Sebbene il re scrivesse a Luigia di Savoja sua madre, «Tutto è perduto fuorchè l’onore»[232a], Carlo V sentiva non esser perduto nulla, e che Francia rimaneva intera anche senza il suo re. Pertanto sulle prime mostrò quella moderazione che raddoppia merito alle vittorie; non feste nè Tedeum; riconoscervi la mano di Dio, rallegrarsene solo perchè tale accidente farebbe cessar l’effusione del sangue; non ascoltò al duca d’Alba che consigliava subitamente d’invadere la Francia costernata; null’ostante fece chiudere Francesco in Pizzighettone; se voleva liberarsi gli cedesse la Borgogna, Milano, Asti, Genova, Napoli; e avutone il niego, lo mandò cattivo a Madrid.
Questo caso inaspettato recideva i sotterfugi d’una politica che si era appoggiata a un uomo, anzichè ad una nazione; i principi d’Italia, che aveano sperato vedere i due re indebolirsi a vicenda, si trovarono agli arbitrj d’un esercito vincitore, insubordinato, rapace, e d’un imperatore inorgoglito. I generali spagnuoli, più non temendo la concordia de’ principi italiani, colpirono i singoli con enormi contribuzioni, e così pagato l’esercito, tiranneggiarono ed espilarono. Clemente VII, scoperto de’ suoi maneggi, trovavasi esposto alla procella, mentre la sua finezza compariva malizia, la generosità medicea risolveasi in lesinerìa, la sua politica in quel tentennare, che avversa tutti i partiti e stomaca il popolo, disposto ad ammirar la risolutezza anche quando gli è nocevole: e vistosi alla mercede degli stranieri per non aver osato porsi a capo de’ nostri, mutò linguaggio, e unì i suoi ai rammarichi di tutta Italia.
Francesco Sforza, in cui nome era stato ricuperato il Milanese, sentiva che Carlo, sebben ne l’avesse investito per seicentomila zecchini e coll’obbligo di tener guarnigioni tedesche, mirava ad aggregare il ducato ai suoi possessi ereditarj. Buono ma inetto, e a discrezione degli stranieri che l’aveano rimesso, non poteva che gemere dell’agonia del paese, dilaniato dalla peste, e da quell’altra de’ lanzichenecchi, i quali nè tampoco capivano la lingua in cui i nostri ne imploravano la misericordia. Il cancelliere Morone, dopo procurato amicarsi i Milanesi coll’istituire un senato, corpo irremovibile e irresponsale, che vigilava l’esazione delle imposte, rendeva robusta e imparziale l’amministrazione della giustizia, rivedeva gli atti legislativi del principe, non sapeva darsi pace di quell’abiezione, e concepì il divisamento d’una lega italica per assicurare l’indipendenza; Enrico VIII la favoriva per gelosia di Carlo; la reggente di Francia prometteva sussidj, fidando per questa diversione ottenere migliori patti a riscattare il marito.
Capitanava allora l’esercito imperiale Francesco marchese di Pescara, nato in Italia dagli Avalos spagnuoli. Segnalatosi alle battaglie di Ravenna, della Bicocca, di Pavia, lodato per ingegno inventivo, operosità, stratagemmi, prendeva a vile la coltura italiana, doleasi di non esser nato in Ispagna, nè parlava che spagnuolo; e gl’Italiani lo trovavano «superbo oltremodo, invidioso, avaro, ingrato, venenoso e crudele, senza religione, senza umanità, nato proprio per distruggere l’Italia» (Vettori). A lui davasi principal merito della vittoria di Pavia, nella quale era anche stato gravemente ferito[233]; sicchè corrucciossi dell’avere il Lannoy mandato in Ispagna il reale prigioniero, che l’esercito volea serbare come pegno delle dovutegli paghe: per queste promise libertà a Enrico II re di Navarra per ottantamila ducati, ma Carlo V non v’assenti. Di queste due scontentezze erasi egli aperto più volte col Morone, il quale sperò trarlo al partito italiano, se non per sentimento nazionale, almeno lusingandone la vanità. E scandagliatolo, gli espose: «Una lega fra la reggente di Francia, il re d’Inghilterra, gli Svizzeri, tutti i principi e le repubbliche d’Italia, si tesse per cacciare i Barbari: capo ne sarete voi stesso, che colle vostre disarmerete le truppe dell’altro capo d’esercito comandato dal Leyva, aiutandovi l’ira del popolo, esasperato da tanti strazj. Colle forze unite moveremo alla conquista di Napoli, di cui il papa è disposto a darvi l’investitura, e dove i regnicoli anelano di vedersi governati da voi, loro compatrioto. Sbrattata Italia dagli stranieri, a chi meglio che a voi potrebbe conferirne la corona il voto popolare? A voi i posteri asseriranno il glorioso titolo di liberatore dell’Italia». Non rimase egli sordo: consulti di gentiluomini e di teologi tranquillarono l’onor suo e la sua coscienza, prima che capitano di Cesare essendo egli cittadino di Napoli e suddito del papa.
