Dei giovani è sempre sicuro l’applauso a chi si avventa senza ritegni: le dispute venivano diffuse rapidamente dalla stampa, che parve allora soltanto accorgersi della sua potenza; le belle arti prestarono anch’esse sussidio, moltiplicando disegni, rilievi, caricature, ritratti, lenocinio alle moltitudini. Gli scienziati gongolavano tra quelle controversie, e scoprivano a Lutero forza d’ingegno meravigliosa: i letterati, sebbene scrivesse alla carlona, l’applaudivano di prender pei capelli la screditata scolastica e i frati, l’ignoranza e la pedanteria incarnata: i begli spiriti ridevano del papa, messo in sì male acque; ridevano insieme dei Riformatori, che prendeano aria di rigoristi entusiastici; e stavano a vedere chi prevarrebbe. Anche anime rette credettero in Lutero ravvisare l’uomo suscitato da Dio non per distruggere il dogma, ma per correggere le aberrazioni. Quei che s’ammantano col nome di moderati, perchè, simili a Pilato, dondolano fra Cristo e Barabba, deploravano quella scissura, ma credeano meglio non opporvisi, per non esacerbare, per non tôrre speranza, per non compromettersi. Alcuni risposero al novatore tessendo argomenti in quelle forme sillogistiche, di cui erasi abusato nelle dispute e fin ne’ concilj precedenti[222]; e Lutero sguizzava loro di mano con una celia, e coll’ardire proprio ringalluzziva gli scolari, che moltiplicavano applausi a lui, fischiate ai contraddittori. Sempre la forza anormale è ammirata, e trascina chi ha bisogno di movimento, e chi trova più comodo il pensare coll’altrui che colla propria testa. La nazionale indisposizione contro quanto stava di qua dall’Alpi trova sfogo in una guerra di nuovo conio, e che non cagionava nè spese nè pericoli nè spostamento d’abitudini; laonde i Tedeschi s’affezionano al nuovo Erminio, declamano contro malignità e finezze ch’essi non raggiungono, contro la gaja cultura da cui si trovano tanto lontani.

E Lutero s’inoltra, e mentre Leone lo chiama ancora a penitenza, pubblica il trattato della Libertà cristiana. Tutto l’edifizio sacerdotale impiantavasi sulla credenza che le buone opere acquistino la salute; per demolir quello, Lutero nega che l’uomo possa cooperare alla propria salvezza. Sola la fede salva, è scritto nel Vangelo: noi siam corruzione e peccato, sicchè nulla possiamo se non quel che ci è dato dal nostro divin Salvatore, nè merito o giustizia vi ha se non in esso: onde sono inutili anzi nocevoli alla salute le buone opere dell’uomo, che non è libero della sua volontà; inutili le penitenze, i sacramenti, i suffragi pei morti, le altre opere satisfattorie. Al contrario, la Chiesa insegna che la fede senza le opere è morta, il che meglio si concilia col concetto del merito e demerito personale e della retribuzione divina, e con quel lume naturale dalla coscienza che illumina ogni uomo vegnente in questo mondo. Che se ci manca il libero arbitrio, per qual fine Iddio ci ha dato i suoi comandamenti? Lutero non esita a rispondere, che fu per provare agli uomini l’inefficacia della loro volontà, beffandoli coll’ordinar cose, ad osservar le quali non hanno forza[223].

Questo primo deviamento implicava che la Chiesa non è infallibile; che può discordare da essa la parola della santa scrittura, interpretata dai singoli con sincerità e invocando lo Spirito Santo. Fede dunque unicamente in quella, non badando a Padri o a concilj, ma al testo qual è da ciascuno interpretato. Nel qual modo egli vi leggeva, che Iddio è unico autore del bene come del male; i sacramenti dispongono alla salute, ma non la conferiscono; nella santa cena è presente Cristo, ma non transustanziato; il ministro è un uomo come gli altri, e in conseguenza non può assolvere i fratelli, nè deve distinguersi per voti e rigori; la giurisdizione religiosa spetta intera ai vescovi, eguali tra loro sotto Cristo che n’è il capo, e scelti dai principi. Insomma, per abbattere l’autorità ecclesiastica prevalsa, per inaridire la fonte delle ricchezze, dell’importanza della potestà del papa e dei preti, toglie la distinzione di spirituale e temporale; d’ogni laico fa un sacerdote dandogli la Bibbia, e «Interpretala come Dio t’ispira».

Bisogna dunque vulgarizzarla. Fin nel primo secolo erasi voltata in latino; poi Ulfila la tradusse pei Goti, altri per gli altri popoli convertiti; nè forse c’è lingua che non ne possedesse versioni anteriori alla Riforma. Stando all’Italia, Giambattista Tavelli da Fusignano n’avea fatto una, a istanza d’una sorella di Eugenio IV: un’altra Jacopo da Varagine vescovo di Genova: quella di Nicolò Malermi frate camaldolese fu stampata a Venezia nel 1471[224], e ben trentatre volte riprodotta: ivi nel 1486 si stamparono Li quattro volumini degli Evangeli, volgarizzati da frate Guido, con le loro esposizioni facte per frate Simone da Cascia. Anzi Jacopo Passavanti, nello Specchio di penitenza, si lagna che i traduttori della sacra scrittura «la avviliscano in molte maniere; e quale con parlar mozzo la tronca, come i Francesi e i Provenzali; quali con lo scuro linguaggio l’offuscano, come i Tedeschi, Ungheri e Inglesi; quali col vulgare bazzesco e crojo la incrudiscono, come sono i Lombardi; quali con vocaboli ambigui e dubbiosi dimezzandola la dividono, come Napoletani e Regnicoli; quali con l’accento aspro l’irrugginiscono, come sono i Romani; alquanti altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana l’arrozziscono; e alquanti, meno male gli altri come sono i Toscani, malmenandola troppo la insucidano e abbruniscono, tra’ quali i Fiorentini con vocaboli squarciati e smaniosi, e col loro parlare fiorentinesco stendendola e facendola rincrescevole, la intorbidano e rimescolano con occi e poscia, aguale, pur dianzi, mai pur sì e berretteggiate»[225].

