Lutero, sbigottito da sì fiere conseguenze sociali, si volse a ringagliardire il principato: e di qui comincia l’azione politica della Riforma, qual fu d’attribuire ai principi l’autorità in materie ecclesiastiche, talchè ogni suddito dovesse credere e adorare come voleva il principe, secondo quel canone, Cujus regio ejus religio. Poi i fratelli uterini della Riforma furono presto in disaccordo fra loro. Contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, il curato svizzero Ulrico Zuinglio, che aveva militato in Italia come cappellano, predicò a Zurigo (1518) contro frà Bernardo Sansone milanese che vi vendeva le indulgenze, poi contro l’abitudine de’ suoi di servire a soldo straniero; e dietro a ciò, che il pane e il vino della Cena fossero meri simboli del sacrosanto corpo e sangue, e altri dogmi che pretendeva antichi, e che furono accolti in molta parte della Svizzera. Il francese giureconsulto Giovanni Calvino risolve di riformare la Riforma e sistemarla; e se Lutero aveva abbattuto la monarchia cattolica per favorire i vescovi tedeschi, Calvino prostra quest’aristocrazia luterana (1535), secondo le idee repubblicane di Ginevra; abolisce il vescovato, per affidare la scelta del ministro alla comunità religiosa; nega il mistero, sopprime nel culto tutto ciò che colpisce i sensi, ripone la certezza nella rivelazione individuale; l’arbitrio è libero, ma per iscegliere il bene è necessaria la Grazia; e questa sola, non le opere producono la giustificazione; nulla rimane al battesimo della sua misteriosa efficacia, i figli degli eletti appartenendo per nascita alla società redenta; nulla alla penitenza, poichè il vero eletto non può ricadere; nella santa cena non sono transustanziate le specie, ma sotto que’ simboli il Signore comunica veramente Cristo per nutrir la vita spirituale.

Su queste dottrine, sostenute con inesorabile intolleranza, è fondata la principale suddivisione de’ Riformati in Luterani e Calvinisti; o, come essi dissero allora, Protestanti della Confessione augustana ed Evangelici. Indarno Lutero s’arrovella, pretendendo vera unicamente la sua: ma e Melantone e Carlostadio ed Ecolampadio ed Engelhard uscirono con dogmi nuovi, modificati a senno di ciascuno e a norma della costituzione del paese: inevitabile sbranamento là dove a ciascuno è libero l’interpetare. Poi gli Anabattisti impugnarono anche le sante Scritture; gli Unitarj, che vedremo prevalenti in Italia, esclusero la Trinità; in somma si repudiava il cristianesimo in conseguenza di dottrine proclamate a titolo di riformarlo, riducendosi il protestantismo a negazione sistematica dei dogmi della Chiesa.

Le quistioni religiose, per quanto pajano astratte, non può farsi che non penetrino nelle viscere della società; e di fatto l’intero ordinamento di questa n’era scompigliato; il carattere teocratico se ne dissipava; l’indipendente interpretazione toglieva l’universalità del pensare, e que’ canoni ch’eransi accettati come senso comune; i figli dissentivano dal padre, fratelli a fratelli, mogli a mariti contraddicevano; e la scossa domestica si propagava alla società civile, dove ciascuno pretendeva operare a sua voglia, dacchè a sua voglia pensava; dove i principi più non riconosceano ritegni, dacchè essi dirigevano anche le coscienze. N’erano sovvolti gli Stati; e la Svizzera, la Francia, la Germania, tutto il Settentrione per un secolo e mezzo fortuneggiarono fra rivoluzioni e guerre, per le quali con torrenti di sangue furono mutate quasi dappertutto le forme di governo. Vedremo altrove la parte che ne toccò anche agli Italiani, e come a torto Voltaire, colla spigliatezza che in lui era sistema ed artifizio, asserisse che «questo popolo ingegnoso, occupato d’intrighi e di piaceri, nessuna parte ebbe a que’ commovimenti».

CAPITOLO CXXXV. Clemente VII. Sacco di Roma. Pace di Barcellona.

Giulio de’ Medici cavaliere gerosolimitano, destro in armi, in trattati difficili, in cabale, era stato la man dritta di Leon X suo cugino, e principale nel ripristinare la sua famiglia in Firenze, dove poi fatto arcivescovo e cardinale, regolò le cose in modo di farsi ben volere; andò come legato dell’esercito pontifizio in Lombardia, poi a Roma: quando morì Adriano VI, sant’uomo e inetto principe, nel conclave si guadagnò il cardinale Colonna, dapprima avversissimo, col promettere di cedergli il lucroso uffizio della vicecancelleria, e riuscì papa (1523 18 9bre) col nome di Clemente VII[228].

Sulle morali sue doti concordano i contemporanei; e fra gli altri l’ambasciator veneto Marco Foscari ne scriveva alla Signoria veneta: — Discorre bene, vede tutto, ma è molto timido. Niuno in materia di Stato può sopra di lui: ode tutti, e poi fa quello che gli pare. Uomo giusto e uom di Dio... quando segna qualche supplicazione, non revoca più, come faceva papa Leone, il quale segnava a molti. Non vende benefizj, non li dà per simonia, non toglie ufficj per dar beneficj, come faceva papa Leone, ma vuole che tutto passi rettamente. Non ispende nè dona quello degli altri; però è reputato misero... Fa pure assai limosine, e ha dato a chi trecento, a chi cinquecento, a chi mille ducati per maritar figliuole: nondimeno in Roma non è amato molto. È continentissimo; vive parcamente;... e sempre quando mangia ha due medici presenti, coi quali parla delle qualità delle cose che si mangiano; poi parla in filosofia o in teologia con altri che sono lì... Non vuol buffone nè musici,... e tutto il suo piacere è di ragionar con ingegneri e parlar di acque»[229].