Ma presto il Pescara si ravvide; e educato ne’ romanzi spagnuoli a idee esagerate di lealtà, non aborrì per essa di scendere all’infamia di agente provocatore: continuò a tenere in susta i congiurati; poi richiese il Morone a nuovo colloquio nel castello di Novara (1525 14 8bre). Quivi si fece divisare per filo e per segno le pratiche, i complici e i mezzi di riuscita; ma dietro agli arazzi avea nascosto Anton de Leyva: onde subito il cancelliere fu sostenuto ed esaminato alla presenza del marchese medesimo. Il quale poco dopo morì di trentasei anni (30 9bre), e mentre poteva aspirare all’immortalità, preferì affiggersi alla gogna di spia, non temperatagli dai poetici laj della sua vedova Vittoria Colonna[234].
Il Morone protestò contro l’arresto, non essendo egli suddito di quel che il sosteneva e giudicava; ma benchè trattato con riguardi, fu sempre tenuto prigione. Il duca Sforza venne sottoposto a processo come complice a guisa d’un privato. Milano assediata, bombardata, esposta agli orrori d’un governo militare, infine fu costretta di viva forza giurar fedeltà al re di Spagna. Allora gl’Italiani conobbero a che estremo si trovasse la loro indipendenza. Venezia, assumendo il posto di tutrice della libertà, che Firenze avea perduto, armava e raddoppiava istanze a papa Clemente, che da senno unendosi con essa, la quale aveva un esercito intatto, e col duca di Ferrara, avrebbe potuto sostenere l’onore italiano contro un esercito sbandantesi per mancanza di paghe.
Clemente non amando il fatto, adoprò parole, e descrisse all’imperatore lo sbigottimento cagionato dall’occupazione del Milanese: — Con quest’apparenza manifesta della ruina d’Italia, quelli che di sè temevano ed a vostra maestà erano poco amici, non cessarono confortarci che, da buon principe italiano e da vero papa, proibissimo la servitù e l’oppressione d’Italia...; e benchè noi alcuna volta fossimo d’animo sospesi, e dubbj della mente della vostra maestà verso noi, vedendo da’ ministri di quella fattici molti oltraggi nel nostro Stato e sudditi, nientedimeno mai non volemmo stringere conclusione, che ci levasse dall’amicizia e dall’amore di quella... tenendo ferma speranza che quel che tante volte ha promesso di stabilire in libertà i potentati d’Italia, ora tanto più diligentemente farà, quanto l’occupazione del Milanese fu a questa aspettazione più contrario. Vostra maestà tante volte ha detto voler la pace e la libertà d’Italia; eccone il tempo: col restituire lo Stato al duca di Milano levi dagli animi d’ognuno una paura e disperazione tale, che può accender grave incendio. Questi atti, figliuol nostro carissimo, la morte e il tempo non possono annichilare; col sacrificare qualche disegno particolare al ben pubblico si guadagna il cielo, ed appresso la posterità nome immortale. Se vostra maestà si lasci persuadere da un suo buono ed affettuoso padre, noi le offriamo non solo decime e crociate e cappelle e tutto quello che per la spirituale e temporale podestà da noi si può fare, ma il sangue ancora e la vita nostra ad ogni esaltazione e satisfazione sua»[235]. Clemente dunque sentiva i doveri di Carlo e i suoi proprj; poi al fatto barcollava e ricorreva alle subdole vie, tanto conformi alla politica d’allora; e appena Carlo assicurò ai Medici Firenze, il papa si chiarì per esso e l’accomodò di denaro.