Censuravasi dunque il modo, non si condannava il fatto; e Leon X fece intraprendere a proprie spese la stampa d’una nuova traduzione latina della Bibbia per Sante Pagnini lucchese[226], il quale poi, morto esso pontefice, la pubblicò a Lione nel 1527. Pantaleone Giustiniani, che fu frate Agostino da Genova, poi vescovo di Nebbio in Corsica, deliberato a pubblicarla in latino, greco, ebraico, arabo e caldeo, cominciò dal Salterio, dedicato a Leon X il 1516, in otto colonne, una col testo ebreo, le altre con sei interpretazioni e colle note: ma di duemila cinquanta copie, appena un quarto trovò compratori; il resto naufragò con lui nel 1586.

Intanto la filologia era risorta, e la critica, addestrata sopra gli autori profani, volgeasi ai testi sacri; e nella baldanza di un nuovo acquisto, ciascuno volea cercarvi interpretazioni a suo senno. L’illustre tedesco Reuclino fece molte emende alla Vulgata; e se le menti anguste ne riceveano scandalo, Roma lo difese, tollerante fin dove non ne pericolasse l’unità della fede. È dunque ciancia che allora soltanto venisse divulgata la Bibbia; come non poteano dirsi nuove le dottrine di Lutero.

Fin dalla cuna la Chiesa dovette colla parola sostenere le verità che suggellava col sangue, e raccolta attorno al successore di Pietro, discutere dogmi, e, secondo l’ispirazione dello Spirito Santo, fulminar la superbia della ragione, che, a guisa dell’antico tentatore, dice all’uomo — Tu sei Dio». Nel conflitto tra il pastorale e la spada quali non si erano agitate quistioni sulla potestà pontificia? e il mondo avea proclamato la superiorità della materia sullo spirito, della forza sul sentimento. I Valdesi, i Catari, e quelle varietà di novatori aveano accettato la Scrittura come unico giudice in materia di fede; la tradizione, come parola umana, andar soggetta ad errore; e solo la lettera di fuoco della Scrittura sfolgorar come sole, e rimaner sicura da inganno; inutile il culto esterno; il successore di Pietro essere un anticristo, la cui cattedra poco tarderebbe a diroccare. La libertà dell’esame non era stata la bandiera di ciascun eresiarca? e sulla Grazia, sulla giustificazione, sul purgatorio qual era verità od errore che non fosse stato messo in discussione?

Lutero dunque non fece che raggranellare traverso ai secoli i dubbj, sostituire alla costanza della tradizione la volubilità di spiegazioni esoteriche, e colla franchezza che non si briga di metterle d’accordo, gettarle in un mondo più che mai disposto a quella semente. Pertanto, allorchè Leone scagliò la condanna definitiva (1521 3 genn.), Carlo V, che del papa avea bisogno in quel momento, proscrisse Lutero e chi gli aderiva; ma ben presto si trovarono cresciuti a segno da poter resistere all’imperatore, che, cambiate le necessità politiche, concedette l’Interim, cioè la tolleranza.

Così rapida diffondeasi la Riforma in un decennio (1526) per le passioni che la fomentavano. Alle singole nazionalità costituitesi pareva un ceppo la monarchia papale: le classi medie, dopo fatto prevalere il possesso democratico al feudale, osteggiavano l’alta aristocrazia anche col sovrapporre la secolare alla dottrina ecclesiastica: i governi, invigoritisi, aborrivano un sistema che sottraeva al loro imperio parte dell’uomo e le coscienze: i principi, esausti dalle guerre e dalle truppe stabili, spasimavano dei beni del clero[227], da cui astenevansi solo per paura di Roma: monache e frati di fallita vocazione esultavano di scapestrarsi dall’esosa disciplina: i Tedeschi godevano di rinnegar il primato di questi Italiani, da cui erano stati impediti di soggiogare l’intera Europa. E Lutero, nel suo proclama alla Nobiltà Cristiana di Germania, la ingelosiva delle progressive usurpazioni del clero e di Roma contro la nazione tedesca, e — Via i nunzj apostolici, che rubano il nostro denaro. Papa di Roma, ascolta ben bene: tu non sei il più santo, no, ma il più peccatore; il tuo trono non è saldato al cielo, ma affisso alla porta dell’inferno... Imperatore, sii tu padrone; il potere di Roma fu rubato a te: noi non siam più che gli schiavi de’ sacri tiranni; a te il titolo, il nome, le armi dell’impero; al papa i tesori e la potenza di esso; il papa pappa il grano, a noi la buccia».

Ma Lutero stesso già più non reggea le briglie del cavallo che aveva spronato; e per quanto, mentendo il proprio canone della ragione individuale, agli esageranti opponesse la santa Scrittura e i libri simbolici, non tardarono a scoppiare le conseguenze logiche della Riforma; dacchè ciascuno potea interpretarla a suo senno, la Bibbia fu recata a servire alle passioni; e i villani, lettovi che gli uomini sono eguali, scatenarono l’irreconciliabile ira del povero contro il ricco, bandendo guerra all’ordine, alla proprietà, alla scienza come nemiche dell’eguaglianza, alle arti belle come idolatria. Terribile esempio ai novatori che, sia pur con magnanima intenzione, s’avventano nell’avvenire senza riverenza pel passato.