcuni che le aveano comprate nega l’assoluzione se non riparassero il mal fatto e si correggesse e alla chiesa di Wittemberg, nella solenne occorrenza dell’ognissanti (1517), affigge novantacinque tesi, sostenendo esservi abuso nelle indulgenze, e appartenere a Dio solo tutto il bene che l’uomo può fare.
L’abuso confessato sarebbe potuto togliersi senza rompere l’unità della Chiesa; ma ogni cosa era preparata di maniera, che poca favilla destasse inestinguibile vampa. Lutero, benchè professasse sottomettersi alla decisione del papa, predicando su questa materia sbraveggia in tono di sfida; e dall’applauso popolare fatto confidente in sè e nella lettera della Bibbia, conculca la tradizione e la scuola, richiama ai primi tempi della Chiesa, aprendo così l’avvenire con un appello al passato.
Tosto gli sorgono contraddittori: ma da una parte col sentenziare d’eresia ogni divergenza d’opinione si spingevano molti nel campo nemico; dall’altra le dispute faceano il solito uffizio di approfondar viepiù il frapposto fosso; si trascorreva dal censurare gli abusi all’intaccare i principj; dall’asserire che i prelati trascendevano, al revocare in dubbio la legittima potestà del papa e perfino l’autorità sua in materia di fede; e quando appunto le minacce dei Turchi rendevano necessaria una più stretta unione, la cristianità spartivasi in due campi, dapprima opposti, ben presto ostili. Eppure Roma si tacque nove mesi, non vedendovi nulla più che una delle quistioni, solite a nascere e morire tra frati ozianti e professori ringhiosi; i dotti di qua delle Alpi mal si capacitavano che da un Barbaro potesse uscire nulla di straordinario; il secolo invaghito delle arti credeva bastasse opporre ai sillogismi la fabbrica del Vaticano e il quadro della Trasfigurazione, linguaggio inintelligibile alla positiva Germania; e Leone X pigliava gusto a quelle sottigliezze, dicendo: — Frà Martino ha bellissimo ingegno, e coteste sono invidie fratesche»; alla peggio soggiungeva: — È un Tedesco ubriaco, e bisogna lasciargli digerire il vino»[221].
Massimiliano imperatore, più vicino all’incendio, ne conobbe la gravezza e sollecitò Leone, il quale, riscosso come chi è desto per forza, citò Lutero al suo soglio (1518 luglio). Frà Martino, mentre riprotestavasi sommesso al pontefice, erasi procurato appoggi terreni, e mercè dell’elettore di Sassonia impetrò fosse deputato uno ad esaminarlo in Germania. La scelta cadde su Tommaso De Vio cardinale di Gaeta, domenicano in gran reputazione di dottrina e santità, che già davanti al capitolo generale del suo Ordine aveva sostenuto una famosa disputa con Giovan Pico della Mirandola, e pubblicato un’opera sulle indulgenze, lodata da Erasmo come di quelle che rem illustrant, non excitant tumultum. Propose egli una disputa pubblica in Augusta, mal avvisando qual sia imprudenza il chiamar il senso comune a giudice in materie positive, fondate sull’autorità. Di fatto, ridotta la quistione ai veri e finali suoi termini, cioè l’obbedienza assoluta alla Chiesa come unica autorevole in materia di fede, Lutero negò l’incondizionata sommessione; poi fingendo di credersi mal sicuro, fuggì di piatto; e Leone approvò l’operato dai distributori delle bolle d’indulgenze, dichiarando eretico Lutero. Il quale, crescendo in baldanza per l’aura del popolo e degli scolari, omai non lasciava ferme che le verità letteralmente esposte nei due Testamenti e nei quattro primi concilj ecumenici; del resto rifiutava la transustanziazione, l’efficacia de’ sacramenti, il purgatorio, i voti monastici, l’invocazione dei santi. Al papa scrisse anche in tono di canzonella, compassionandolo come un agnello fra lupi, e ricantando tutte le abbominazioni che di Roma si dicevano: — Gran peccato, o buon Leone, che tu sia divenuto papa in tempi ove nol potrebb’essere che il demonio. Deh fossi tu vissuto di qualche benefizio o del paterno retaggio, anzichè cercar un onore sol degno di Giuda e de’ pari suoi da Dio rejetti».
Leone allora, abbandonata la lunganimità, scagliò la scomunica (1520 15 giugno); e Lutero, imitando quel che Savonarola avea fatto co’ libri immorali, davanti agli studenti di Wittemberg brucia le decretali e la bolla (10 xbre), dicendo: — Oh potessi fare altrettanto del papa, il quale turbò il santo del Signore»; e giunta da sè la cocolla, sposa Caterina Bore smonacata, e cangia forma di culto.