Ma come pontefice e principe la storia non può che sentenziarne severissimamente. Il dominio temporale dei papi non era mai stato così esteso e consolidato quanto allora; eppure, sgomentato dall’assalto che vedea portarsi all’autorità spirituale, vacillò in ogni atto[230], quasi l’irresoluzione fosse prudenza e abilità l’incostanza; Clemente si lasciò invadere dal sentimento della propria impotenza; e proponendosi di logorar la Francia coll’Impero e l’Impero colla Francia, or all’uno gettandosi or all’altra secondo la gelosia, nè amato nè temuto, diviso d’interessi, nè buon papa riuscì nè buon italiano; spense la libertà del suo paese, e trasse sull’Italia flagelli, di cui una parte lui pure percosse.

Il tesoro esausto da Leone X cercò risanguare con meschini spedienti e sordide economie sulle pensioni, sui lavori pubblici, sulle paghe dei soldati, sui posti gratuiti ne’ collegi, sul monopolio dei grani, invece di metter riparo alle mangerie degl’impiegati e allo sciupìo dell’amministrazione. Ma suprema cura ebbe il dare stato a’ suoi parenti, benchè del ceppo di Cosmo non restassero che lui, Ippolito e Alessandro, tutti bastardi. Avea sempre favorito Spagna, e si vantava sempre d’aver impedito Francesco I di spingersi fin a Napoli nella prima invasione; indotto Leon X a lasciare che Carlo avesse la corona imperiale, e la tenesse unita alla napoletana; favoritone la lega per riprendere Milano; poi l’elezione d’Adriano VI; «e per questi fini non aver risparmiato tesori d’amici, della patria, e suoi»[231]. Sgomentatosi però di veder gli Spagnuoli assisi in Lombardia, fluttuò, poi si chiarì pel Cristianissimo.

Contro di questo, Carlo V provvedeva armi e navi, l’Inghilterra denari, e il Pescara, col Borbone che avea sollecitato a invadere la Francia, passò il Varo: ma l’assedio di Marsiglia, dopo quaranta giorni, li stanca, onde si ritirano come in fuga; e Francesco I, sopraggiunto (1524) a punire la rodomontata spagnuola del disertore, traversa il Moncenisio con quarantamila uomini impegnati a vendicare la patria e con formidabile fanteria svizzera, e senza badarsi attorno alle fortezze come aveva fatto l’ammiraglio Bonnivet (pag. 252), e in nessun luogo arrestato dagli scompigliati Imperiali, per Vercelli si difila sopra Milano. Gl’Imperiali v’aveano recato la peste, onde e lo Sforza e il suo cancelliere Morone n’erano usciti; il Pescara vedendo non potersi tener in città vuota d’abitanti e di vittovaglie, dopo munito il castello, se n’andò, e i Francesi entrativi posero a guasto.

Perduta la speranza di vincere e saccheggiare, molti Imperiali disertavano, gli uffiziali dissentivano nei partiti, e Francesco, se gli avesse incalzati, compiva la vittoria; ma il Bonnivet distoglieva dalle imprese ardite, quasi disdicessero alla dignità di re: sicchè si limitò ad assediar Milano e Pavia (8bre); e quivi indugiandosi fra i piaceri d’un mite inverno, le lautezze della Certosa e gli spassi del parco di Mirabello, confortato anche dall’alleanza di Clemente VII, credendo aver di fatto tanti soldati quanti gliene facevano pagare, ne spedisce porzione alla conquista di Napoli. Ma il tempo ch’egli logora, lo guadagna Anton de Leyva, valoroso spagnuolo che aveva assistito a trentatre battaglie e quaranta assedj[232]; il Borbone faceva denari d’ogni parte; il Pescara cercava corrompere i fedeli di Francesco; e Gian Giacomo Medeghino, avventuriero milanese che fra quei trambusti erasi creato una dominazione sul lago di Como, potè, assalendo Chiavenna, impedire i soccorsi che mandavano i Grigioni alleati di Francia; sicchè gl’Imperiali, raccozzatisi d’ogni banda col Lannoy per allargare Pavia, tolsero in mezzo i Francesi. Mentre già la guerra si era ridotta a tattica, il re si ostinava sulle prodezze dell’antica cavalleria e sul puntiglio di non ritirarsi mai; e quantunque assai inferiore di numero, accettò la battaglia (1525 24 febb.), ove perirono ottomila de’ suoi con una ventina de’ maggiori capitani, tra cui il Bonnivet, Galeazzo Sanseverino, La Palisse, Aubigny, La Trémouille: il re medesimo, circondato da nemici che nol conoscevano, si difese finchè incontrò il vicerè Lannoy, al quale rassegnò la spada, ch’egli ricevette in ginocchio, e gliene rese un’altra. Erano pure rimasti prigioni il re di Navarra, il bastardo di Savoja, il maresciallo di Montmorency, due Visconti e un venti altri personaggi di conto, tutti gli attiragli del re e le sue artiglierie, mentre la ciurma ne saccheggiava perfino i vestimenti. L’esercito francese non oppose più la minima resistenza; gli Svizzeri, per sottrarsi all’odio nazionale de’ Tedeschi, gettaronsi nel Ticino, ove moltissimi affogarono.