In questo mezzo la Sicilia ripeteva indarno i suoi privilegi da un re padrone di mezzo mondo; Napoli era a baldanza rapinata dai capitani e dai magistrati, che nello smungere le ricchezze ne esaurivano le fonti; Toscana vedeva agonizzare la sua libertà; Romagna avea sofferto a vicenda da indocili tirannelli e da pontefici ambiziosi; in Lombardia non cessava la guerra guerreggiata, dove molte città furon prese e riprese, e le campagne rifinite; a tutti poi sovrastavano eserciti di reclute straniere, compre alla spicciolata, o condotte da capitani intesi solo al bottino, disposti a voltarsi contro colui che gli assoldava, e volenti la guerra, unica loro vita, dovessero anche condurla per proprio conto.
In Lombardia si erano anche rideste le fazioni dei Guelfi e Ghibellini, e sorti molti capibanda, che in tempi quieti si chiamano masnadieri, e ne’ torbidi pretendon nome d’eroi; fra essi e con essi elevavansi alcuni signorotti, coll’unica ragione della spada, coll’unico desiderio di potere ogni lor voglia. Tra questi ottenne rinomanza Gian Giacomo, d’una famiglia Medici milanese in nulla attinente alla fiorentina, e soprannominato il Medeghino. Cominciò sua carriera con virili vendette, e cercato al castigo, si buttò all’armi; nè la sua potenza sarebbe spiegabile quando non si ricordasse che, nei giorni d’agitazione, migliaja si rannodano a chi mostri forza ed offra probabilità di esercitar il valore e di rubare; si riesca o no, poco monta. Il Medeghino parteggiò coi Ghibellini, che volea dire coi fautori di Spagna; per secondare il Morone a cui era caro, colse un corriere francese, l’ammazzò, e dai toltigli dispacci prese norma; e cogl’Imperiali entrato in Milano, gli ajutò ad occupare il lago di Como. A Francesco Sforza tornato in dominio prestò il braccio per disfarsi di Astore Visconte, particolare suo nemico; e in premio dell’assassinio chiese il castello di Musso. Lo Sforza e il Morone finsero dargliene la patente, diretta al castellano; ma invece conteneva l’ordine d’arrestarlo. Egli, insospettito, aperse la lettera e ne sostituì un’altra, in vista della quale gli fu rassegnato il castello: egli dissimulò, e il duca dovette inghiottire.
Quel castello accavalcia un promontorio nelle parti superiori del lago di Como, ed oltre la naturale difficoltà del monte da tre parti scosceso, il maresciallo Trivulzio, cui era appartenuto, l’avea cinto di buone fortificazioni, alle quali il Medeghino ne aggiunse di nuove, tanto da renderlo inespugnabile. Il lago e le montagne circostanti erano infeste da banditi, che facendosi parte da sè fra lo scompiglio universale, rubavano, uccidevano, sfidavano le leggi, sicchè guaj ai pacifici. Il Medeghino fiaccò gli uni, altri raccolse intorno a sè disciplinandoli; istituì un consiglio di finanza ed uno di giustizia per tenerli in freno; ebbe eccellenti ingegneri; con soldatesca affabilità amicandosi i subalterni, i signori coll’ajutarli di denaro, di braccia, di protezione, signoreggiò in quel contorno, ed ora secondò il duca, ora l’affamò impedendo il trasporto de’ grani; assalendo la Valtellina e Chiavenna, obbligò i Grigioni a revocar le truppe che servivano sotto re Francesco, il che fu precipua causa della rotta di Pavia. Occupato dagl’Imperiali il ducato, neppur a questi egli piegò; e leone e volpe alternamente, si sostenne atterrendo le vicinanze. Ebbe anche il contado di Lecco, che apparteneva al Morone, il quale fu compensato con terre in Brianza; ivi battè moneta; a poco più otteneva anche Como; e possente d’oro, d’uomini, di delitti, furbissimo in età di furbi, guadagnando con tutti i partiti, tenendo intelligenze e spie in ogni canto, affettava un esteso dominio e forse l’intero ducato, col procaccio degli Svizzeri che sperava comprare. A quest’uopo coglieva denari in ogni modo, fin con piccoli riscatti e con tasse sulla pesca. Ma diecimila Grigioni, di cui era nemico dichiarato, accordaronsi a suo danno con Carlo V, di cui era incomodo amico; eppure egli menò sì bene di mani e di trattati, che dall’imperatore ottenne larghe condizioni, trentacinquemila scudi e il marchesato di Marignano (1532).